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	<title>Anonima Scrittori</title>
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	<description>La pagina bianca. Un'idea. La sfida</description>
	<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 14:00:23 +0000</pubDate>
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		<title>Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 7)</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 14:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[Ancora il cinismo dell'avvocato Perduto non ha resistito alle ferie, così come tutto il resto del sito. L'avvocato ha però progettato un ritorno pirotecnico sui vostri schermi, proprio per non farvi dimenticare fino a quali profondità può scadere l'uomo. Per capire basta leggere questo settimo episodio]
Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 1)
Vita e opere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://artfiles.art.com/5/p/LRG/26/2687/7LWUD00Z/chris-johns-close-view-of-a-geisha-eating-tofu-with-chopsticks.jpg" alt="" width="320" height="240" />[Ancora il cinismo dell'avvocato Perduto non ha resistito alle ferie, così come tutto il resto del sito. L'avvocato ha però progettato un ritorno pirotecnico sui vostri schermi, proprio per non farvi dimenticare fino a quali profondità può scadere l'uomo. Per capire basta leggere questo settimo episodio]</p>
<p><a href="../vita-e-opere-di-sebastiano-perduto-1-ep/" target="_blank">Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 1)</a><br />
<a href="../vita-e-opere-di-sebastiano-perduto-2-ep/" target="_blank">Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 2)</a><br />
<a href="../vita-e-opere-di-sebastiano-perduto-ep-3/" target="_blank">Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 3)</a><br />
<a href="../vita-e-opere-di-sebastiano-perduto-ep-4/" target="_blank">Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 4)<br />
</a><a href="../vita-e-opere-di-sebastiano-perduto-ep-5/" target="_blank">Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 5)<br />
</a><a href="http://www.anonimascrittori.it/vita-e-opere-di-sebastiano-perduto-ep-6/" target="_blank">Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 6)</a></p>
<p><strong>VITA E OPERE DI SEBASTIANO PERDUTO (EP. 7)</strong></p>
<p>Che splendida giornata. Vorrei godermi il terrazzo ma il baccanale pare aumentato: lucertole serpeggiano tra i rovi, un piccione gonfia il petto e tallona la picciona, due passerotti cincischiano tra le foglie facendo un gran chiasso. È proprio vizioso questo condominio.<br />
Speriamo che il ragioniere Gisello comprenda. Comprenderà? difficile. È così limitato, è un razionale, vede solo bianco o nero, ragiona per schemi. C’ha in testa questi pacchetti di idee che gli servono a controllare il mondo, guai a toccarli. E giudica. Sì, il ragioniere è brava persona ma giudica con il metro condominiale. Lui è cattolico, per certo, e dovrebbe perdonare, porgere pure l’altra guancia. Ma fanatico come deve essere delle sacre scritture, si adirerà, e vorrà rendere pan per focaccia,. E siccome gli sembrerà enorme -oltre che impraticabile- rendermi pan per focaccia, se la prenderà con me, con la mia persona, finisce che mi riga la fiancata.<br />
Mannaggia mannaggia, ragioniere, siamo uomini. Lei più di chiunque altro dovrebbe comprendere. Parliamoci chiaro ragioniere, ma davvero mi vorrebbe dire che mai, mai in questi anni, le sia balenato un pensiero, subito ricacciato nell’inferno da cui è venuto, s’intende. Quell’ombra di pensiero, un soffio direi, l’avrà amareggiata, si sarà sentito una specie di mostro -con tutto quello che si legge-, avrà avuto paura di sé stesso, temuto che qualcuno se ne accorgesse, dio non voglia proprio sua moglie. Ma vorrei tranquillizzarla, ragioniere, se me lo permette, è una cosa normale, direi sana.</p>
<p>«Sì, chi è?»<br />
«Sono Lola, avvocato.»<br />
«Ecco Lola, arrivo.»<br />
«Buongiorno, posso?»<br />
«Prego, entra.»<br />
«Oggi non posso venire a lezione.»<br />
«Come non puoi? è successo qualcosa?»<br />
«No, no, niente. Ho da fare con la mamma, la devo accompagnare.»<br />
«Accidenti mi ero organizzato. Mi dispiace che butti così i soldi, se prendi un impegno devi rispettarlo. Responsabilità Lola. Sei una donna. Quanti anni hai?»<br />
«Diciassette.»<br />
«Ah, ancora diciassette? beh sono quasi diciotto no? vabbe’ hai portato i soldi?»<br />
«Eccoli, quaranta euri. Mi dispiace ma ho proprio da fare oggi.»<br />
«Come va a scuola, Romano ancora rompe?»<br />
«No, ora che c’hai parlato mi lascia tranquilla. A diritto ora c’ho sette.»<br />
«Hai visto? te l’avevo detto. E papà è contento?»<br />
«Credo di sì. Mi chiede sempre se le lezioni servono e poi Romano gli ha detto che ho fatto grandi passi avanti.»<br />
«Cosa ridi? Stupida. È passato stamattina. Dice che mi vuole parlare di qualcosa. Sembrava serio. Hai idea di cosa possa volere?»<br />
«No. Qualcosa del condominio probabilmente?»<br />
«No no, il condomino non c’entra. Era imbarazzato. Non ti sei mica fatta scappare qualcosa?»<br />
«Non esiste, non sono mica stupida. Non ho parlato con nessuno.»<br />
«Va bene, se non hai parlato con nessuno allora non c’è pericolo, ma bisogna stare attenti.»<br />
«Ti dico che non ho detto niente. Tu non mi credi mai.»<br />
«Ma che c’entra Lola. Alla tua età anch’io facevo cazzate senza rendermi conto.»<br />
«Perché tu sei uno stronzo. Io mi rendo conto perfettamente, che ti credi. Chi non si rende conto sei tu. »</p>
<p>L’amara realtà della vita? ritrovarsi ad avere quarant’anni e comprendere, alla fine, che non sei quel genietto che ti credevi. Che la figura sublime non è altro che un abbozzo. Che non sei il Tenete Colombo. Allora ben poco riuscirà a confortarti. Poco sì, ma qualche conforto si trova. Le labbra spontanee di un’adolescente possono dare una ricchezza e un’allegria che mi ricorda i vent’anni. Ma è solo un ricordo. L’incoscienza è sparita. Benché io sia un tipo spigliato e fiducioso ho passato oramai troppo tempo a piazzare cavalli di Frisia, mi sono preoccupato troppo a lungo di tenere lontano i nemici e alla fine mi sono convinto che esistono. Ero padrone di pascoli sconfinati, a vent’anni, e oggi mi ritrovo con un campicello a confronto, e è la cosa a cui più tengo, anche così angusto com’è l’ho ridotto. E nessuno me lo toccherà. Neanche tu cara, e il tuo avvocato. Hai pensato che direbbe la bimba? metti suo padre sulla strada. Non hai cuore? non te la perdonerà, stanne certa. Ma che ti avrò fatto di male? tanta cattiveria per cosa?<br />
Una ordinaria lettera di avvocato. L’hai fatto apposta, ne sono certo. E quello, figurati. Avrà grattato ben bene: “Allora signora, stia tranquilla, avrà tutto ciò che è in suo diritto avere. L’importante è che le siano chiari i suoi diritti e che decida di difenderli. Spesso ci si lascia vincere dai sensi di colpa, remore naturali in un matrimonio durato quasi sette anni. Ma ora deve cominciare a pensare a sé stessa e alla bambina. Questo è il suo obbiettivo, al resto penso io. Lei non si stia a complicare la vita. Dunque tanto per cominciare… mi perdoni la brutalità ma è il mio lavoro… sapesse quante ne ho viste e sentite, mi consideri il suo medico. Per trovare una cura devo sapere tutto, mi occorre un’anamnesi, e più lei sarà sincera migliore e precisa sarà la cura, signora. Dunque… ha mai sospettato che suo marito molestasse la bambina?”<br />
E ti vedo, colpita in fronte dalla domanda pazzesca, impossibile, vergognosa. Piano piano però l’eventualità si fa largo, spianata dalla naturalezza con cui è stata presentata e dalle immediate opportunità che reca.<br />
“Una piccola attenzione, forse una pulizia del culetto troppo morbosa, una luce negli occhi ambigua.”<br />
Grazie a Dio non l’ho mai toccata quella creatura, le sue secrezioni la sua nudità i suoi recessi nascosti non mi hanno mai appassionato.<br />
Canaglie, non mi avranno.<br />
Mi sto organizzando. Innanzitutto occorre studiare un piano che tenga conto dei diversi fronti aperti. Qualcosa di organico da sviluppare con disciplina e colpire. Ché si sa: organizzazione disciplina e azione sono le chiavi del sicuro successo. Ci dovrebbero essere dei corsi di disciplina organizzazione e azione, qualcosa di tipo paramilitare. Dovrei cercare su Google. Un corso così mi ci vorrebbe. E poi sarei a cavallo. Se trovo il corso giusto ho risolto. Magari direttamente on line. Google sa fare miracoli, trovi tutto, c’è tutto, e tutto quello che non c’è, non c’è. Non esiste. Il che mi dovrebbe far preoccupare perché col mio nome non si apre neanche una pagina. Ho provato. Niente. Persino il ragioniere Gisello Conti compare. È un campione di bridge. E chi l’avrebbe detto. Del resto se non lui, chi? eh, la vita è buffa, per saperla prendere basta avere un po’ di spirito. C’è sempre il lato comico, per riderci su.<br />
é quello che dirò al ragioniere Gisello. “Non se la prenda ragioniere, poteva andare peggio, potevo essere un operaio”. Dovrebbe apprezzare che uno del mio ceto sia sceso di qualche gradino e abbia considerato la figlia di un ragioniere, una ragioniera, che a buon conto resterà ragioniera, visto che fa ragioneria e non promette neanche bene. Altri sono i suoi talenti. Va’ là ragioniere. Del resto, come le dicevo, l’ha vista bene Lola. Non mi dica che non ha mai buttato l’occhio sulle zizze. È molto femminile Lola, e anche seducente. Le piace piacere, le piace essere oggetto di attenzione, e usa il corpo per farlo, ma questo lei dovrebbe saperlo, ragioniere, deve aver capito il potere che esercita sugli uomini, deve averlo assaporato e le deve essere piaciuto. Deve aver cominciato con lei, ragioniere, e chi se no? lei è stato il primo sotto tiro, la doveva contendere alla madre, lei è stato il bottino più ambito. Si è esercitata bene con lei. Si ricorda, ragioniere, quando le chiedeva di allacciarle il reggiseno, lei era costretto a tirare i ganci, che lasciavano segni rossi sulla carne bianca, si ricorda quando trovava la porta della cameretta aperta, giusto uno spiraglio, e le cadeva l’occhio? ricorda quando la teneva sulle gambe, quella sensazione tutt’altro che paterna?<br />
Certo lei esercitava il sacrosanto diritto di genitore, la controllava mica la guardava, la coccolava lei. Era Lola, però, che tesseva la tela. Forse sua moglie se n’è accorta, è una donna, figurati, loro lo sanno quello che pensano: stessa razza. Il piacere di avere un uomo che sbava, la consapevolezza di quanto potere nello sguardo, nella bocca, nelle cosce. Deve essere stato inebriante per Lola e lei ne deve essere stato terrorizzato. Quanto poco è mancato, eh ragioniere?  magari crede sia dipeso da lei, che sia suo il merito di aver resistito, “Va’ là Gisello” s’è detto, “una sbandata innocente che mai più si ripeterà, una sciocchezza”. Le piacerà credere questo, ma è stato solo il retaggio di deumila anni di storia cristiana che l’hanno salvata, che hanno bloccato non lei, ragioniere, bensì Lola. È stata lei che non ha voluto, o potuto, soggiogarla, è dipeso da Lola se la sua anima è salva. È stato ad un passo dal baratro quindi non la facciano troppo lunga. Io non gli sono parente, un amico direi, un avvocato, e pure con una certa esperienza. Meglio io di qualche ragazzino incontinente, una persona pulita, quasi un padre. Non sia invidioso per questo. Mi creda, meglio io, gliela controllo. E consideri anche che non credo di essere stato io a sedurla. Lola ha un talento, indubbio. Ecco, se la consola, pensi che anch’io ho una figlia femmina. Ci passerò come c’è passato lei. Si vuole vendicare? mi auguri che a mia figli tocchi… che so? magari un ragioniere, con tutto il rispetto, ragioniere Gisello Conti. Stringiamoci la mano, ragioniere, un ponte che unisca tutti i padri di figlie femmine. Uniti dobbiamo essere, e perdonare chi, come me, commette errori. Mi perdoni ragioniere. Cercherò di non farlo più, è una promessa.<br />
Dovrebbe funzionare, magari meno aggressivo. Il poveruomo va compatito. Ma ugualmente gli va detta la verità. Che qualcuno gli apra gli occhi. Odio il dottore misericordioso. La gente dovrebbe dire le cose per come sono, in faccia. Ci si dovrebbe abituare alla verità, sin da bambini. Smettere di vivere nell’equivoco, giocando sui malintesi. Ah, quanta più aria si avrebbe a disposizione, che non vivere come scarafaggi, in cerca di angoli nascosti. “Ebbene sì, ragioniere, mi scopo sua figlia”, come mi sentirei meglio a dirlo, tutti ci sentiremo meglio. Io non mi sentirei più in colpa e lei non avrebbe l’imbarazzo di venirmi a parlare, e la Tettamanzi potrebbe farsi gli affari suoi. Pax condominiale. Io amo la verità e la rettitudine. Come andrebbe meglio questo mondo se tutti fossero sinceri e retti. Ci sarebbero sicuramente meno malattie epatiche e cardiache. Cirrosi emicrania cervicale, dimenticati. Questa è civiltà. La nostra invece è una proto-civiltà. L’uomo non è ancora in grado di accettare, e quindi dire, la verità. Ancora necessita della mediazione delle omissioni o addirittura delle mistificazioni. Forse il prossimo gradino evolutivo ci condurrà a un’esistenza libera. L’Homo Sapiens Sapiens cederà il passo all’Homo Gnostico.</p>
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		<title>Trattoria Rosellini (ep. 4)</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 14:00:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[TRATTORIA ROSELLINI si legge nero su giallo in caratteri desueti e    sotto, in piccolo, aggiunto a mano con la pennellessa del trenta, BAR e    BOCCE. Siamo alla quarta puntata della novella scritta da Marco   Berrettini. Le vicende della trattoria sembrano susseguirsi senza che nessuno avverta lo scorrere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.funconero.it/uploads/image/strutture/Da%20Sara%20Sirolo.jpg" alt="" width="384" height="288" />[TRATTORIA ROSELLINI si legge nero su giallo in caratteri desueti e    sotto, in piccolo, aggiunto a mano con la pennellessa del trenta, BAR e    BOCCE. Siamo alla quarta puntata della novella scritta da Marco   Berrettini. Le vicende della trattoria sembrano susseguirsi senza che nessuno avverta lo scorrere del tempo e il cambiare delle epoche]</p>
<p><a href="../trattoria-rosellini-1-ep/" target="_blank">Trattoria Rosellini (ep. 1)</a><br />
<a href="../trattoria-rosellini-2-ep/" target="_blank">Trattoria Rosellini (ep. 2)</a><br />
<a href="../trattoria-rosellini-2-ep/" target="_blank">Trattoria Rosellini (ep. 3)</a></p>
<p>Oggi mi sa che ho esagerato, ma come fai a non bissare le lasagne verdi della Rosa? È impossibile, almeno per me, forse però mi sarei potuto trattenere con gli involtini di lonza e lardo, le patate prezzemolate, il taleggio e la torta di nocciole. Bevo un ultimo bicchiere di acqua frizzante ed un secondo caffè, poi, bolso, mi avvio a pagare.<br />
«Fattura o ricevuta?»<br />
Xevera è nuova, ma la Rosa si deve davvero fidare molto se affida a lei la cassa.<br />
«Fattura, grazie. Dovrebbe esserci il mio timbro nel cassetto. Trasporti Bortolo.»<br />
«Ah sì, eccolo, lei è uno dei clienti storici allora.»<br />
«Storico, ma non vecchio, dammi pure del tu.»<br />
Alza gli occhi verso di me con aria dura, chissà se è stata influenzata dal nome o se l’hanno chiamata così perché già dal ventre materno emanava legnosità e rigore. Mi fa notare come, in effetti, potrebbe essere mia figlia, io posso tranquillamente darle del tu, ma lei preferisce mantenere il lei, anche perché lavora qui solo da lunedì e, non sapendo bene come sia il clima, preferisce non uscire dal ruolo.<br />
«Come preferisce, cara.»<br />
Eh no bella, io la figura del padre non la faccio, o entrambi o nessuno. La Rosa sporge la testa dalla cucina, sorride e poi fa il verso a Xevera stortando la bocca e aggrottando le sopraciglia.<br />
«Attento Bortolo che la signorina ti mette in riga.»<br />
«Pensavi già di avere trovato un’altra facile preda?»<br />
Mi volto e incrocio lo sguardo canzonatorio di Gisella che stava aspettando il suo turno alla cassa.<br />
«Così mi fai passare per un Don Giovanni di periferia, non è corretto. Pensa che in tanti mesi non mi sono nemmeno mai azzardato ad invitarti a bere un aperitivo, per non sembrare inopportuno.»<br />
«Credevo non lo facessi solo per tirartela un po’ visto che, a quanto ne so, alla sera in Corso Sempione ci sono più amiche tue con un daiquiri in mano che zanzare.»<br />
«Ma…mi fai pedinare?»<br />
Ridacchia con una faccetta enigmatica e continua: «Comunque, se la cosa ti interessa, puoi anche provare ad invitarmi, chissà, magari non ho impegni questa sera.»<br />
«Signori, scusate, ma ci sono altri clienti che devono pagare, grazie.»<br />
Xevera ci allontana, ma mentre mi osserva nella mia ebetudine da shock il suo tono si stempera e la pelle si distende. Non c’è nulla di meglio che la compagnia di una donna per attirare l’interesse di un’altra donna e ciò funziona in maniera esponenziale.<br />
«Spero tu non abbia nulla da fare anche domani sera, perché in questo caso sei ufficialmente invitata a raccontarmi tutto di te davanti ad un margarita ghiacciato, se non ricordo male lo scorso anno andasti in Messico in vacanza, non puoi non esserti appassionata alla tequila. Questa sera è mercoledì e ho un impegno fisso.»<br />
«Fidanzata?»<br />
«No, king con gli amici, ci vediamo alle sette da me e fino alle due litighiamo.»<br />
«Ecco perché quando vieni qui di giovedì sei sempre più rimbambito del solito. Prendetene uno, mia nipote si sposa sabato.»<br />
La Rosa ci porge un vassoio zeppo di confetti bianchi, guardo l’orologio, è l’una e un quarto passata, devo andare, ho un paio di consegne a sud Milano e poi devo arrivare a Trezzano entro le cinque a caricare per domani.<br />
«Lasciami il tuo numero, ti chiamo domani pomeriggio e mi dai conferma.»<br />
«Non ci vediamo qui a pranzo?»<br />
«No, sono a Cremona domani. Ciao, arrivederci Rosa. Signorina Xevera i miei omaggi, ciao Pinuccio, Mioara…»<br />
In risposta ricevo tre sorrisi, uno sguardo cupo e una bestemmia.<br />
Esco, nel piazzale un furgone giallo è parcheggiato proprio davanti al mio autocarro, cerco Ernesto, ma non lo vedo, poi sbuca da dietro le piante aggiustandosi i calzoni.<br />
«Capo buongiorno, tutto bene?»<br />
«Sono di fretta, quello lì chi è?»<br />
«Nessun problema, mi ha lasciato le chiavi te lo sposto subito. Grazie per il profumo dell’altro giorno, funziona davvero, si girano tutte. A dire il vero si gira anche qualche maschio.»<br />
Ci credo, ne ha addosso una quantità tale che si girerebbe anche un dugongo anosmico.<br />
Ingrano la prima e mi dirigo in tangenziale, stasera niente pizza, mi farò portare delle olive all’ascolana.</p>
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		<title>Purché restino soltanto sulla pellicola</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 16:10:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[Continua il viaggio di Stefano Tevini nel fumetto e nelle altre vie del fantastico. Dopo la puntata sugli X-Men, si parla di cinema e di due film che, ognuno a modo loro, ripetono esperimenti psico-sociologici. Tra il reale e la fantasia, ci sono comportamenti umani che non vorremmo mai si ripetessero in futuro. Forse, conoscere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://images.movieplayer.it/2009/02/13/una-immagine-tratta-dal-film-l-onda-die-welle-2008-105178.jpg" alt="" width="448" height="337" />[Continua il viaggio di Stefano Tevini nel fumetto e nelle altre vie del fantastico. Dopo la puntata sugli X-Men, si parla di cinema e di due film che, ognuno a modo loro, ripetono esperimenti psico-sociologici. Tra il reale e la fantasia, ci sono comportamenti umani che non vorremmo mai si ripetessero in futuro. Forse, conoscere i meccanismi potrebbe aiutarci. Questi sono i motivi che spingono Stefano a consigliarne la visione]</p>
<p>In questa puntata parliamo di cinema e, più precisamente, di un parallelismo interessante fra due film tedeschi di recente produzione : &#8216;The Experiment&#8217;, girato nel 2001 da Oliver Hirschbiegel e &#8216;L’Onda&#8217;, opera del 2008 diretta da Dennis Gansel.<br />
Entrambe le pellicole raccontano storie liberamente ispirate a esperimenti effettuati a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 in America con l’intento di studiare il comportamento umano ricreando situazioni in cui una struttura gerarchica molto forte reprime l’arbitrio dell’inividuo.<br />
Ispirato al famoso Esperimento Carcerario di Stanford, del 1971, &#8216;The Experiment&#8217; vede alcuni volontari sottoporsi alla simulazione, per l’appunto, di una realtà carceraria. A seconda del ruolo assegnato, i volontari si trovano a dover amministrare la legge con tanto di divise, manganelli e una minuscola stanza cubica, la Black Box, utilizzata come cella d’isolamento e come deterrente, oppure a dover rispondere agli ordini degli aguzzini vestiti soltanto di un camice bianco.<br />
&#8216;L’Onda&#8217;, invece, trae spunto da un esperimento del 1967 effettuato dal professor Ron Jones in una scuola di Palo Alto, California. Nel film è l’insegnante anarchico Rainer Wenger che, in risposta alla convinzione dei propri allievi riguardo all’impossibilità della nascita di un nuovo regime totalitario in Germania dopo l’esperienza nazista, fonda nella propria classe il movimento che dà il titolo al film, un gruppo che ricalca in tutto e per tutto, divise e saluto distintivo compreso, quelle logiche fino a pochi giorni prima bollate come passato destinato a non ritornare mai.<br />
E’ sconcertante, in entrambi i film, la facilità con cui le coscienze dei singoli cedono facilmente il passo a una mentalità collettiva uniformante, totalizzante e ostile verso l’esterno e come certe logiche considerate aberranti diventino lo naturale visione delle cose una volta che i protagonisti vengono messi nella situazione adatta. Quelle che all’inizio di &#8216;The Experiment&#8217; erano persone comuni diventano rispettivamente aguzzini niente affatto privi di compiacimento nell’infliggere torture prima psicologiche e poi fisiche o prigionieri quasi sempre succubi e passivi, così come gli alunni del liceo in cui si svolge &#8216;L’Onda&#8217; ci mettono pochissimo a diventare delle truppe perfette pronte a dare tutto per il movimento e decise a schiacciare chi non è con loro.<br />
Le cose, in entrambi i casi, vanno male, anzi, malissimo : la situazione sfugge di mano a chi la dovrebbe controllare e le conseguenze sono tragiche.<br />
L’aspetto singolare delle due vicende raccontate è che esse abbiano colpito profondamente due registi tedeschi, e che ambedue le pellicole abbiano avuto una forte eco nel proprio paese d’origine.<br />
Il contesto storico, in questo caso, ha il suo peso. Il totalitarismo in Germania c’è stato e, a quanto pare, non è stato dimenticato. E’ proprio questo uno dei fulcri su cui fanno leva i due film, il pericolo che certe condizioni tornino a verificarsi e la leggerezza dell’atteggiamento di chi crede che il nazismo sia stato una vaccinazione sufficiente.<br />
A quanto si vede in queste due opere, la preoccupazione nel popolo tedesco rimane e la necessità di una vigilanza costante è sentita. Non a caso, a tal proposito, i personaggi chiave sono un insegnante per &#8216;L’Onda&#8217; e un giornalista in &#8216;The Experiment&#8217; : figure considerate importanti in quanto “tutori” o “guardiani” incaricati di mantenere vive l’attenzione e la coscienza critica.<br />
&#8216;L’Onda&#8217; e &#8216;The Experiment&#8217; sono due film che raccontano con toni seri e non troppo eclatanti preferendo riflessioni importanti a facili spettacolarismi. Sono l’espressione delle paure di un popolo che non dimentica la propria storia e si rende ben conto del rischio tangibile di ricadere nei propri errori.</p>
<p><strong>FILMOGRAFIA </strong></p>
<p><em>Oliver Hirschbiegel</em>, <strong>The Experiment</strong>, ed. DVD Mondo Home Entertainement, 2006, 114 min., € 14,90</p>
<p><em>Dennis Gansel</em>, <strong>L’Onda</strong>, ed.DVD 01 Distribution, 2009, 117min., € 9,90</p>
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		<title>Lo sciopero del compagno Paolo</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 10:39:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[piccolissima prefazione dell'autore (Graziano Lanzidei): «i fatti e i personaggi raccontati in questo scritto sono puramente casuali. Però forse qualcosa di vero c'è».]
Ci vedevamo tutti i giorni alla Federazione del Pds di Latina. Rimanevamo lì fino a tarda notte a ragionare di politica, a preparare nuove iniziative o, più semplicemente, a giocare a carte o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://farm3.static.flickr.com/2356/2396796640_204fe0a9f4.jpg" alt="" width="263" height="350" />[piccolissima prefazione dell'autore (Graziano Lanzidei): «i fatti e i personaggi raccontati in questo scritto sono puramente casuali. Però forse qualcosa di vero c'è».]</p>
<p>Ci vedevamo tutti i giorni alla Federazione del Pds di Latina. Rimanevamo lì fino a tarda notte a ragionare di politica, a preparare nuove iniziative o, più semplicemente, a giocare a carte o a fare feste a base di alcol e fumo. Avevamo tra i 18 e i 20 anni. Studiare si studiava – poco e male – e di lavorare non se ne parlava proprio. La politica era la nostra missione ma ci sbagliavamo, di grosso. Era l&#8217;epoca di Mani Pulite – mi iscrissi a Giurisprudenza proprio per fare il magistrato – e delle tangenti rosse che non uscivano fuori. Ogni giorno una tortura, con obbligatorio giro nell&#8217;emeroteca per andare a controllare se pure &#8216;noi&#8217; c&#8217;eravamo zozzati in qualche maniera. Alla fine di tutto, quando i giochi sembravano fatti e noi ci apprestavamo ad andare al potere con tutta la gioiosa macchina da guerra, arrivò Berlusconi e fu come una tempesta. O un coitus interruptus. Non ci volle molto tempo per capire che, noi compagni, non andavamo più di moda. Non eravamo più gli estremisti di un tempo, c&#8217;eravamo democraticizzati ma eravamo rimasti senza potere. Basta coi Soviet, ormai credevamo nelle sorti mirabili e progressive a cui ci avrebbe portati il maggioritario. Niente rivoluzione ma una lenta riforma dello Stato per eliminare le ingiustizie. Se una volta ci si riempiva la bocca con citazioni di Marcuse o Che Guevara o Mao Tse Tung, ora non ci rimaneva che Dahrendorf e qualche altro tedesco socialdemocratico. Il bello è che non serviva leggerli. Tu dicevi una cosa, che magari ritenevi importante, e poi non ti serviva che anteporre la formula: “come dicono i compagni in Germania”, oppure “come dice Darhendorf o Cohn Bendit o Pinen Radiolinen”. Nessuno sarebbe andato a controllare. Triste dirlo, ma eravamo intellettuali verbosi senza il fascino dell&#8217;azione. E se qualcuno pensava di fare a botte coi fasci, la scoperta fu amara. Non erano più quelli di una volta. Ora, a Latina e in tutta Italia, stavano al potere. “Che vi meniamo a fare?” ci dicevano quando ci incrociavamo ad attaccare i manifesti.</p>
<p>Ai macroproblemi sopra descritti e alle beghe che dovevamo affrontare per far andare avanti una sezione giovanile di un partito, sommavamo le esigenze di ogni ragazzo o ragazza della nostra età. Per noi che perdevamo tempo la sera in sezione, il problema era: quale ragazza ti si poteva avvicinare con tutta la tristezza che emanavamo? Vivevamo nella speranza di poter partecipare ai raduni dell&#8217;ECOSY, la gioventù socialista europea. Tutti, dal nazionale al regionale per arrivare fino agli ex giovani comunisti, parlando di questi raduni internazionali ci strizzavano l&#8217;occhio in cerca di complicità. “Non potete capire cos&#8217;è successo l&#8217;anno scorso a Lisbona”. Quando ci arrivò la comunicazione che erano aperte le iscrizioni per il raduno di Berlino, penso che la Federazione di Latina abbia battuto tutti i record. 15 persone prenotate il minuto successivo. E da quel momento, per 4 mesi, pensammo solo a quell&#8217;appuntamento. Nel corso delle settimane se ne imbucarono altri e alla fine arrivammo a 27 partecipanti. Diciamo 26 più uno perché Carlo decise di portare un amico suo di Cisterna. E fu l&#8217;unico a destreggiarsi in mezzo a quella marea di persone. Saltava tutte le riunioni, la mattina e il pomeriggio, per conservare le energie. E la sera la faceva da padrone. Dopo due o tre giorni, cercammo di adeguarci al suo comportamento. “Porterà bene”. E invece no, il nostro limite era antropologico. Noi ci credevamo, all&#8217;amico di Carlo non gliene fregava niente. La dimostrazione pratica ci fu la penultima sera. Partenza del gruppo spagnolo e grande festa. Carlo e il suo amico riuscirono ad avvicinare due greche. Un po&#8217; di ballo, qualche cocktail e poi la passeggiata. Ci raccontò poi Carlo che si mise a parlare, in un inglese rabberciato, di socialismo e ideali e del fallimento del mondo comunista che comunque era poi solo il fallimento del socialismo reale, non delle teorie di Marx ed Engels. “Communism is another thing”. Guardandosi intorno, per non cogliere lo sbadiglio della greca diventata sua amica, Carlo non trovò più il suo amico. Solo la mattina dopo ha scoperto che s&#8217;era appartato con l&#8217;altra ragazza greca. Anche se nell&#8217;inglese rabberciato col cisternese, era riuscito a fare colpo. Dice Carlo che gli erano bastate tre parole.</p>
<p>Se eravamo partiti per la riunione plenaria dell&#8217;ECOSY con il morale alle stelle, tornammo depressi. Ci buttammo nella politica, raccogliendo firme per qualsiasi causa. Iniziò a circolare più gente. Le donne che entravano erano sempre preda di quelli più grandicelli, a metà tra l&#8217;organizzazione giovanile e il partito. Loro andavano avanti coi dischi dei Clash, dei CCCP, con i libri alternativi – quelli di Curcio su tutti – e riuscivano quasi sempre nel loro intento. Noi no. Noi stavamo lì con la musica sconosciuta e un po&#8217; più intimista e il massimo della protesta civile erano i Litfiba, quelli dei primi dischi. Impiegammo settimane a capire cosa c&#8217;era che non andava.</p>
<p>“La sezione&#8230; tu dovevi vedere&#8230; quella volta di qua&#8230; quella volta di là&#8230; non ci si riesce a credere&#8230; il mondo è proprio cambiato” ripetevano tutti i compagni che avevano il doppio dell&#8217;età nostra. E anche se cercavamo di fare come gli altri prima di noi, di dire che a Berlino erano successe cose turche, quello ci fermava e ripeteva: “non potete capire”. Visto che sapevamo tutti com&#8217;era andata a Berlino, non proseguimmo oltre con la pantomima. Avevamo individuato un&#8217;età dell&#8217;oro a cui fare riferimento: gli anni 70. E volevamo tenercela stretta. Così anche noi prendemmo a dire: “magari ad averci pure noi gli ideali degli anni 70. Lì sì che succedevano cose inenarrabili”. Andammo avanti un bel po&#8217; con questo ritornello. La domanda più frequente dei nostri incontri era diventata: “ma come mai non ritorna quella militanza degli anni 70?”. Per dare una risposta a questo tormento, organizzammo anche degli incontri a tema.<br />
Fino a che, nell&#8217;ultimo o nel penultimo di questi appuntamenti, un compagno ci svelò la verità, che poi leggemmo ne &#8216;Il fasciocomunista&#8217;.<br />
“Certo che c&#8217;impegnavamo nelle sezioni, non ciavevamo un cazzo di altro da fare. Mica come oggi che ci sono i pub, le discoteche, i ristoranti. Poi le donne, era la scusa per uscire. Metti che nascevo mo&#8217;, chi me lo faceva a farmi fare due palle così?”<br />
Una rivelazione, l&#8217;ennesima. Eravamo tedeschi dell&#8217;Est il giorno dopo la caduta del muro. Avevamo scoperto che la protagonista di quell&#8217;epoca, più della musica, della coscienza civile, della voglia di cambiare il mondo, era stata la noia. La noia li aveva tenuti tutti inchiodati alle sedie a parlare per ore, con linguaggi astratti. Non avevano nessun altro posto dove andare, chiaro che potevano nascere gli amori, che alla fine ci si arrivava a scambiare i ragazzi o le ragazze. Stavano tutti lì, dove altro potevano succedere ste cose?<br />
La costante era la stessa: la noia. Era sempre lei che pure a noi ci teneva lì a discutere di tutte le cazzate che ci venivano in mente. Non si contavano più le serate perse a parlare del conflitto tra Israele e Palestina, di come Berlusconi stesse portando alla deriva il Paese, del fatto che il compagno D&#8217;Alema era il migliore e che Occhetto era solo un pallido ricordo. Ripetevamo sempre le stesse cose, perpetuando sempre le solite divisioni. I movimentisti contro quelli dell&#8217;apparato.<br />
Paolo non parlò per tutta la serata. Poi, quando tutti scendevamo le scale e ci davamo appuntamento per il pomeriggio successivo, lui se ne uscì: “non vengo più, sciopero”. E tutti a guardarlo strano. “E dove cazzo vai?” chiedemmo tutti quasi in coro. Mica era consentito che uno di noi si togliesse dal pantano. “Non lo so, ma entro in sciopero, in Federazione non vengo più”. Ripassammo mentalmente la serata, ci chiedevamo cosa avesse infastidito così tanto il compagno Paolo da fargli abbandonare la militanza politica. “E perché fai sciopero?” da segretario politico dovevo prendere in mano la situazione.<br />
“Domani voglio smettere di non scopare”.<br />
Ridemmo, ma di quel sorriso nervoso, a mezza bocca, che ti guardi pure intorno per cercare conforto.<br />
“E come fai?”.<br />
“Tanto provo a non venire più qui”.</p>
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		<title>Anonima Scrittori va in ferie</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Aug 2010 23:55:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il 2010 è stato un anno intenso. Iniziato con il Bit dell&#8217;Avvenire, pubblicato dai tipi della Tunuè a Dicembre e poi distribuito nelle librerie di tutta Italia. Siamo sempre stati onorati di essere accompagnati in questa avventura da 4 grandi scrittori che, dopo qualche mese dall&#8217;uscita del Bit, saranno tra i protagonisti della scena letteraria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://robertodeficis.files.wordpress.com/2009/09/vacanze.jpg" alt="" width="302" height="199" />Il 2010 è stato un anno intenso. Iniziato con il <em>Bit dell&#8217;Avvenire,</em> pubblicato dai tipi della <em>Tunuè</em> a Dicembre e poi distribuito nelle librerie di tutta Italia. Siamo sempre stati onorati di essere accompagnati in questa avventura da 4 grandi scrittori che, dopo qualche mese dall&#8217;uscita del Bit, saranno tra i protagonisti della scena letteraria italiana. Iniziando da Antonio Pennacchi, che con il suo <em>Canale Mussolini</em> ha vinto il Premio Strega, è finalista al Campiello - con uno storico record, l&#8217;unanimità della giuria di qualità - e sta spopolando nelle classifiche dei libri più venduti. Proseguendo poi con Lorenzo Pavolini, finalista allo Strega con <em>Accanto alla Tigre</em>, che è riuscito a portare la Fandango nel gotha letterario italiano. Continuando con Antonio Pascale che con <em>Questo è il Paese che non amo</em> sta ottenendo un grande successo di pubblico e di critica e terminando con Giancarlo Baroni, proprio in questi giorni (fino al 13 Agosto) protagonista a Fahrenheit, su Radio Rai Tre, con le sue poesie.</p>
<p>Nel 2010 è terminato anche <em>FotoTerapia</em>, uno dei tanti nostri esperimenti letterari, e ci siamo rimessi a lavorare in Colonia<em></em>. Continua quindi il laboratorio di scrittura di Antonio Pennacchi organizzato da Anonima Scrittori. Il primo capitolo è già stato pubblicato su <em>Nuovi Argomenti</em>, rivista della Mondadori. Speriamo, entro il 2011 di concludere <em>Cronache da un Pianeta abbandonato</em>.</p>
<p>Per concentrarci meglio sulla scrittura, abbiamo deciso di abbandonare momentaneamente i reading. Una delle attività preferite dell&#8217;Anonima Scrittori che però richiede tempo e impegno. Si tratta di una vera e propria rinuncia che, visto l&#8217;ambizioso progetto del laboratorio di scrittura di cui si parlava poco sopra, ci è sembrato necessario fare.</p>
<p>Ritorneremo presto, il 23 Agosto per la precisione, contnuando con le nostre rubriche - <em>La Striscia</em> e <em>Savile Row</em> -, con le novelle a puntate - <em>Vita e opere di Sebastiano Perduto</em> e <em>Trattoria Rosellini</em> - e con tante, tante altre sorprese.</p>
<p>Vi lasciamo con degli highlights:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.tunue.com/page.php?idCat=666" target="_blank">Bit dell&#8217;Avvenire</a></li>
<li><a href="http://www.filidaquilone.it/num017brandolini.html" target="_blank">Recensione del Bit dell&#8217;Avvenire</a></li>
<li><a href="http://www.anonimascrittori.it/series/progetto-foto-terapia/" target="_blank">FotoTerapia #1</a> - <a href="http://www.anonimascrittori.it/series/progetto-foto-terapia-2/" target="_blank">#2</a> - <a href="http://www.anonimascrittori.it/series/progetto-foto-terapia-3/" target="_blank">#3</a> - <a href="http://www.anonimascrittori.it/series/progetto-foto-terapia-4/" target="_blank">#4</a> - <a href="http://www.anonimascrittori.it/series/progetto-foto-terapia-5/" target="_blank">#5</a></li>
<li><a href="http://www.anonimascrittori.it/canale-mussolini-brano-in-anteprima/" target="_blank">Canale Mussolini (brano in anteprima)</a></li>
<li><a href="http://www.anonimascrittori.it/stregati-da-pennacchi/" target="_blank">Stregati da Pennacchi</a></li>
<li><a href="http://www.anonimascrittori.it/aumento-dellottimismo-di-lorenzo-pavolini/" target="_blank">Lorenzo Pavolini (brano inedito)</a></li>
<li><a href="http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=318154" target="_blank">Giancarlo Baroni a Farhenheit</a></li>
<li><a href="http://www.anonimascrittori.it/antonio-pascale-su-ogm-tra-leggenda-e-realta-dbressanini/" target="_blank">Antonio Pascale (brano per anonimascrittori.it)</a></li>
</ul>
<p>E con una sorpresa, l&#8217;ebook del Bit dell&#8217;Avvenire (ed. Tunuè):</p>
<p><object width="219" height="178" data="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;documentId=100705091239-e5f6569f901b4b43a17a54bec07bfb80&amp;documentUsername=tunue&amp;documentName=bitdellavvenire&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fcolor%2Flayout.xml&amp;backgroundColor=61A900&amp;showFlipBtn=true" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="src" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;documentId=100705091239-e5f6569f901b4b43a17a54bec07bfb80&amp;documentUsername=tunue&amp;documentName=bitdellavvenire&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fcolor%2Flayout.xml&amp;backgroundColor=61A900&amp;showFlipBtn=true" /><param name="flashvars" value="mode=embed&amp;documentId=100705091239-e5f6569f901b4b43a17a54bec07bfb80&amp;documentUsername=tunue&amp;documentName=bitdellavvenire&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fcolor%2Flayout.xml&amp;backgroundColor=61A900&amp;showFlipBtn=true" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
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		<title>Savile Row - Speciale Pink Floyd (ep. 2)</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 08:00:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[Dopo i ricordi di Massimiliano Lanzidei, che al concerto c'è stato, ecco i ricordi di Stefano Cardinali, che invece al famoso e ambito concerto di Venezia non c'è stato. Solo molti anni dopo scoprirà che forse la fatica non valeva lo spettacolo. Rimane, comunque, il rapporto con i Pink Floyd, un gruppo che ha fatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://data.kataweb.it/kpmimages/kpm2/xl/2009/07/01/93305.pjpeg" alt="" width="385" height="259" />[Dopo i ricordi di Massimiliano Lanzidei, che al concerto c'è stato, ecco i ricordi di Stefano Cardinali, che invece al famoso e ambito concerto di Venezia non c'è stato. Solo molti anni dopo scoprirà che forse la fatica non valeva lo spettacolo. Rimane, comunque, il rapporto con i Pink Floyd, un gruppo che ha fatto la storia della musica e che ha accompagnato la storia o le storie di parecchi di noi.]</p>
<p><a href="http://www.anonimascrittori.it/savile-row-speciale-pink-floyd-ep-1/" target="_blank">La realtà di Zaphod (ep. 1)</a></p>
<p><strong>IL SOGNO DI BIG ONE.</strong></p>
<p>Oggi Alice ha ventuno anni ed è bellissima. Non ricordo con precisione quando cade il suo compleanno, dovrebbe essere intorno al 10 di luglio, ma non ci scommetterei. Però sento ancora viva la preoccupazione provata quando, al lavoro, Alessandro mi disse che correva all&#8217;ospedale perché Antonietta stava partorendo con quasi due mesi d&#8217;anticipo. Beh, direte voi, è normale  stare in apprensione per una bimba nata settimina. Certo, rispondo  io, specialmente se questo farà saltare il tuo viaggio a Venezia.<br />
Andiamo con ordine: i personaggi di questa storia sono Alice (la bimba settimina), Antonietta (la madre impaziente di partorire), Alessandro (padre di Alice, marito di Antonietta e mio collega d&#8217;ufficio).<br />
(Vabbè, dice, adesso ti sei inventato questa storia della famiglia dove tutti i componenti hanno il nome di battesimo che inizia con la lettera A. Tutta qua la tua fantasia? A parte il fatto che questa è una storia vera e che Antonietta e Alessandro ciànno pure un maschio che si chiama Andrea, conosco anche una famiglia composta da Germana e Giacomo ai quali è nato Giulio e un&#8217;altra dove Matilde e Marco hanno due figli che si chiamano Mattia e Manuel. Sarà solo un vezzo ma ognuno chiama i figli come gli pare.)<br />
Ma torniamo alla nostra storia e ai suoi personaggi tra i quali c&#8217;è Daniela (oggi mia moglie ma allora non eravamo sposati), c&#8217;è il sottoscritto e poi ci sono loro, i veri protagonisti di questa vicenda: i Pink Floyd!</p>
<p>Io i Pink Floyd li avevo visti l&#8217;anno prima a Roma allo stadio Flaminio (11 luglio 1988). Era il tour in cui presentavano A Momentary Lapse of Reason, disco della riunione dopo l&#8217;abbandono di Waters e in cui Richard Wright, tastierista, compariva solo come musicista esterno alla band.  Ad assistere a quel concerto venne pure Daniela. L&#8217;aveva fatto per me perché quello non è il genere di musica che le piace. Lei adora il jazz e la musica classica e se proprio deve uscire dalle sue abitudini puoi farle ascoltare Jobin, Toquino o Chico Buarque. I Pink Floyd proprio no. Però la convinsi a venire a Roma e feci male perché quel concerto non piacque neanche a me. Lo so, se chiedete in giro, chiunque abbia assistito a quella serata vi parlerà dello show più sorprendente della sua vita ma per me non fu così. Quello che ascoltai non fu mai all&#8217;altezza di ciò che vidi perché se dal punto di vista della costruzione dello spettacolo tutto fu perfetto - luci, colori, scenografia, oggetti volanti (ricordo un maiale, un letto), lo schermo rotondo sul quale venivano proiettate immagini in perfetta sincronia con i brani suonati - la parte musicale fu uno show senza anima, una esibizione senza emozione, con esecuzioni fredde da studio di registrazione. Fu come ascoltare una musicassetta durante un viaggio in autostrada. Una serata che non mi lasciò niente.<br />
Però i Pink Floyd a Venezia che suonano su un palco galleggiante di fronte a Piazza San Marco non me li sarei mai persi. Poteva anche essere il più brutto concerto del gruppo però una scenografia naturale ed emozionante come quella della laguna dove l&#8217;avrebbero  più trovata?<br />
Così quando si sparse la voce decisi che sarei andato e anche quella volta trovai la complicità di Daniela richiamata dal fascino di Venezia. Quale occasione migliore - le dissi - si parte mercoledì in macchina, giovedì e venerdì giriamo per le calle e facciamo i turisti, sabato sera facciamo i rockettari e domenica si torna a casa.<br />
Fissai una camera in una pensioncina di Marcon, un paesino a meno di trenta chilometri dal capoluogo. La prenotazione, fatta molto tempo prima che la notizia del concerto diventasse di dominio pubblico, mi permise di spuntare un prezzo onesto.<br />
E pensare che se quel concerto si fosse tenuto dieci anni prima io non lo avrei neanche preso in considerazione. Io i Pink Floyd li seguivo dal &#8216;71, da quando acquistai Atom Heart Mother, il mio primissimo album in vinile. In realtà il disco è del &#8216;70 ma c&#8217;ero arrivato con un po&#8217; di ritardo. A quei tempi dovevo ancora compiere sedici anni e non avevo neanche l&#8217;impianto stereo. A casa c&#8217;era un vecchio giradischi bianco e rosso che si chiudeva come una valigia e quando lo aprivi aveva l&#8217;altoparlante inserito nel coperchio. Un solo altoparlante per un giradischi rigorosamente mono che se alzavi troppo il volume gracchiava come una cornacchia. Eppure ascoltai quel disco così tante volte da consumarlo. Lo imparai a memoria tanto da apprezzare gli arrangiamenti con i corni che introducono la facciata A, il nitrito dei cavalli, il motore di una moto che si allontana, l&#8217;esplosione, insomma tutte le novità esaltanti per uno che fino al giorno prima ascoltava Lisa dagli occhi blu (senza le trecce la stessa non sei più) e per il quale il massimo della trasgressione era Emozioni di Lucio Battisti perché guidava a fari spenti nella notte.<br />
Dopo Atom Heart Mother venne Meddle altro disco del quale conoscevo pure quanti secondi passavano tra una traccia e l&#8217;altra, compagno di tanti pomeriggi di studio con Augusto, il mio compagno di banco.<br />
Però dopo The Wall, uscito nel &#8216;79, io mi distaccai dal gruppo perché deluso da quel disco. Ma come - dirà qualcuno - uno dei capolavori tra le opere rock ti fa allontanare dai suoi creatori? Che ci volete fare. Ancora oggi mi scopro a perdere in obiettività quando una cosa viene acclamata da tutti. Sento puzza di banale e la boccio. Sbagliando quasi sempre.<br />
Ecco perché se i Pink Floyd avessero organizzato il concerto di Venezia dieci anni prima io non sarei andato. (Dopo qualche anno rivedrò il mio giudizio su The Wall e acquisterò ogni  diversa versione uscita sul mercato.)<br />
Nel 1983 mi reintegro nella vasta schiera dei fan grazie al  mio amico Claudio, compagno di squadra e coinquilino che mi obbliga ad ascoltare dalla mattina alla sera The Final Cut. E se quel disco riavvicina me sarà la causa (più precisamente fu l&#8217;ultimo pretesto) dello scioglimento del gruppo che avverrà ufficialmente nel 1985.</p>
<p>Ed eccoci finalmente al 1989 e alla festa del Redentore in occasione della quale i nostri decidono di esibirsi in mondovisione.<br />
Tutto era pronto per la partenza. Con Alessandro ci eravamo organizzati per le ferie estive e per non lasciare l&#8217;ufficio scoperto io mi sarei preso quei tre giorni per il concerto, sarei andato un paio di settimane al mare ad agosto e poi lo avrei lasciato libero in attesa del parto di Antonietta previsto per i primi giorni di settembre.<br />
Invece quel giorno squillò il telefono e Alessandro scappò in ospedale per assistere Antonietta durante il parto. Lui chiuse la porta e il mio viaggio si smaterializzò con grande piacere del proprietario della pensione di Marcon il quale, oltre a trattenere la mia caparra, si ritrovò con una matrimoniale libera da affittare al doppio del prezzo a pochi giorni dal concerto.<br />
Per fortuna la nascita prematura non causò conseguenze alla bambina né alla madre e dopo tutte le cure del caso Alice crebbe sana e, come dicevo all&#8217;inizio, oggi ha ventuno anni. Io, invece, costretto a coprire il turno al lavoro, seguii il concerto in tivù.</p>
<p>Dopo tanti anni, molti particolari di quella serata sono sfumati via però la rabbia ogni volta che i cameramen inquadravano la laguna col palco galleggiante sullo sfondo, quella è ancora viva.<br />
“A quest&#8217;ora potevamo essere lì”. Dicevo ogni dieci minuti a Daniela la quale, stoica, mi fece compagnia durante tutta la trasmissione, anche se mi accorsi che ogni tanto sonnecchiava. Di quella serata mi rimangono anche tutti i ricordi fissati dalle innumerevoli volte che  ho raccontato la mia delusione per la mancata partecipazione. Restano il colpo d&#8217;occhio sulla marea di persone accalcate in piazza San Marco, alcuni brevi flashback di immagini: Mason totalmente coperto dall&#8217;architettura della sua batteria, Gilmour statico al centro del palco e Wright defilato in un lato della scena, anche quella volta musicista di supporto, oggetto estraneo alle vicende degli altri due. Ci sono le barche che galleggiano tra la piazza e il palco e il sogno di poter stare li, dondolato dalla laguna e dalla  musica. Ed infine, scolpite ed indelebili, rimangono le tre vocalist e i loro assolo in The Great Gig In The Sky, uno dei brani più belli mai composti, nato dal genio di Wright per la colonna sonora di Zabriskie Point ma che Antonioni non ritenne adatto al film. Prima di essere inserito in The Dark Side of the Moon il pezzo fu arricchito dalla splendida voce di Clare Torry che - si dice - improvvisò sulle note eseguite al piano. A questo punto bisognerebbe aprire un capitolo a parte per attribuire alla cantante inglese i giusti meriti. Mi limiterò a ricordare che in parte qualcosa le fu assegnato dall&#8217;Alta Corte di Giustizia della Gran Bretagna che nel 2005, almeno dal punto di vista legale, le riconobbe la creatività artistica apportata alla canzone e le permise di aggiungere il suo nome a quello di Wright come coautrice del brano.<br />
Il 19 luglio 1989 le note improvvisate sedici anni prima nello studio di Abbey Road  aleggiarono sulla laguna veneziana e io mi chiesi se anche lui, Il Grande Carro Nel Cielo, fosse presente per assistere dall&#8217;alto al suo tributo.  Non resta altro se non il rimpianto per non aver mai potuto dire: “I Pink Floyd a Venezia? Certo che me li ricordo ero lì!”</p>
<p>Oggi Alice ha ventuno anni, è bellissima e sta per diventare madre. Alice è la ragazza di mio figlio Gabriele, nato il 15 luglio del 1990, esattamente un anno dopo il concerto di Venezia.<br />
Anche se da qualche anno non lavoriamo più nello stesso ufficio con Alessandro non abbiamo mai smesso di frequentarci. I nostri figli, prima cresciuti insieme grazie a noi, dopo qualche anno in cui si erano persi di vista, hanno ricominciato a vedersi fino a scoprirsi  innamorati. Alcuni mesi fa ci hanno convocato. Volevano parlarci. Abbiamo pensato che volessero confessarci il loro amore (ufficialmente ignoravamo la cosa) e  invece ci hanno detto della gravidanza. Avevano già deciso tutto: volevano il bambino ma ognuno avrebbe continuato a vivere in casa propria e fino alla laurea e a un lavoro sicuro non si sarebbe parlato di matrimonio. Pensate che siano troppo giovani? Beh, sapete anche voi come vanno certe cose. A noi non restava che prendere atto delle loro decisioni e assecondarli.</p>
<p>Alice dovrebbe partorire durante la prima settimana di settembre e in famiglia, Daniela ed io, siamo pronti a scattare per accompagnare Gabriele ad assistere al parto. Lui non guida, non ha la patente perché dice che non si sente ancora pronto. Padre si e pilota no. Vabbè, noi restiamo a disposizione anche perché, diventando nonni per la prima volta, siamo emozionati quanto lui e saremo presenti ad ogni costo.</p>
<p>Roberto, il mio giovane e cinefilo collega d&#8217;ufficio, ha già prenotato  una pensione per la mostra del Cinema a Venezia in svolgimento dal 1 all&#8217;11 settembre 2010.<br />
Sono sicuro di conoscere l&#8217;epilogo di questa storia  ma per il momento non ho nessuna intenzione di svelargli la sorpresa finale.</p>
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		<title>Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 6)</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 08:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[Roberto Cerisano, insieme all'avvocato Perduto, stanno accompagnando la nostra estate con cinismo e 'peroncini'. Dal buddismo agli esperimenti psicologici, sembra che la vita e le opere del titolo si stiano avviando verso il fallimento, con una moglie, e una bambina, che non ne vogliono più sapere. E intanto avanzano sogni proibiti.]
Vita e opere di Sebastiano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://img175.imageshack.us/img175/1623/perduto6.jpg" alt="" width="360" height="560" />[Roberto Cerisano, insieme all'avvocato Perduto, stanno accompagnando la nostra estate con cinismo e 'peroncini'. Dal buddismo agli esperimenti psicologici, sembra che la vita e le opere del titolo si stiano avviando verso il fallimento, con una moglie, e una bambina, che non ne vogliono più sapere. E intanto avanzano sogni proibiti.]</p>
<p><a href="http://www.anonimascrittori.it/vita-e-opere-di-sebastiano-perduto-1-ep/" target="_blank">Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 1)</a><br />
<a href="http://www.anonimascrittori.it/vita-e-opere-di-sebastiano-perduto-2-ep/" target="_blank">Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 2)</a><br />
<a href="http://www.anonimascrittori.it/vita-e-opere-di-sebastiano-perduto-ep-3/" target="_blank">Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 3)</a><br />
<a href="http://www.anonimascrittori.it/vita-e-opere-di-sebastiano-perduto-ep-4/" target="_blank">Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 4)<br />
</a><a href="http://www.anonimascrittori.it/vita-e-opere-di-sebastiano-perduto-ep-5/" target="_blank">Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 5)</a></p>
<p><strong>VITA E OPERE DI SEBASTIANO PERDUTO (EP. 6)</strong></p>
<p>Ah, ce ne fossero di ragionieri Gisello Conti. Un brava persona. Niente da dire. Educato disponibile e preciso. Mille euri mi deve dunque. Buono a sapersi. Potevo chiedergli se aveva l’acido per quella pianta nefasta e invece mi tocca di uscire. Va là, diamogli un altro giorno di vita. Che se la goda pure lei questa radiosa giornata di maggio. Un altro giorno ti concedo, fanne buon uso. E voi api, la mensa è finita, andate a fare i vostri rituali d’impollinazione altrove. La casa ha chiuso. Un po’ di decenza che diamine. Baccanali sul mio terrazzo non saranno più tollerati. Troppo a lungo ho permesso concesso, fatto finta di non vedere. E quella che fa? s’arrampica indisturbata sulla colonna del mio terrazzo, da rifugio ad ogni specie di bestia, si concede a rapporti zoofili. Alla luce del sole, senza ritegno. Apre i suoi fiori vergini e osceni al primo che capita. C’ho visto calabroni grossi così penetrare quei petali candidi e profumati. Farfalle e mosconi e ogni cazzo di coso stanno tutto il giorno in fila. Il cactus invece. Viene su dritto tutto d’un pezzo, dignitoso. Un cazzone rigido e fiero. Un eroe. Nessuno lo avvicina o tenta lo stupro. Cazzo, che uomo quel cactus. Un generale. Nella piramide esistenziale del ragioniere starebbe al vertice, svetterebbe come un gonfalone.</p>
<p>Voci di condominio… voci di condominio… mi dovrò preoccupare? in realtà una serie di circostanze  potrebbero lasciar credere che… come diciamo noi gente di foro? due indizi fanno una prova. Quell’infima creatura che abita il piano qui sotto. Sempre in finestra allerta. Segue le mosse di tutti e ha una bocca tanto. È disgustosa, vecchia infame. Solo da lei può arrivare. Ma l’aggiusto io, se si è azzardata… non so neanche io cosa potrei farle. Le frantumo la buca delle lettere, le sfascio il citofono, le piscio sul tappetino, vecchia malvagia. Un gran spavento, ecco cosa ci vorrebbe. C’ha tre by-pass la vecchia. Le appendo un topo morto sulla porta così l’ammazzo. Dove lo vado a prendere un topone? nelle paludi? dicono ci siano delle pantegane grosse tanto. Ci vogliono i fucili per farle fuori. E io il fucile non ce l’ho. Poi dici gli americani: entri in un negozio e esci come a Pecos Bill. Diritto di difesa. Sacrosanto, questi americani la sanno lunga, tesoro mio, loro sono avanti. Vedrai, tra dieci quindici anni anche da noi si comincerà a vendere armi, ognuno potrà imbracciare il suo fucile e difendere i suoi beni e la famiglia. Mi vuoi rubare la macchina: Bang. Cosa? dici a me? ce l’hai con me? vorresti il mio Rolex? Bang Bang. Va’ là, tesoro mio, la sicurezza aumenterebbe. Ognuno avrebbe dentro casa la sua una Colt 45 carica e oliata, splendente. Mai visto che buchi fa una 45? e il rumore? una bomba. Apre varchi in mezzo allo stomaco grossi così. E io risolverei il mio problema con la vecchia.</p>
<p>«Pronto sono l’avvocato Perduto, del piano di sopra… sì signora… sì, come sta?… sono contento… e beh certo… alla sua età… ma quanti anni ha… accidenti, e quanti by-pass… ah, solo… non saprei, voci di condominio, male lingue… parlavano di almeno quattro… dice due allora… come vuole lei signora… ahà… ahà…no, dicevo male lingue. Le dovrebbero tagliare, non è d’accordo signora, un taglio alla riunione condominiale e via, e riprovati a parlare… no dicevo che alle male lingue dovrebbero tagliare la lingua, appunto, ma che è sorda?… a sente male. Io, per esempio, se qualcuno, qui nel palazzo, dicesse qualcosa sul mio conto, qualcosa di osceno e infamante, e lo andasse a raccontare in giro e per caso arrivasse alle orecchie di mia moglie, io farei qualcosa di terribile a quella persona, ora non saprei dirle, ma gliela farei pagare in modo crudele, non solo a lei, ma a tutta la famiglia, figli e nipoti… no, no, signora, non dico a lei, mi riferisco a quest’ipotetica persona. Non esiterei a seviziare e uccidere… pronto… pronto signora… non la sentivo più, tutto a posto?… Bene, ci risentiamo signora, io sono quassù, è un attimo. Stia bene…»</p>
<p>S’è fatto proprio tardi. Accidenti. Direi che non ce la posso fare a prepararmi e uscire. Il tempo che mi lavo faccia denti, spunto la barba e mi vesto… ma poi che esco a fare? i telegiornali già lanciano l’allarme caldo e l’umidità e la siccità.</p>
<p>Attenzioni vecchi, per tirare a campare ancora un po’ rifugiatevi nei supermercati, nei reparti surgelati.</p>
<p>Questa è la lobby della grande distribuzione, che all’occorrenza ha siglato accordi con la lobby farmaceutica e il sindacato meteo. Ci guadagnano tutti. Aumentano i consumi degli ipermercati. Queste orde di vecchi con la pensione in tasca che vagano storditi da uno reparto all’altro, e che devono passare almeno la parte più calda della giornata al riparo dal sole, se no tirano le cuoia su qualche panchina o in qualche appartamento. Spesso si ammalano perché il passaggio dalle temperature dei frigo all’esterno non perdona. E vai allora con le medicine. Ogni giorno così. Si alzano, consultano il meteo e scivolano verso super mercato più vicino. Sembrano tartarughe, con la loro pelle seccata dal sole e l’incedere lento. Tartarughine appena nate che corrono verso il mare.<br />
La vecchia qua sotto s’è spaventata. Altroché. Le ci vorrebbe un colpo pure a lei.</p>
<p>VECCHIA TROVATA MORTA DA QUINDICI GIORNI NEL SUO APPARTAMENTO. FORSE UN MALORE DOVUTO AL CALDO. A LANCIARE L’ALLARME UN VICINO DEL PIANO SUPERIORE INSOSPETTITO DALL’ODORE DI CADAVERE DI VECCHIA.</p>
<p>«Ma lei non si è accorto di nulla? possibile?»<br />
«Possibilissimo. Per qualche giorno ho pensato che la vecchia avesse problemi di digestione, sa, l’età. Poi però ho capito che era proprio lei, dall’odore credo, e ho chiamato la polizia per portarla via.»<br />
Che gioia sarebbe. Mi verrebbero a intervistare e mi chiederebbero un sacco di cose sulla vecchia.<br />
«Io la conoscevo bene, avevamo ottimi rapporti di vicinato. Soprattutto dopo il fattaccio… saprà… pare sia stata indagata per la morte del marito; ma poi tutto s’è risolto, per mancanza di prove mi pare dicesse la sentenza. Ma noi abbiamo avuto sempre fiducia, non abbiamo creduto ai pettegolezzi, PERCHÈ I PETTEGOLEZZI FANNO SOLO DEL MALE, non abbiamo creduto che avesse architettato tutto con il suo amante. Quello è venuto dopo, dopo che il marito era morto. Beh subito dopo, ma che doveva fare una vecchia donna sola? aveva ancora sessantacinque anni. Era sempre così audace nel vestire, elegantissima, scollatissima, però se lo poteva permettere con quelle zizze, sì scusi, i seni. Il suo nuovo uomo c’aveva sempre le mani infilate in mezzo alle… al seno, e devo dire che si facevano sentire da lì sotto. Una brava donna onesta e proba, un po’ rumorosa. Casa e chiesa, e quando avrebbe voluto sposarsi quello l’ha abbandonata. Le siamo stati tutti vicini. Andava sempre in chiesa con un velo nero di merletto che le copriva appena il viso e scendeva sul seno, per nasconderlo a Dio. Al prete no però. Eeeh, si dice si dice. Sa, questi preti, una vita con le mani in tasca, a fare da soli, e la signora era molto sexy con quel velo trasparente e la carne sotto. Ma non mi faccia dire cose. Posso dire però, che a Pasqua San Marco e Natale, il prete sempre a benedire il condominio e gli appartamenti. Dio è dalla nostra. Olè.»<br />
Ah, signora Tettamanzi, avessi dieci anni di più insidierei il suo talamo, solleverei quel velo di merlo e scoprirei gli abissi che celano i suoi fianchi, studierei le grinze di ogni piega, resterei in contemplazione dell’incedere del tempo su quel corpo generoso di carne, il grasso e i muscoli come le donne del 1920. Braccia e spalle possenti, lavoratrici, come solo la mamma italiana, cosce robuste, sane, marmoree, salde. E il culo grande e generoso. Un santo culo italiano, sodo ma morbido, bianco. E le tette, color latte, innocenti, la vita. Ah signora Tettamanzi, se ne avessi la forza la solleverei e la farei roteare, ascolterei i sospiri di gioia e mi tufferei nella sua carnalità. Grandi cose per noi ho in mente, daremo scandalo. Saremo all’ordine del giorno dell’assemblea condominiale. Delibere sul nostro affair. La chiamerei “mamma” e lei mi chiamerebbe “piccolo mio”, liberi dall’omicidio. Liberi dalla minacce della fertilità. Ah signora Tettamanzi. Ah signora Tettamanzi. Una scala a chiocciola, piccola, in ferro battuto, scenderebbe dentro la sua stanza, ogni notte aprirebbe il varco; silenzioso come il buio scivolerei nelle lenzuola di satin color carne e sentirei il suo respiro, un tamburo; le tette sollevarsi le spalle allargarsi la pelle contrarsi sotto le mie dita mentre le cosce s’irrigidiscono. Mi dai le terga? ma il mio abbraccio non ce la fa a cingerti, quanta sei. Temi possa giudicarti? “le terga al nostro primo rendez vous? che sfacciataggine signora Tettamanzi.” Io so che il tuo è pudore, un prendere le distanze, ma la cosa non mi indispone, ho una mente stravagante io, ti copro con più ardore. Tum tum tum, il tamburo pompa. Tum tum tum. Ah, signora Tettamanzi. Sono uno spericolato. Stia attenta.</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Trattoria Rosellini (ep. 3)</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 08:00:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[TRATTORIA ROSELLINI si legge nero su giallo in caratteri desueti e   sotto, in piccolo, aggiunto a mano con la pennellessa del trenta, BAR e   BOCCE. Siamo alla terza puntata della novella scritta da Marco  Berrettini. Ritorna la signora Rosa, i suoi modi materni e la sua cucina. Pinuccio, questa volta, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.funconero.it/uploads/image/strutture/Da%20Sara%20Sirolo.jpg" alt="" width="384" height="288" />[TRATTORIA ROSELLINI si legge nero su giallo in caratteri desueti e   sotto, in piccolo, aggiunto a mano con la pennellessa del trenta, BAR e   BOCCE. Siamo alla terza puntata della novella scritta da Marco  Berrettini. Ritorna la signora Rosa, i suoi modi materni e la sua cucina. Pinuccio, questa volta, si ritrova di fronte agli ossobuchi della signora Rosa.]</p>
<p><a href="http://www.anonimascrittori.it/trattoria-rosellini-1-ep/" target="_blank">Trattoria Rosellini (ep. 1)</a><br />
<a href="http://www.anonimascrittori.it/trattoria-rosellini-2-ep/" target="_blank">Trattoria Rosellini (ep. 2)</a></p>
<p><strong>RISOTTO E OSSOBUCHI</strong></p>
<p>Piatto unico oggi, ma con l’antipasto. Pinuccio è stato in gita a Varzi domenica e ha fatto scorta di salami. Troppi. Quando la Rosa l’ha visto arrivare con la vecchia Volvo stipata si è messa le mani nei capelli e ha cominciato a ripetere la tiritera di sempre.<br />
- A l’è tròp bamba per vès el mè fiò, è troppo scemo per essere mio figlio, troppo. L’avranno cambiato nella culla in ospedale, in fondo non assomiglia né a me né al povero Giovanni. -<br />
Centotrentasette salami avanti di stagionatura, ma la cantina della trattoria è già colma ce ne staranno al massimo settanta appesi come si deve, si rischia che gli altri secchino e poi ti tocca fare sughi, buoni certo, ma che spreco.<br />
- Un affare, era un affare. - continuava a ripetere Pinuccio, mogio, sotto i colpi di giornale che gli venivano sferrati a ritmo lento dalla madre ormai arresa.<br />
Bisognerà trovare il modo, almeno per un mese, di servirli d’antipasto, non tutti i giorni se no viene la nausea. Faremo un piatto unico. Busècca, cassöeula, polenta e formaggio, e gli ossibuchi col risotto.<br />
Eccoci qua, con la Rosa che racconta la storia di Varzi e noi che ridiamo e spelliamo e giù pane che riempie sì, ma fa diventare sordi dice lei.<br />
- Vedrà che se gli fa un buon prezzo qualcuno se li porta a casa un po’ di quei salami. -<br />
- Tì, Bortolo, a l’è na traturia ‘sta chi, minga un supermarket. -<br />
A pensarci bene, però, che c’è di male, la Rosa mi sorride e torna in cucina, in fondo questa storia dei piatti unici non le dispiace più di tanto.<br />
Sì, per gli ossibuchi per esempio, la preparazione è un po’ più lunga, ci sono da tritare chili di aglio, prezzemolo, scorza di limone, infarinare la carne, dorarla, seguirla passo passo bagnandola col vino bianco, preparare il risotto alla cottura giusta che poi va finito con il sugo della carne. La puccia, che è la parte più importante, qualche cliente adora trovarci lo spicchio d’aglio abbrustolito altri lo aborrono e lei lo sa, ma quando arriva il momento di servire bisogna già avere programmato tutto e non puoi impazzire a cercare uno spillo bruno in un mare di condimento, devi avere ordinato con cura tutto prima. Per queste cose la Trattoria Rosellini è speciale, perché anche se non puoi scegliere alla carta, anche se o mangi ‘sta minestra o salti la finestra puoi stare certo che i tuoi piccoli vizi la Rosa li conosce e te li soddisfa.<br />
Un gran lavoro, ma poi a pranzo, quando tutti sono serviti, c’è più tempo per scambiare qualche chiacchiera, qualche battuta, sedersi un attimo e condividere un bicchiere e allora diventa tutta una famiglia, una tribù, non solo più la trattoria.<br />
A volte capita che entri qualcuno di passaggio, per caso, da solo ovvio, che se fosse in compagnia di un habitué già gli sarebbe chiaro il mondo. Quando capita, la Rosa interrompe qualunque cosa stia facendo, nessuno osa protestare, tutti sanno, praticamente un rito, compare dalla cucina col cappello bianco abbagliante, il grembiule a quadri rossi in cui si asciuga le mani ben sciacquate e gli zoccoli di legno, accenna un lieve inchino e fissa negli occhi il nuovo commensale.<br />
- Buongiorno signore, benvenuto alla Trattoria Rosellini. Gliel’ha consigliata qualcuno o è solo di passaggio? –<br />
Nel caso la presenza sia frutto del passaparola la Rosa taglia corto:<br />
- Allora sa già tutto, spero si trovi bene e se no se la prenda col suo amico che se ha sbagliato vuole dire che non la conosce. –<br />
Quando, invece, è proprio un caso allora la Rosa si accomoda sulla sedia di fronte, fissa per interminabili istanti negli occhi la persona e poi esclama:<br />
- Il destino ha progetti strani per noi, non so se lei è credente o meno e non mi interessa, ma sappia che questa è una famiglia e qui comando io, quelli che vede intorno sono tutti suoi fratelli, qui si parla di tutto non c’è problema, ma la bocca serve soprattutto per mangiare, quindi facciamo i bravi se no son guai, chiaro?  -<br />
Versa due bicchieri di rosso e suggella il patto. Di solito dall’altra parte c’è silenzio, poi, e questo non lo so se fa parte della trama, c’è sempre il rumore di piatti rotti e una bestemmia.<br />
La Rosa alza gli occhi al cielo, si congeda dal bicchiere e grida:<br />
- Pinuccio! Cosa lavoriamo a fare? Per mantenere quello che ci vende i piatti?<br />
Il benvenuto al nuovo amico è completo, tra tutti i figli ora sa anche che ce n’è uno, coi capelli lisci, la riga da una parte e il sorriso permanente che è un po’ più scemo degli altri e che sciorina madonne come fossero ciliegie.</p>
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		<title>La Striscia #16 - It&#8217;s evolution, baby!</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 08:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[Nonostante i ritmi rallentati, dal caldo e dalle vacanze, di AnonimaScrittori.it, non potevamo farvi perdere un'altra puntata de La Striscia del nostro Stefano Tevini. Questa volta è il turno dei mutanti più famosi: X-Men. Si entra nel fantastico mondo della Marvel Comics e di una delle serie più fortunate della storia del fumetto, probabilmente conosciuta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://img1.fantasticfiction.co.uk/images/n24/n120407.jpg" alt="" width="221" height="333" />[Nonostante i ritmi rallentati, dal caldo e dalle vacanze, di AnonimaScrittori.it, non potevamo farvi perdere un'altra puntata de La Striscia del nostro Stefano Tevini. Questa volta è il turno dei mutanti più famosi: X-Men. Si entra nel fantastico mondo della Marvel Comics e di una delle serie più fortunate della storia del fumetto, probabilmente conosciuta dai più attraverso la celluloide.]<br />
<strong>PUNTATA NUMERO 16: IT&#8217;S EVOLUTION, BABY!</strong></p>
<p>Identità razziale ed evoluzione sono le tematiche che stanno alla base del concept degli X-Men, gruppo di supereroi di punta dell’universo editoriale Marvel Comics.<br />
Evoluzione, perché gli X-Men sono mutanti : non hanno ottenuto superpoteri per via di un improbabile incidente, non hanno dedicato una vita al raggiungimento dell’eccellenza in qualche campo e non possiedono oggetti dalle facoltà miracolose, semplicemente sono nati diversi, il passo evolutivo successivo all’homo sapiens : l’homo superior.<br />
Identità razziale perché, se la diversità genera xenofobia, una diversità che va oltre l’umano accresce il problema in proporzione.<br />
Gli X-Men sono quindi dei paria che lottano per una società dove umani e mutanti possano vivere in piena integrazione.<br />
E’ su questa idea di fondo che Grant Morrison, nella sua gestione della collana “New X-Men” durata da luglio 2001 a maggio 2004, lavora. L’approccio tipico dello scrittore scozzese ai fumetti di supereroi è l’individuazione del core concept del personaggio piegando ogni elemento necessario a renderlo vitale e attuale.<br />
In questo caso il risultato è impressionante : l’evoluzione umana accelera e i mutanti si moltiplicano a dismisura diventando un fenomeno di scala planetaria, una presenza estremamente rilevante in termini politici e culturali. In pieno spirito di adattamento, gli X-Men gestiscono la situazione diventando<br />
X-Corporation, una multinazionale con sedi in tutto il mondo la cui mission è proprio monitorare e gestire gli affari mutanti.<br />
Morrison dà a una collana supereroistica come le altre un respiro più ampio, al punto che si possono considerare i quasi tre anni della sua gestione come un unico romanzo corale di fantascienza politica.<br />
La diversità come motore delle sottoculture e della contaminazione culturale, l’identitarismo violento, la mutazione come allegoria della crescita verso la maturità, tutto trova spazio in una narrazione pop e spregiudicata che affronta a briglia sciolta personaggi e situazioni consolidati da quarant’anni di pubblicazione cambiande senza nessun timore ma restando fedele alle stesse.<br />
Indicativo è, in questo senso, il character design : via le tute elasticizzate e largo alle uniformi, come alle origini degli X-Men, solo che stavolta si tratta di divise con un taglio che ricorda da vicino una gang o una banda di motociclisti, a voler sottolineare il cambiamento da semplici supereroi a rappresentanti di una minoranza in crescita che si organizza per ottenere la visibilità e la dignità che ritengono spetti loro di diritto.<br />
Sul piano grafico, purtroppo, la serie soffre di una certa discontinuità. Frank Quitely, Ethan Van Sciver, Igor Kordey e gli altri disegnatori che si alternano in questo periodo hanno stili differenti, talvolta non di poco, e pur trattandosi artisti molto validi si perde il senso di unità estetica togliendo all’opera quell’atmosfera da grande romanzo che ne magnifica i testi. Le tavole restano molto belle, specialmente quelle di Quitely, ma in questo caso si poteva e si doveva fare di più.<br />
“New X-Men” di Grant Morrison è un esempio di come si possano spingere le potenzialità di un mezzo espressivo fino a dargli una marcia in più, un lavoro il cui più grande difetto è aver creato uno standard che chi è venuto dopo, ovvero un sopravvalutato Joss Whedon (autore di Buffy l’Ammazzavampiri), non è stato in grado di reggere.</p>
<p>Bibliografia :<br />
Grant Morrison, X-Men : E come Extinzione, ed. italiana Panini, 2009, 176pp., € 12<br />
Grant Morrison, X-Men : Imperiale, ed. italiana Panini, 2009, 208pp., € 13<br />
Grant Morrison, X-Men : I nuovi mondi, ed. italiana Panini, 2009, 220pp., € 15<br />
Grant Morrison, X-Men : Rivolta Mutante, ed. italiana Panini, 2009, 240pp., € 18<br />
Grant Morrison, X-Men : Pianeta X, ed. italiana Panini, 2010, 232pp., € 18</p>
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		<title>Savile Row - Speciale Pink Floyd (ep. 1)</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 08:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Assaggi, suoni, visioni e letture]]></category>

		<category><![CDATA[Savile Row di Stefano Cardinali]]></category>

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		<category><![CDATA[Venezia]]></category>

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		<description><![CDATA[[Da una semplice chiacchierata sulla musica, da uno scambio d'esperienze sui concerti visti, dall'amore verso uno dei gruppi più importanti della storia del rock, può nascere un progetto di scrittura. In questo caso i protagonisti sono Massimiliano 'Zaphod' Lanzidei e Stefano 'BigOne' Cardinali che, parlando di Pink Floyd, hanno toccato l'argomento "concerto di Venezia". "Lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://data.kataweb.it/kpmimages/kpm2/xl/2009/07/01/93305.pjpeg" alt="" width="550" height="370" />[Da una semplice chiacchierata sulla musica, da uno scambio d'esperienze sui concerti visti, dall'amore verso uno dei gruppi più importanti della storia del rock, può nascere un progetto di scrittura. In questo caso i protagonisti sono Massimiliano 'Zaphod' Lanzidei e Stefano 'BigOne' Cardinali che, parlando di Pink Floyd, hanno toccato l'argomento "concerto di Venezia". "Lo Show dell'Anno" gridavano i giornali, le radio e le tv. "Io c'ero" ha detto il primo, "io no" ha detto subito dopo il secondo, scuotendo la testa. Quando BigOne ha malcelato l'invidia con un "deve essere stato stupendo" e Zaphod ha risposto con onestà "beh, insomma", s'è venuto a creare un bel momento che, tutti e due, hanno ritenuto dovesse essere messo su carta - anche se virtuale -. Ed ecco, in poche righe, la genesi dello Speciale Savile Row sui Pink Floyd.]</p>
<p>[<em>Un avviso agli utenti: AnonimaScrittori.it continuerà a pubblicare articoli, racconti e recensioni per tutta l'estate. Senza interruzioni. L'aggiornamento non sarà però regolare. Seguiteci, collaborate e fateci sapere cosa ne pensate perché ci aspettano delle belle sorprese in autunno.</em>]</p>
<p><strong>IO C&#8217;ERO. ECCOME.<br />
di Massimiliano Lanzidei</strong></p>
<p>Da Latina siamo partiti in cinque. Di mattina presto con la Ritmo del padre di Marcello. Lui alla guida, io sul sedile del navigatore, con la cartina in mano, Gino e Massimo sul sedile posteriore con Riccardo stretto in mezzo.<br />
Con Massimo, Gino e Marcello i Pink Floyd li avevamo già visti l’anno prima a Roma. Stadio Flaminio. Due concerti. Io li ho visti entrambi. Loro solo il secondo giorno. Per tutti noi i Pink Floyd erano il mito. Non un mito. Proprio il mito. Per essere sicuro di esserci avevo comprato i biglietti per tutti e due i concerti sei mesi prima. E’stata la prima occasione in Italia in cui è stato possibile acquistare biglietti in prevendita tramite la banca. Il primo giorno utile ero alla sede centrale della Banca Nazionale del Lavoro, manco gli impiegati sapevano bene di che si trattava. Sicuramente sto capellone con l’eskimo che aspettava il suo turno allo sportello non faceva parte della fauna abituale della filiale. Ma sarei stato pronto a rapinarla la banca, se non avessero tirato fuori i biglietti. O a prendere in ostaggio tutti gli impiegati.<br />
Questa storia dei Pink Floyd era cominciata sui banchi del liceo. Quando è uscito il singolo Another brick in the wall part II  io facevo ancora la terza media. L’avevo sentita dai cugini più grandi, quelli di Roma, mentre – durante una pausa nell’annuale pranzo di festeggiamento per l’anniversario di matrimonio dei nonni materni – stavamo nella macchina di zio Michele e loro – i cugini grandi di Roma – commentavano potenza e qualità dell’autoradio mentre mettevano le cassette che si erano portati di casa. C’era vera monnezza in quelle cassette, mi ricordo una versione di On the road again di un gruppo che si chiamava i Barabbas, un altro matto che suonava tenendo una sedia con i denti e, giuro, pure una canzone intitolata Wojtyla Disco Dance. Non sto scherzando. A casa dei miei, dentro qualche mobile ci deve essere ancora il 45 giri. Eh sì, perché io poi me li compravo, quello che piaceva ai miei cugini grandi di Roma era oro colato. Da raccogliere a piene mani per poi vantarmi con quei provincialotti dei miei amici che non avevano parenti nella capitale.<br />
Come pure i modi dire.<br />
“Una cifra”, per dire tanti, io lo conoscevo un sacco di tempo prima che diventasse di uso comune pure da noi. Anzi, spesso mi viene il dubbio di essere stato io a importarlo in agro pontino.<br />
Comunque nell’autoradio in mezzo alla monnezza c’erano pure i Pink Floyd.<br />
E i Police.<br />
E la mia vita musicale ha preso una direzione di cui vado fiero ancora oggi.<br />
Al liceo ci scambiavamo commenti. Tutti avevano fratelli più grandi con discografia a cui attingere. Io un fratello più piccolo cui – complice mio padre – avremmo poi sottratto la mancia della prima comunione per contribuire all’acquisto di un sofisticato impianto stereo. Mezzo milione per piatto, amplificatore e casse. Nel 1983. Uno sproposito. Diciamo quindi che in quei giorni io dei Pink Floyd avevo una cassetta – registrata da un collega di papà - che portava da  un lato Animals e dall’altro Wish you were here. Era solo l’inizio degli anni ottanta. I miei compagni più grandi sembravano saperne più di me, ma neanche tanto, e parlavano con le parole dei fratelli maggiori “Eh, ma che ne sai tu, i veri Pink Floyd erano quelli di Syd Barrett.” E mica c’era internet o tutte le pubblicazioni musicali che sono uscite poi che sapevi vita morte e miracoli di tutti quanti. Allora io dicevo “Ciò Animals, ci sta Syd Barrett?” Macché, facevano loro, prima, prima. E io: “Ciò Wish you were here, lì ci sta Syd Barrett?” Macché, prima prima. “Vabbè, allora registratemi qualche disco più vecchio, no?” E mi portano Atom earth mother, che è una palla micidiale, ma non lo puoi dire perché sennò ti aspettano fuori casa e ti gonfiano. “Ah, lì ci sta Syd barrett,” faccio speranzoso. E loro “no, no, ma che Syd Barrett” però hanno deciso i fratelli che i Pink Floyd di Atom heart mother sono comunque più veri di quelli che si sentivano alla radio.<br />
Da questa impasse mi cava zio Franco - il padre del Torque - che per il compleanno si presenta con un bel pacchetto che indiscutibilmente contiene un disco. In vinile. I Cd ancora non esistevano, se non si è capito. Gli iPod non li sognavano neanche gli scenografi di 2001 odissea nello spazio. Apro il pacchetto e dentro c’è E già di Lucio Batttisti, appena sfornato e immesso sul mercato. S’è visto subito dalla mia faccia che di Lucio Battisti – pure se era stato a scuola con mio padre, e ogni tanto per far colpo lo dicevo, se capitava l’argomento – non me ne fregava un beneamato, e che quello non era assolutamente il disco che avrei voluto trovare nel pacco. “Però puoi cambiarlo con quello che ti pare,” fa mio Zio, perspicace, “già gliel’ho detto al negozio.” Il negozio era la Casa del disco – c’era quello e la Standa – all’epoca. La Standa era per i ragazzini e le femmine che si compravano i successi che davano alla radio o a Discoring. La Casa del Disco aveva tutto il resto, ma aveva l’inconveniente che i dischi sembravano sparsi a caso per il negozio. Erano catalogati, nei raccoglitori – invece che in ordine alfabetico – per casa discografica e per trovare il disco che cercavi ti facevi il segno della croce e andavi a caso. E quasi sempre il caso ti portava a dare un’occhiata alle copertine di Fausto Papetti che abbondavano di donne seminude.<br />
“Avevo pensato,” faccio comunque titubante  a zio Franco sotto lo sguardo inorridito di mia madre che non riesce a credere a tanta indelicatezza, “di prendere The Wall dei Pink Floyd.”<br />
S’è illuminato mio zio: “I Pink Floyd, ti piacciono i Pink Floyd, ma davvero, non ci posso credere, vieni con me, davvero ti piacciono i Pink Floyd, ma pensa che roba, andiamo dai facciamo un salto a casa.” E abbandoniamo il compleanno per prendere la macchina e arrivare fino a casa sua, dove lui scartabella dentro un armadio e tira fuori dei dischi e me li dà: “Tanto io non li ascolto più, figurati se tua zia me li fa ascoltare, prendili tu visto che ti piacciono.” E così entro in possesso del vinile di Animals, ma soprattutto di un doppio album che poi scopro essere la ristampa dei primi due dischi. E lì – nel primo dei due – il pifferaio alle porte dell’alba, The piper at the gates of dawn, è Syd Barrett. Solo un disco ha fatto il maledetto coi Pink Floyd! E una canzone del secondo. Ma porca troia, ce l’avevo. L’ho consumato quel disco. Prima sul vecchio giradischi di mio padre, poi sul prodigio della tecnica estorto al fratellino. Imparato a memoria. Perché me lo aveva regalato mio zio, perché c’era Syd Barrett,e perché era bello. Puttana miseria se era bello.<br />
Comunque nell’85 i Pink Floyd si sciolgono. Dopo aver sputato fuori un altro disco.  Ormai non rimane che imparare a memoria tutto quanto. Conosco i testi delle canzoni meglio di Roger Waters, sono documentato, ci scambiamo i bootleg con le registrazioni dei concerti, e sogniamo spettacoli fantasmagorici che non vedremo mai. Fuochi d’artificio, enormi palloni gonfiabili, suono quadrifonico, le improvvisazioni strumentali lunghissime. Esce pure il film di The wall. L’ho visto sette od otto volte al cinema, arrivo alla quattordicesima visione in vhs e perdo il conto.<br />
Poi – nel 1987 – si riuniscono. Non c’è Roger Waters, il disco è una mezza minchiata, ma è il nuovo disco dei Pink Floyd e ci fanno un tour mondiale. E vengono in Italia. A Roma. Ed eccomi alla filiale della Banca Nazionale del Lavoro a prendere i biglietti per tutti e due i concerti. Ecco perché.</p>
<p>A Venezia c’era casino già all’uscita dell’autostrada. Con la polizia a controllare a campione le macchine in arrivo. Stranamente a noi non ci fermano e arriviamo a Venezia Mestre abbastanza tranquillamente. Molliamo la macchina, memorizziamo la via, controlliamo gli zaini e raggiungiamo la stazione dei traghetti con facilità. C’è folla, ma non confusione. La traversata avviene senza problemi.<br />
E’ quando ci avviciniamo a Piazza San Marco che la densità umana aumenta. Le vie di accesso alla piazza sono già bloccate, o almeno così ci dicono, ma noi infiliamo un vicolo e siamo dentro. Malediremo più volte la nostra fortuna.<br />
Mancano cinque o sei ore all’inizio del concerto e c’è ancora margine di manovra per avvicinarsi un po’. Scavalcando gente seduta o sdraiata, chiedendo permesso ai gruppetti in piedi, facendo finta di dover riguadagnare una posizione persa per qualche improvviso bisogno fisiologico, ci spingiamo fino sul fianco del Palazzo Ducale. Lo spazio è transennato e protetto dalle forze dell’ordine per evitare che ci si possa introdurre nel Palazzo o nella Basilica.<br />
Raggiunta una postazione tranquilla attaccati alla transenna ci decidiamo ad alzare uno sguardo verso il palco. E’ lontano. Su una chiatta in mezzo alla laguna. E messo di tre quarti rispetto alla nostra postazione. Non fronteggia direttamente la piazza, ma piuttosto il prospetto del Palazzo Ducale. Solo che davanti al Palazzo Ducale non ci sono spettatori, ma solo le telecamere per la ripresa della diretta televisiva e i riflettori e le attrezzature di scena.<br />
Altri riflettori sono piazzati su tralicci sparsi qua e là in piazza. Su uno – proprio vicino a noi – si arrampica un fricchettone guadagnandosi una posizione invidiabile a mezza altezza. Poi sfodera da un tascapane un panino col salame all’aglio e inizia ad addentarlo.<br />
Nel corso del pomeriggio la situazione precipita. Più di duecentomila persone affollano la piazza. Pare che altrettante girino per la città. L’amministrazione comunale ha abbandonato i Pink Floyd e il suo pubblico al proprio destino. Non ci sono bagni chimici. Gli esercizi commerciali sono tutti chiusi per paura dell’orda di barbari. Neanche i cassonetti per le immondizie hanno messo.<br />
Come spesso accade nelle ore che precedono un concerto, il pubblico si muove di punto in bianco senza ragione apparente. Magari un gruppetto di persone delle prime file decide di averne abbastanza e si sposta per uscire. Subito qualcuno – che fino a qualche secondo prima era stato sdraiato a farsi una canna o un bicchiere di vino e a godersi il sole – scatta in piedi per occupare il posto lasciato vuoto. E così con un effetto a catena che provoca lo spostamento anche di migliaia di persone tutte insieme. Un veterano dei concerti come me o la maggior parte dei presenti non ci fa nemmeno caso, se ha voglia, anzi, approfitta della confusione per guadagnare posizioni e spostarsi in luogo più favorevole. A noi però la voglia c’era passata da quando avevamo visto la disposizione del palco.<br />
Le forze dell’ordine però non capiscono l’origine dei sommovimenti e si innervosiscono e cercano di governare l’ingovernabile.<br />
Un carabiniere cerca di convincere il fricchettone a scendere dal traliccio: “Dai che è pericoloso, vieni giù.” Quello – ormai ubriaco – in risposta (giuro) gli canta: “Che ne sai tu di un campo di grano…” Non rido e evito accuratamente di guardare qualcuno dei miei compagni o il carabiniere in questione. Verso il limitare della laguna la folla continua a ondeggiare. “Che ne sai tu di un campo di grano” continua imperterrito con il suo mantra il tizio arrampicato sul traliccio mentre il carabiniere – addirittura – prova a sporgersi per afferrarlo per un lembo dei jeans.<br />
Il rumore dalle prime file si fa più forte. Pare che la polizia abbia caricato gli spettatori. Si alzano cori. Si urla per mantenere la calma. La sensazione è quella dei topi in trappola. Da una parte il mare, dietro una muraglia di persone. L’unica via d’uscita per noi è verso la transenna. Proviamo a parlamentare con gli agenti, cerchiamo di convincerli a lasciarci uscire dalla parte loro. “Fateci passare, non ce ne frega niente del concerto, passiamo attraverso la Basilica, usciamo dall’altra parte e ce ne torniamo a Latina.” Niente da fare. Di più. Calano le visiere degli elmetti e alzano gli scudi. Noi indietreggiamo dalla transenna e – ovviamente – spingiamo in direzione contraria. E’ un miracolo che nessuno venga sospinto in laguna dai movimenti della massa. Poi, dopo una serie interminabile di tira e molla, tutto si cheta. Nel frattempo si è fatto l’imbrunire. Siamo stremati e sudati. E il concerto è l’ultimo dei nostri pensieri. Lo staff inizia a provare le luci. Il traliccio vicino a noi – il fricchettone ha approfittato della confusione per dileguarsi – non dà il minimo segnale di vita. I tecnici cercano per un po’ di sistemarlo poi decidono che si può anche farne a meno.<br />
L’orario di inizio del concerto si avvicina. Sappiamo che saranno puntuali perché c’è la diretta televisiva. L’atmosfera è quella del cinema prima della proiezione. La magia - che pure c’era stata nei concerti al Flaminio dell’anno prima - scomparsa. La laguna è punteggiata delle luci delle barche, ci sono gli spettatori – c’è chi ha pagato uno sproposito per un posto privilegiato in gondola – ma anche tanta gente che è lì per la festa del Redentore. Subito dopo il concerto sono previsti i tradizionali fuochi d’artificio di chiusura della festa. I veneziani di solito tirano l&#8217;alba ballando, cantando e mangiando, ma quest&#8217;anno ci sono duecentomila ospiti non graditi a invadere il salotto buono e non si sa come andrà a finire.</p>
<p>A vent&#8217;anni di distanza di quel concerto non ricordo nulla, a parte delle indefinibili macchie di luce a balenare sulla laguna lì dove con la luce del giorno avevamo intravisto il palco. Della musica pure non so dire. Ricordo che stavamo tutti in religioso silenzio e con le orecchie tese a cercare di carpire una parte dei suoni che arrivavano da un impianto di amplificazione totalmente imbavagliato dagli organizzatori che avevano paura di causare danni ai monumenti. Duecentomila persone che trattengono il fiato e strizzano gli occhi per cercare di scorgere almeno le ombre dei musicisti muoversi sul palco. Per novanta minuti. Interminabili. Alla fine non facciamo neanche in tempo a decidere se lasciarci andare in un applauso liberatorio e di circostanza che si scatena l&#8217;inferno. Sembra di essere a Saigon durante l&#8217;offensiva del Tet e invece sono solo i fuochi per la Festa del Redentore. Se il livello del volume della musica dei Pink Floyd era dieci, con lo spettacolo pirotecnico del Redentore arriviamo almeno a quattrocento. Illuminati da lampi colorati iniziamo a lasciare Piazza San Marco. Siamo duecentomila. Stanchi, assetati, insoddisfatti e non vediamo un bagno da almeno sette ore. Percorriamo a caso qualche calle e pisciamo contro un muro in ombra. Cercando di ritrovare la strada per la stazione incontriamo qualche bar, chiuso,  da cui – attraverso le grate delle saracinesche – i gestori vendono acqua e bibite. Cinquemila lire una lattina di coca. E sai cosa bevi. Andiamo avanti. Troveremo una fontanella e ci sembrerà di aver fatto tredici al totocalcio.<br />
Arrivati di fronte alla stazione ci si offre uno spettacolo da tregenda. Per arrivare ai treni bisogna passare su un ponte. A prima vista sembra uno di quei film medievali in costume in cui due eserciti si fronteggiano. L&#8217;armata Brancaleone, per esempio. Nel nostro caso da una parte ci sono quelli che vogliono arrivare in stazione, dall&#8217;altra quelli che evidentemente si sono stancati di aspettare di salire su treni affollatissimi e vogliono tornare indietro. La situazione è bloccata. Non proviamo neanche a salire sul ponte. Alcuni temerari – visto che non riescono né ad andare avanti, né a tornare indietro – scavalcano le balaustre e scavallano l&#8217;impasse aggrappati sull&#8217;esterno del ponte. Noi ci godiamo lo spettacolo e recuperiamo un po&#8217; di energie sdraiati per terra con gli zaini a far da cuscini.<br />
Arriva voce dopo un po&#8217; che c&#8217;è la possibilità di tornare a Mestre via terra. E&#8217; la strada che costeggia la ferrovia. Seguiamo la notizia e iniziamo a camminare. Siamo in buona compagnia mentre percorriamo il Ponte della Libertà, e mai nome fu appropriato anche se l&#8217;ho scoperto solo ora con Google Maps. Ho scoperto anche che il tragitto  che abbiamo fatto non era di otto chilometri, come ci eravamo sempre detti, ma di dieci chilometri e ottocento metri. Più di due ore a piedi per raggiungere la macchina e crollare sfiniti sui sedili. In cinque. Marcello al posto di guida. Io su quello del passeggero. E gli altri tre pressati su quello posteriore. Riccardo – che è il più piccolo - in mezzo. Ci svegliamo alle prime luci dell&#8217;alba. Riccardo - che ha avuto la pessima idea, durante la notte, di svegliarsi e sporgersi in avanti per controllare l&#8217;ora dall&#8217;orologio del cruscotto, e Massimo ne ha approfittato per andare ad accoccolarsi sulla spalla di Gino – è completamente anchilosato perché ha dormito piegato in avanti con la testa appoggiata sui sedili anteriori.<br />
Ripartiamo dopo esserci sgranchiti. Colazione la facciamo in autogrill. Al telegiornale diranno che i barbari hanno lasciato Venezia sotto un cumulo di immondizie, che alcuni monumenti sono stati danneggiati dal volume della musica, che il concerto è stato indimenticabile. Cerchiamo di concordare una versione da raccontare agli amici per nascondere la miseria della realtà, come quella volta che – di ritorno da Rimini – non avevamo avuto il coraggio di dire che non avevamo cavato un ragno dal buco e c&#8217;eravamo messi d&#8217;accordo sulle cazzate da raccontare una volta rientrati a Latina. Quella volta l&#8217;unico a uscirne bene era stato Gino che aveva avuto la costanza di tener fede alla sua versione tanto che sono sicuro che sia ancora veramente convinto di aver limonato in spiaggia con quella turista tedesca.<br />
Sui Pink Floyd a Venezia invece ci siamo resi conto che non era importante quello che avevamo visto, ma che ci fossimo stati. E noi, puttana miseria, c&#8217;eravamo.<br />
Eccome.</p>
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