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	<title>Anonima Scrittori</title>
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	<description>La pagina bianca. Un'idea. La sfida</description>
	<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 10:13:22 +0000</pubDate>
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		<title>L&#8217;insostenibile originalità degli esperimenti letterari</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 10:13:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Assaggi, suoni, visioni e letture]]></category>

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		<description><![CDATA[[recensione di Daniela Rindi - autrice presente ne 'Il Bit dell'Avvenire' e anonima scrittrice - al libro 'Manituana' dei Wu Ming. Nell'articolo vengono affrontati anche i temi della scrittura collettiva e, più in generale, degli esperimenti letterari]
Mi dispiace molto per i Wu Ming, ma non ce l’ho fatta a continuare Manituana. È la prima volta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://mediamondo.files.wordpress.com/2007/06/manituana.jpg"><img class="alignleft" src="http://mediamondo.files.wordpress.com/2007/06/manituana.jpg" alt="" width="229" height="174" /></a>[recensione di Daniela Rindi - autrice presente ne 'Il Bit dell'Avvenire' e anonima scrittrice - al libro 'Manituana' dei Wu Ming. Nell'articolo vengono affrontati anche i temi della scrittura collettiva e, più in generale, degli esperimenti letterari]</p>
<p>Mi dispiace molto per i Wu Ming, ma non ce l’ho fatta a continuare Manituana. È la prima volta che mollo un libro dopo neanche 170 pagine (su 600), perché ho quella vena masochista che mi porta a pensare che in un libro, salvo rare eccezioni, ci sia sempre qualcosa di buono, quindi mi forzo sempre ad arrivare alla fine. Lo faccio pure con gli spettacoli teatrali, per una sorta di rispetto nei confronti di chi cià messo, se non il talento, almeno l’anima nel proprio lavoro. Questo, sempre per me, vale anche nei confronti di uno scrittore. Potrete capire adesso la mortificazione nel vedere la mia mano abbandonare lentamente quel librone con un ottima idea grafica e un lavoro collettivo di 3 anni alle spalle, notevole e approfondito. Il romanzo storico è già impegnativo di per sè perché ti costringe a fare i conti con la tua ignoranza, anche laddove pensavi di non aver lacune ( non è il mio caso, io normalmente mi cospargo il capo di cenere prima ancora di iniziarlo un romanzo storico), ma anche con le tue curiosità storiche. Io odiavo mio fratello quando prendevo le bambole e lui non voleva giocare con me perché si perdeva in scenografie spettacolari solo per posizionare quegli stupidi soldatini raffiguranti indiani e cow boy, o indiani e giubbe blu, dipendeva dalla scatola. Non capivo il senso di rivivere quelle battaglie in miniatura e non ne subivo il fascino. Da allora non è cambiato molto. Quando ho cominciato Manituana mi sono sentita subito stordita da quella moltitudine di nomi incomprensibili e impronunciabili di grandi capi guerrieri e grandi condottieri, dalle situazioni complesse che si presentavano, che sarebbero sfociate in battaglie sanguinose, preludio della grande rivoluzione che darà vita agli Stati Uniti d’America. Sapevo che andando avanti avrei sbrogliato la matassa e collegato nomi a personaggi, ma l’impatto è stato duro. Lealisti contro ribelli, che si contendono l’alleanza delle sei nazioni, coloni e indiani che vivono in perfetta sintonia, che vogliono difendere il loro status quo, ma è un genere di miscuglio mal visto dai soldati della corona, i quali risponderanno alla loro offerta d’aiuto con un rutto. Neanche dopo aver vinto un’eroica e infuocata battaglia sul fiume. Quando nella battaglia sembra abbiano la meglio i ribelli perché tirano fuori l’arma segreta, un mortaio, che comincia a far saltare in mille pezzi i poveri corpi, ecco apparire finalmente il guerriero soprannominato “le Diable”, che potrà dare finalmente dimostrazione del perché del suo nome, cosa che il lettore distratto non aveva ancora intuito. Saltando da una sponda all’altra come un furetto, tagliando gole, sventrando budella e recidendo aorte, arriva alla postazione e annulla il mortaio. La vittoria c’è, ma al Forte il loro valore non è considerato, perché ci sono con loro quei puzzoni, alcolizzati degli indiani. Questi delusi e amareggiati, dopo essersi visti già all’inizio squoiare vivo il povero messaggero, dopo aver assistito in viaggio alla morte della moglie e del figlio del grande condottiero, squartati da un parto, i superstiti torneranno a casa dove hanno lasciato le restanti famiglie e guarda un po’? Saranno massacrati dai ribelli. Io intanto mi sono vista scorrere davanti agli occhi “l’ultimo dei mohicani”. Dal punto di vista storico Manituana si descrive e si rappresenta attraverso un modello preciso: le vicende di una minoranza accerchiata da due forze più potenti di loro, il nuovo mondo degli Stati Uniti, contrapposto al vecchio mondo della monarchia britannica e la cosa interessante è che l’autore, gli autori in questo caso, ci regalano il punto di vista dei perdenti. Nonostante però lo stile eccellente della narrazione, l’ottima regia, gli ottimi spunti, sarà l’argomento, saranno i clichè o le storie che s’intersecano, che per quanto si sforzino di farle apparire originali in realtà non lo sono, il libro come lettore non mi ha preso. Lo trovo poco personale. La storia va sentita sottopelle e vissuta con i personaggi, il centro deve essere la passionalità, non lo studio a tavolino. Il lavoro corale a volte toglie anima e cuore ai personaggi. Il laboratorio che sto frequentando con le “Cronache di un pianeta abbandonato” me lo conferma. Insomma tutta questa sperimentazione letteraria sorprendente non ce l’ho trovata. Sicuramente questa valutazione non troverà l’accordo della maggioranza, ma come dice il grande capo “Estiqaatsi”, ho voluto dire la mia.<br />
Ho preso poi in mano “Canale Mussolini, stesso peso, stesso numero di pagine più o meno, anch’esso romanzo storico, o così mi azzardo a definirlo io. Ho fatto i miei consueti e rituali “mea culpa” e ho cominciato a lettere. Beh? I personaggi mi hanno subito preso, parlano il mio stesso linguaggio (in senso metaforico) incredibile, sono veri, vivi, con carattere non descritto ma vissuto, ben diversi dai miei amici indiani. Anche quella una storia che si conosce bene, vista e rivista attraverso i film, i libri sul Duce, sul fascio, sui contadini, la bonifica, la miseria, la malaria. Il signor K l’ha raccontata, in maniera differente, in quasi tutti i suoi libri, tanto da andare sulle balle anche alla sua stessa città. E’ vero è diverso, Il Canale lo ha scritto da solo, ma qui io sono solo alle prime 60 pagine, eppure posso già dire che una storia raccontata così…è un’altra storia.</p>
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		<title>Storia di un&#8217;illustrazione</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 11:21:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[Stefano Cardinali, illustratore dell'ultimo libro di Antonio Pennacchi, 'Canale Mussolini', e componente dell'Anonima Scrittori, ha scritto un divertente racconto sulla genesi del disegno che raffigura il territorio pontino, prima palude e poi «giardino terrestre»]
STORIA DI UN&#8217;ILLUSTRAZIONE
«Ma… tu che scuole hai fatto?»
Comincia così la mia collaborazione con Antonio Pennacchi, con questa domanda guarnita da puntini di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.webalice.it/g.lanzidei/disegnicanale.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.webalice.it/g.lanzidei/disegnicanale.jpg" alt="" width="270" height="203" /></a>[Stefano Cardinali, illustratore dell'ultimo libro di Antonio Pennacchi, 'Canale Mussolini', e componente dell'Anonima Scrittori, ha scritto un divertente racconto sulla genesi del disegno che raffigura il territorio pontino, prima palude e poi «giardino terrestre»]</p>
<p><strong>STORIA DI UN&#8217;ILLUSTRAZIONE</strong></p>
<p>«Ma… tu che scuole hai fatto?»<br />
Comincia così la mia collaborazione con Antonio Pennacchi, con questa domanda guarnita da puntini di sospensione che sembrano lo stile di un cattivo narratore e invece fanno parte del carattere di chi mi stava esaminando.<br />
«E col disegno tecnico come te la cavi?»<br />
«Beh al tecnico industriale disegnavo i circuiti elettrici con la china»<br />
«Ma la prospettiva la conosci?»<br />
Che conoscessi la prospettiva lo sapeva, aveva visto alcuni miei disegni per altri libri però a quel punto la domanda era obbligata.<br />
«Vabbè, allora ci vediamo alle sette da Piermario che ti devo parlare».<br />
Il preesame era superato.<br />
Confesso che quando Antonio mi parlò delle illustrazioni per il suo romanzo fui assalito dal timore di non essere all&#8217;altezza, anzi, più che dalla preoccupazione fui abbrancato dal terrore: due cartine dell&#8217;Agro Pontino prima e dopo la bonifica con vista a volo d&#8217;uccello. Consegna in tempi ristrettissimi (&#8221;tra tre giorni dobbiamo mandare tutto alla Mondadori&#8221;).Un cane rabbioso aveva il mio stomaco tra i denti e cominciava a masticarlo.<br />
Cercai di darmi alla fuga.<br />
Seduti al tavolo con noi, Piermario e Gerardo Rizzo assistevano ai miei infantili tentativi di rifiuto. Però man mano che Antonio parlava del progetto mi rendevo conto che quella era un&#8217;occasione da non perdere e gli sguardi di rimprovero dei presenti ai miei timidi dinieghi confermavano questa sensazione. Prevalse l&#8217;ambizione alla paura: accettai e ci salutammo dandoci appuntamento a casa di Antonio dopo cena per definire i dettagli.<br />
A notte inoltrata, tornando a casa, mi si aprì un conflitto interno tra la parte sicuramente incosciente capace di tutto e quella coscientemente insicura. Lo scontro fu tremendo e non mi fece dormire.<br />
La mattina dopo avevo la febbre. Avevo somatizzato la preoccupazione? È possibile. Comunque mi misi subito al lavoro seguendo le sue prime indicazioni.<br />
Nel pomeriggio lo chiamai per fargli vedere un abbozzo.<br />
«Va bene, l&#8217;idea è questa però due cartine così alte nei risguardi non c&#8217;entrano».<br />
Abbassai il punto di vista. Sul web avevo trovato un sito che mi consentiva di manipolare la cartina geografica trasformandola in 3D e di ruotarla lungo i due assi. Questo mi permetteva di mantenere le giuste proporzioni nelle distanze tra i luoghi riportati.<br />
Per non annoiare chi legge non parlerò di tutti i passaggi fatti nella creazione delle illustrazioni o di quante volte ho ricominciato il disegno per aggiungere o cambiare qualche particolare.<br />
Antonio è un vulcano di idee e come tale le erutta. Però non ti sommerge subito con la sua lava creativa, ti ricopre poco alla volta:<br />
«Dobbiamo inserire in un riquadro la sezione delle paludi».<br />
Il giorno dopo: «Che hai già messo le scritte? Bisogna aggiungere una dicitura».<br />
La sera: «L&#8217;hai disegnata la ferrovia?»<br />
La notte elaborava altri pensieri: «Mettici anche Roma. E pure Ardea, ma solo gli scavi».<br />
Mia moglie scherzando mi disse «se va avanti così ti fa disegnare pure le zanzare!». Nel pomeriggio mi chiamò Antonio: «c&#8217;è lo spazio per l&#8217;anofele?» Lo spazio c&#8217;era. Meno male.<br />
Dopo una settimana avevamo partorito la cartina pre-bonifica. Adesso la dovevo colorare. Usai il pastello per avere poi modo di ritoccare dove serviva.<br />
Per la pianura scelsi prima un giallo pallido poi un verde scuro. Quando Antonio la vide annuì con un «mmh. Vabbè . Fammene una copia».<br />
Tornò il giorno dopo:<br />
«Sto posto sembra troppo ameno! Lo devi rendere più brutto, inospitale. Fallo viola!»<br />
«Viola?»<br />
«Proviamo».<br />
Passai il viola.<br />
«Ecco. va bene?»<br />
«Prova un po&#8217; un altro colore. fallo… fallo…»<br />
«Grigio?»<br />
«Prova».<br />
Colorai col grigio.<br />
«Mmh. Vabbè. Ma non lo potevi fa&#8217; più… più…»<br />
«Scuro?»<br />
«Si, più scuro».<br />
Cercai di annerire senza calcare troppo.<br />
«Mmh&#8230;»<br />
«Ti piace?»<br />
«E se lo fai più… più…»<br />
«Posso provare il blu cobalto»<br />
«Allora, dai, fallo blu».<br />
«È ancora ameno?»<br />
«Mmh. non lo so, io lo volevo più… più…. Ma fa&#8217; un po&#8217; come cazzo te pare. Ma che me ne frega a me: il pittore sei te. Io so&#8217; pure daltonico!»<br />
Ecco perché aveva voluto la copia: l&#8217;aveva fatto vedere in giro facendo un piccolo sondaggio: «che ti pare il colore di una zona depressa?». La maggioranza aveva risposto di no.<br />
Dopo dieci giorni avevamo finito la cartina pre- bonifica. Alla faccia della consegna in tempi ristrettissimi!<br />
La seconda cartina ci prese meno tempo ma anche lì le idee gli uscirono distanziate una dall&#8217;altra. Però avevo imparato la lezione e ricominciai il disegno una volta sola.<br />
Alla fine ce l&#8217;avevamo fatta. Col podere O.N.C., con la sezione del canale Mussolini e col contadino e il bue che arano la terra redenta. Pure il fascio littorio ho disegnato, che se qualcuno vent&#8217;anni fa me lo avesse predetto gli avrei sputato in un occhio: «Vattene via maledetta Cassandra incapace e abusiva».<br />
Il giorno seguente avevo appuntamento alla Mondadori per la consegna delle tavole.<br />
Alle dieci e mezzo di sera squillò il telefono. Riconobbi il numero di Antonio:<br />
«A Ste&#8217; dobbiamo rifa&#8217; tutto!»<br />
Il mio silenzio deve averlo intenerito:<br />
«Sto scherzando! Abbiamo fatto proprio un bel lavoro. Bravo!»</p>
<p>Oggi, a illustrazioni finite e libro pubblicato, devo ammettere che tutto ciò che Antonio ha voluto che disegnassi, non solo - come dice lui - un giorno potrà essere usato dalle maestre elementari per mostrarlo ai ragazzini «Visto com&#8217;era e com&#8217;è dove c&#8217;è adesso casa tua?», ma è diventato parte integrante del suo romanzo.<br />
Pure la zanzara anofele.</p>
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		<title>Antonio Pennacchi a Libri Come - Auditorium - Roma</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 21:47:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zaphod</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Antonio Pennacchi]]></category>

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		<description><![CDATA[
Un libro non nasce per caso. Dietro a ogni pagina ci sono il talento di uno scrittore, il lavoro di un editore, la passione di un lettore. E non solo. Come dimenticare la creatività dei responsabili della promozione, la competenza dei librai, l’impegno divulgativo dei bibliotecari? A tutte queste figure che orbitano attorno al mondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" title="Canale Mussolini" src="http://www.affaritaliani.it/static/upl/can/0004/canalemussolini.jpg" alt="" width="200" height="305" /></p>
<p>Un libro non nasce per caso. Dietro a ogni pagina ci sono il talento di uno scrittore, il lavoro di un editore, la passione di un lettore. E non solo. Come dimenticare la creatività dei responsabili della promozione, la competenza dei librai, l’impegno divulgativo dei bibliotecari? A tutte queste figure che orbitano attorno al mondo dell’editoria, è dedicata Libri Come, la grande festa del libro e della lettura in programma da giovedì 25 a domenica 28 marzo 2010 all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Per una volta, non si cerca di rispondere alla domanda tradizionale “che cosa è un libro?”, preferendo sostituirla con un più ampio ventaglio di quesiti: “come viene scritto, stampato, pubblicato, venduto e letto un libro?”. A rispondere sono gli ospiti della festa, a cominciare dagli autori che svelano al pubblico i segreti del loro mestiere: l’ispirazione, le tecniche di scrittura, quelle piccole abitudini quotidiane su cui spesso si fonda un libro di successo.</p>
<p>La tecnica di fusione di storia e memoria, tra testimonianza e “visione”, è al centro del percorso <em>Narrare la storia</em> dove il passato — ma anche “previsioni” del futuro — personale e collettivo si intrecciano nel racconto di testimoni/narratori come Antonio Pennacchi che presenterà il suo ultimo romanzo Canale Mussolini in un incontro all&#8217;Officina 1 domenica 28 marzo alle 15.</p>
<p><strong>Titolo: </strong>Antonio Pennacchi a Libri Come - Auditorium - Roma<br />
<strong>Luogo: </strong>Auditorium Parco della Musica<br />
<strong>Collegamento: </strong><a href="http://www.auditorium.com/eventi/4966815" target="_blanck">Clicca qui</a><br />
<strong>Descrizione: </strong>Presentazione del romanzo Canale Mussolini nella sezione \&#8221;Narrare la storia\&#8221; della Festa del libro e della lettura ideata da Marino Sinibaldi.<br />
<strong>Ora inizio: </strong>15:00<br />
<strong>Data: </strong>2010-03-28</p>
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		<title>Lorenzo Pavolini presenta Accanto alla tigre</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 21:25:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zaphod</dc:creator>
		
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Un libro spietato sulla  memoria. Un romanzo che scava nel dolore e nella Storia 
e ci restituisce il  ritratto di un nero protagonista del nostro passato.
 
È un  normale giorno di scuola per il dodicenne Lorenzo, il tema dell’ora di storia è  la fine della II Guerra Mondiale. Sul manuale ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" align="center"><img class="aligncenter" title="Accanto alla tigre" src="http://multimedia.fnac.it/multimedia/IT/images_produits/IT/grandes110/4/5/4/9788860441454.gif" alt="" width="110" height="162" /></p>
<p class="MsoNormal" align="center">
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span>Un libro spietato sulla  memoria. Un romanzo che scava nel dolore e nella Storia </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span>e ci restituisce il  ritratto di un nero protagonista del nostro passato.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" align="center"><strong><span> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span>È un  normale giorno di scuola per il dodicenne Lorenzo, il tema dell’ora di storia è  la fine della II Guerra Mondiale. Sul manuale ci sono le immagini che  scandiscono i momenti salienti, tra cui la riproduzione di un giornale  dell’epoca che annuncia la fine di Benito Mussolini. Accanto a questa immagine  c’è una foto con una didascalia, sono i cadaveri di Mussolini, Claretta Petacci  e alcuni gerarchi in Piazzale Loreto appesi a testa in giù. Tra loro c’è un uomo  a torso nudo su la cui pensilina è scritto Alessandro Pavolini. In quel preciso  istante Lorenzo conosce e vede per la prima volta in vita sua il nonno  Alessandro. Per tutta la sua infanzia i genitori gli avevano raccontato che il  nonno era stato un aviere ed era morto in guerra. Lorenzo in un qualunque giorno  di scuola scopre la verità: è il nipote del più spietato e crudele ministro del  Fascismo, colui che costituì le sanguinose Brigate Nere e si rese autore di  alcune delle più efferate azioni contro partigiani e semplici civili, il  Goebbels italiano che ancora oggi viene celebrato da nostalgici come l’unico  fascista vero. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Lorenzo Pavolini più di trent’anni dopo  quell’evento traumatico ricostruisce una storia fatta di reticenze, conflitti, e  timori riguardo il rapporto tra lui, la famiglia e l’eredità pesante di quel  cognome. Un romanzo di memorie e passione che attraversa l’Italia di questi anni  dove ancora la notte giovani mani scrivono sui muri la scritta “Pavolini Eroe” e  le frasi celebri del Ministro nero sono gli slogan di nuovi inquietanti  estremismi.</span></p>
<p><strong>Titolo: </strong>Lorenzo Pavolini presenta Accanto alla tigre<br />
<strong>Luogo: </strong>Libreria Minimum Fax - Roma<br />
<strong>Descrizione: </strong>Un libro spietato sulla memoria. Un romanzo che scava nel dolore e nella Storia</p>
<p>e ci restituisce il ritratto di un nero protagonista del nostro passato.</p>
<p>Via della Lungaretta, 90/e<br />
(Piazza Santa Maria in Trastevere)<br />
<strong>Ora inizio: </strong>21:00<br />
<strong>Data: </strong>2010-03-10</p>
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		<title>Le &#8216;commari&#8217; e il popolo viola</title>
		<link>http://www.anonimascrittori.it/le-commari-e-il-popolo-viola/</link>
		<comments>http://www.anonimascrittori.it/le-commari-e-il-popolo-viola/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 23:13:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Assaggi, suoni, visioni e letture]]></category>

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		<description><![CDATA[[articolo e riflessione politica di Graziano 'Torque' Lanzidei sulla manifestazione del popolo viola contro Napolitano e la firma al decreto salvaliste]
Ho letto della firma di Napolitano al decreto salvaliste e della protesta del cosiddetto &#8216;popolo viola&#8217;, che non c&#8217;entra niente con la Fiorentina ed è così chiamato dai colori delle sciarpe o dei maglioni o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ilnichilista.files.wordpress.com/2009/12/popolo-viola.jpg?w=411&amp;h=412"><img class="alignleft" src="http://ilnichilista.files.wordpress.com/2009/12/popolo-viola.jpg?w=411&amp;h=412" alt="" width="247" height="247" /></a>[articolo e riflessione politica di Graziano 'Torque' Lanzidei sulla manifestazione del popolo viola contro Napolitano e la firma al decreto salvaliste]</p>
<p>Ho letto della firma di Napolitano al decreto salvaliste e della protesta del cosiddetto &#8216;popolo viola&#8217;, che non c&#8217;entra niente con la Fiorentina ed è così chiamato dai colori delle sciarpe o dei maglioni o dei calzini che vengono indossati nei loro cortei come segno d&#8217;appartenenza (tra di loro) e di distinzione (con tutti gli altri). Una divisa stile fast food, facile da recuperare e che, fuori dal quel contesto, ti consente facili smarcamenti («che è quel viola?» ti chiede qualcuno, e tu puoi sempre rispondere «non ci sta bene con i jeans?»). Dice che dovevano scegliere un colore che li rappresentasse e, nello stesso tempo, li differenziasse dai movimenti di protesta del passato - il rosso fa schifo pure a loro, la vulgata sui comunisti del Berlusca ha finalmente trionfato - e hanno scelto, tra tanti, quello dei preti durante la quaresima («ve possin&#8217;ammazza&#8217;, ve portate pure sfiga da soli» direbbe qualcuno). Dicevo che è facile da trovare nei negozi di abbigliamento, pensate che pure Vespa s&#8217;è presentato - la volta scorsa, quando si protestava contro la chiusura dei talk show durante il periodo elettorale - con una cravattina viola, un po&#8217; sbiadita. Dice che passava di là, per puro caso. Il caso di smarcamento che v&#8217;ho detto prima è stato servito dal loro più acerrimo nemico/amico. Si trova un po&#8217; ovunque perché va di moda, il viola, già da un po&#8217; di anni. Che ci vuole a recuperare un capo d&#8217;abbigliamento che ti fa sentire al tempo stesso sia elegante e alla moda, sia degno cittadino? E allora dagli alla rincorsa del capo d&#8217;abbigliamento chic. Vespa o Travaglio che sia. Basta che non sia rosso che va a finire che qualcuno gli dice che sono comunisti.</p>
<p>In alcuni paesi ci sono quelle che venivano/vengono assunte dai parenti di un morto, proprio il giorno del funerale e pure quelli poco prima e quelli poco appresso, per piangere, strillare, dimenarsi, buttarsi sulla bara ecc. ecc. Servono per far fare bella figura al morto («guarda come gli volevano bene») e ai parenti («nonostante il dolore, guarda che contegno») e nello stesso tempo per mostrare a tutti la disperazione nera che s&#8217;è impossessata della famiglia proprio a causa del decesso («poverini, hanno perso il lume della ragione, lassamoli perde»). Si vestono rigorosamente di nero. Quando vengono chiamate, vanno all&#8217;armadio, scelgono tra i vari vestiti neri - se la famiglia del morto non se la passa tanto bene c&#8217;è quello semplice semplice, altrimenti andiamo sul merlettato - e dopo averlo indossato magari fanno un salto in bagno a sistemare i capelli sotto il fazzoletto nero da mettere in testa e a dare un&#8217;ultima perfezionata anche alle espressioni di dolore.</p>
<p>A me sembra che lo stesso rapporto delle commari di paese e della famiglia del defunto - la ricompensa in questo caso è il lavacro delle coscienze civili - ci sia tra il popolo viola e il centrosinistra. Come prima c&#8217;era tra i girotondi e il centrosinistra. Come avviene da un bel po&#8217; di anni tra tutti i movimenti della cosiddetta società civile (ce n&#8217;è una incivile?), insomma, e il centrosinistra. La democrazia è in condizioni gravissime ormai da tempo e di funerali gliene hanno già fatti tanti, tantissimi. Fa quasi specie che non sia ancora defunta. Berlusconi fa una cosa, Napolitano capita che la firmi perché non può fare un cazzo di altro visto che quelli - il centrodestra - chissà che can can mediatico hanno organizzato e visto pure che il Presidente della Repubblica, ce lo diciamo un giorno sì e l&#8217;altro pure, in questo sistema parlamentare, proprio in quanto parlamentare, non conta un cazzo nemmeno per i compiti sanciti dalla Costituzione. Un risultato favorevole al centrosinistra c&#8217;è, almeno nelle Regioni incriminate. Il centrodestra e il suo sistema organizzativo di fatto s&#8217;è sputtanato. Tipo che secondo me quando gli chiedono la carta d&#8217;identità, alla Polverini, i poliziotti s&#8217;aspettano che ci sia la scritta &#8216;fac-simile&#8217;. Nessuno, però, pensa a sfruttarlo durante la campagna elettorale. «Ma che vuoi vincere le elezioni?». La prima cosa che ci viene in mente di fare è correre in piazza per denunciare - che questa volta confina quasi con l&#8217;augurarsi - la morte della democrazia. A me invece non sembra un momento straordinario di questa merdosa seconda Repubblica. E non mi sembra nemmeno uno di quei momenti di eccezionale gravità. Ho trovato più scandaloso il lancio del Duomo in miniatura e tutto il can-can mediatico che ha funzionato da refoulement publique (rimozione pubblica) di nani, ballerine, escort e massaggiatrici. Si ripete il meccanismo di sempre: quelli di centrodestra riterranno che sia stato giusto così, quelli di centrosinistra si troveranno a pensare che si tratta del solito scippo. Uno a uno, palla al centro, il paese è diviso a metà e al tavolo imbandito non è necessario far sedere nessun altro. Il popolo viola - ma più in generale la cosiddetta società civile - si ritrova, magari involontariamente, a fare la commare pagata. Strilla, si dimena, si strappa i capelli. Al loro fianco sfilano i vari Di Pietro, Travaglio e alcuni del Pd che fanno la figura dei parenti («che gente sensibile! che dignità») che non s&#8217;arrendono alla morte della Democrazia, non in virtù del loro comportamento - loro hanno puntato più su soldi, successo e potere -, ma per immagine riflessa di quello delle &#8216;commari&#8217;, che nel caso specifico hanno deciso di cambiare colore: via il nero, si passa al viola. Questo popolo, così come i girotondi e come qualsiasi altro movimento nato da questa strafottutissima società civile, finito il periodo di lamentela, rientra ordinatamente nei ranghi e continua la sua vita di sempre, ognun per sè Dio per tutti. Uno su due, magari, si mette pure a votare a Berlusconi perché conosce il deputato, il consigliere comunale, il presidente di circoscrizione che sono brave persone («sono rappresentanti della società civile, non c&#8217;entrano niente con quelli là»).</p>
<p>Le uniche proteste dei viola che tollero sono quelle contro l&#8217;arbitro di Champions League che gli ha espulso un giocatore e ha concesso al Bayern un gol in evidente fuorigioco.</p>
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		<title>La Striscia #6: un destino più fastidioso della morte</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 11:07:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[Altra puntata de "La Striscia - del fumetto e di altre vie del fantastico", curata dal nostro Stefano Tevini. Questa volta, almeno per una puntata (poi si vedrà) viene lasciato il sentiero del fumetto e si va sulla narrativa orrorifica e fantascientifica]
Per inaugurare il primo articolo a tematica non fumettistica di “La Striscia” avrei avuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.jasonbradbury.com/wp-content/uploads/2008/10/zombie.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.jasonbradbury.com/wp-content/uploads/2008/10/zombie.jpg" alt="" width="339" height="254" /></a>[Altra puntata de "La Striscia - del fumetto e di altre vie del fantastico", curata dal nostro Stefano Tevini. Questa volta, almeno per una puntata (poi si vedrà) viene lasciato il sentiero del fumetto e si va sulla narrativa orrorifica e fantascientifica]</p>
<p>Per inaugurare il primo articolo a tematica non fumettistica di “La Striscia” avrei avuto molti argomenti validi di cui parlare, ma ne volevo uno che lo fosse abbastanza da giustificare l’eccezione. Senza pensarci due volte ho scelto i libri di Max Brooks, un autore che è riuscito al proprio esordio a scrivere qualcosa che fosse avanti di una cannonata rispetto alla produzione media attuale partendo da un genere che, ormai da troppo tempo, arranca : l’horror.<br />
Parte in sordina, il figlio di Mel Brooks, con un libro apparentemente di poche pretese, il “Manuale per sopravvivere agli Zombi”, libro che dietro alla garbata ironia che lo contraddistingue nasconde, in nuce ma non troppo, la critica alla società attuale che viene portata in maniera totalmente scoperta nella sua seconda opera : “World War Z, la guerra mondiale degli zombi”.<br />
L’idea di fondo dei due lavori è la reale possibilità di un’invasione di morti viventi e delle eventuali conseguenze. “Manuale per sopravvivere agli Zombi” si presenta come una vera e propria guida fai da te in cui si definiscono le caratteristiche dei cadaveri rianimati e in cui, come nella miglior manualistica del bricolage, vengono esaminati tutti gli aspetti pratici per gestire un’eventuale invasione su larga scala quali trasporti, provviste, organizzazione della vita quotidiana.<br />
“World War Z”, invece, è strutturato come una serie di lunghe interviste ai sopravvissuti di un evento apocalittico che ha visto l’intera specie umana sull’orlo dell’estinzione a causa, per l’appunto, degli zombi.<br />
Davvero notevole, da parte di Max Brooks, la padronanza della lingua che gli permette una mimesi stilistica perfetta e al tempo stesso funzionale sul piano narrativo : leggendo il “Manuale” si ha davvero l’impressione di trovarsi davanti una guida di bricolage così come “World War Z” rende perfettamente l’atmosfera delle interviste ai reduci di guerra, tuttavia in entrambi i casi la lettura resta estremamente scorrevole, riuscendo a divertire nel caso del “Manuale” mentre, nel caso di “World War Z” crea un affresco catastrofico e impressionante. La narrazione, solida e abbondante, riesce a emergere con forza da un approccio stilistico non ortodosso lasciando intendere, oltre alla bravura come scrittore, una conoscenza profonda da parte di Max Brooks di quelli che sono i meccanismi del genere horror, ovvero l’inquietudine generata attraverso l’evidenziazione dei punti deboli della nostra rappresentazione del mondo.<br />
Questo è, infatti, uno dei concetti chiave del genere : l’horror è un genere dalla profonda vocazione etica, un genere in cui l’evento orrorifico è legato a un cedimento di un aspetto fondamentale di essa, sia esso un fatto moralmente disdicevole o una debolezza strutturale di una visione delle cose.<br />
Max Brooks, sotto questo aspetto, non si risparmia affatto. Laddove la critica è portata, nel “Manuale per sopravvivere agli zombi”, sotto forma di discrete staffilate celate dietro a una serie di consigli pratici (impagabile la parte dove viene bollata come assolutamente inutile l’abitudine ad avere automobili enormi da parte della popolazione statunitense), in “World War Z” essa diventa un attacco frontale a una forma mentis, quella occidentale, che viene letteralmente smembrata attraverso la collocazione in una situazione che ne mette a nudo tutti gli aspetti deleteri.<br />
Un esordio più che promettente, quello di Max Brooks, un inizio di carriera impegnativo di cui speriamo l’autore sia all’altezza, la cui unica nota negativa è un capitolo di “World War Z”, quello sul Giappone, che concede un po’ troppo all’immaginario di Manga e Anime a discapito del realismo che permea i resto delle due opere.</p>
<p><strong>Bibliografia</strong> :</p>
<p>Max Brooks, <em>Manuale per sopravvivere agli Zombi</em>, ed. italiana Einaudi, 2006, 328pp., € 14,50<br />
Max Brooks, <em>World War Z – la guerra mondiale degli Zombi</em>, ed. italiana Cooper, 2007, 307pp., € 16,00</p>
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		<title>Low Cost, un&#8217;esplosione atomica</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 11:34:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[recensione di Massimiliano 'Zaphod' Lanzidei all'Ep 'The Low Cost' dei The Low Cost. Ormai sono i nostri accompagnatori ufficiali negli electro-reading che l'Anonima Scrittori tiene in giro per l'Italia.]
Per chi volesse avere un&#8217;idea, ecco un loro live Bootleg @ Lib(e)ri sulla Carta Festival 23/10/09. Suonano solo loro, ma lo spettacolo fu Anonima Scrittori + Low [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[recensione di Massimiliano 'Zaphod' Lanzidei all'Ep 'The Low Cost' dei <a href="http://www.myspace.com/thelowcost" target="_blank">The Low Cost</a>. Ormai sono i nostri accompagnatori ufficiali negli electro-reading che l'Anonima Scrittori tiene in giro per l'Italia.]</p>
<p>Per chi volesse avere un&#8217;idea, ecco un loro live Bootleg @ <a href="www.liberisullacarta.it" target="_blank">Lib(e)ri sulla Carta Festival</a> 23/10/09. Suonano solo loro, ma lo spettacolo fu Anonima Scrittori + Low Cost.</p>
<p><object width="438" height="265" data="http://www.youtube.com/v/F1AaqQ1tlmI&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/F1AaqQ1tlmI&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>Ecco la recensione di Zaph:</p>
<p>Coi Low Cost abbiamo diviso il palco della scorsa edizione di (r)esistenza - manuale di storie contemporanee al teatro Fellini di Pontinia. C&#8217;eravamo incontrati quasi per caso e avevamo iniziato a parlare di una collaborazione. Poi, una sera, con Torquemada siamo partiti in macchina e siamo arrivati a Montesacro, Roma. I Low Cost ciànno un box in affitto all&#8217;interno di un garage sotterraneo multipiano. Insonorizzato. Pieno di strumenti musicali, mixer, distorsori, una batteria immensa. Non è l&#8217;unico box adibito a sala prove. Pare che la soluzione vada per la maggiore tra i gruppi romani. E infatti a due saracinesche di distanza c&#8217;è un altro gruppo che prova i suoi pezzi. Anche quotato, pare. Io della musica di adesso non conosco niente, mi sono fermato agli 90 (l&#8217;inizio). Non lo so che ascoltano oggi i giovani. Però sti Low cost mi piacciono. Dice che fanno post-rock. Non so cosa significhi. &#8220;Menano come addannati&#8221;, avrebbe detto un mio amico dei tempi in cui giravamo i locali romani a sentire gruppi e musicisti sconosciuti ai più come Thin White Rope, Died Pretty, Kim Squad, Los Bandidos, Tom Verlaine, Steve Wynn, Beast of bourbon, e chissà quanti altri che ora non mi vengono in mente.<br />
Insomma, i Low Cost picchiano duro, il loro suono riempie l&#8217;aria, il teatro Fellini, la sera del 250 aprile 2009 è gonfio di suoni e parole. Sul palco c&#8217;è un bel tiro e ci si diverte tutti insieme.<br />
Non ci penso neanche a cosa significa Post-rock e a che tipo di musica suonano sti ragazzi. Finché - qualche mese fa - il Torque mi mette in mano questo mini cd autoprodotto. &#8220;Te lo mandano i Low Cost&#8221;, dice. Ringrazio e lo butto in macchina. Lo infilo nel lettore Cd e lo ascolto per tipo dieci volte di seguito. Ancora adesso ogni tanto mi sparo qualche pezzo quando non ho voglia di sentire giornali radio o programmi troppo verbosi. Quando ho bisogno solo di suono, i Low Cost sono perfetti. E ogni volta mi viene voglia di scriverne una recensione disseppellendo l&#8217;ascia sepolta ormai decenni fa. A un certo punto avevo quasi pensato di mettermi a fare il giornalista musicale. Qualche mio amico lo ha fatto. A me una volta chiesero qualche pezzo per una fanzine che si chiamava Ossigeno, qui a Latina. Ci ho messo una settimana (forse più) per scrivere un articolo su Syd Barrett e un mezzo trafiletto sui Litfiba (era appena uscito &#8220;3&#8243;). Lì ho capito che il giornalista non era il mio mestiere.<br />
Insomma se dovessi dire a cosa assomigliano questi Low Cost direi che mi hanno fatto venire in mente i King Crimson del periodo in cui c&#8217;erano Adrian Belew, Bill Bruford e Tony Levin ad affiancare Robert Fripp. Atmosfere raffinate, voglia di suonare senza paura di sporcarsi le mani, capacità tecnica. Che volete di più.<br />
Ve lo dico io. E se leggeranno queste righe sarà l&#8217;occasione per dirglielo pure a loro. Gli manca un produttore. Uno che sappia mettere bene insieme i suoni e dare qualche dritta sugli arrangiamenti. Il disco - l&#8217;ep, sei pezzi in tutto - in questione è un buon demo, ottimo direi, ma non è un disco. Meglio del 90 per cento di quello che ascolti adesso per radio, anche su programmi blasonati come &#8220;Alza il volume&#8221; di radio3, ma non basta. Potete far fessi chi non vi ha visto suonare dal vivo, forse. Ma io sono stato sul palco con voi. La potenza di questo volo a basso costo l&#8217;ho sentita. E sul disco questo si perde. Rimane tutto il resto, la sensibilità, l&#8217;inventiva, le atmosfere, la tecnica. Ma come? Ciavéte un batterista che è al tempo stesso un fabbro e un orologiaio di precisione e me lo mascherate con questo suono paraelettronico? Ciavéte un violinista di quella sensibilità e lo tenete a far da sfondo insieme agli altri strumenti? Voi siete matti. Insomma, mentre ascolti la prima volta questo disco fai sto tipo di pensieri, poi arrivi alla traccia numero 5 - Laqu si intitola - e ti rimangi tutto. Un&#8217;esplosione atomica. Mururoa. Quando si libera la potenza del suono vengono i brividi. Non scherzo. E pure l&#8217;ultimo pezzo, a riecheggiare il giro di Hotel California, è perfettamente calibrato e ti spinge a ripartire con l&#8217;ascolto. E ogni volta mi piace di più. Torquemada dice che bisogna sentirlo in cuffia per apprezzarlo al meglio. Magari è vero, ma io mi ricordo sempre di quel produttore, credo fosse Phil Spector,l&#8217;inventore del Wall of sound, che mentre registrava e regolava i volumi teneva in un angolo, proprio sopra al mixer una radiolina, una Motorola a transistor da pochi dollari, da cui ascoltava uscire la canzone che stava provando. &#8220;E&#8217; da lì che si deve sentire bene,&#8221; diceva, &#8220;non da queste casse da diecimila dollari, quelle a casa non ce le ha nessuno&#8221;.</p>
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		<title>In cerca di mio nonno, la tigre Pavolini</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 18:15:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Interpretazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[[Riportiamo questa volta un articolo apparso sul Corriere della Sera a firma di Franco Cordelli sull'ultima fatica di Lorenzo Pavolini, autore d'eccezione nel Bit insieme a Baroni, Pascale e Pennacchi, e giurato in due edizioni del concorso letterario (r)esistenza. Franco Cordelli è uno scrittore italiano, autore con Berardinelli dell'antologia 'Il pubblico della poesia', del 1975, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cmostia.org/immagini/Alessandro%20Pavolini%204.bmp"><img class="alignleft" src="http://www.cmostia.org/immagini/Alessandro%20Pavolini%204.bmp" alt="" width="212" height="237" /></a>[Riportiamo questa volta un articolo apparso sul <a href="http://www.corriere.it" target="_blank">Corriere della Sera</a> a firma di Franco Cordelli sull'ultima fatica di Lorenzo Pavolini, autore d'eccezione nel Bit insieme a Baroni, Pascale e Pennacchi, e giurato in due edizioni del concorso letterario (r)esistenza. Franco Cordelli è uno scrittore italiano, autore con Berardinelli dell'antologia 'Il pubblico della poesia', del 1975, critico e organizzatore degli 'eventi' poetici, ha dedicato al romanzo molteplici riflessioni e interventi critici. (informazioni tratte da 'Storia e testi della letteratura italiana' di G. Ferroni.]</p>
<p><em>Il nipote credeva che il gerarca fosse un eroe come Saint-Exupéry. Poi scopre la verità sui libri di scuola Modelli Confronti Per la scrittura i riferimenti dell&#8217; autore vanno cercati in William Saroyan, ma anche in William Blake e Lao-Tzu In questo racconto il nipote Lorenzo è più poetico, cioè coraggioso, di Giose Rimanelli e di Carlo Mazzantini.</em></p>
<p>In questi giorni si sono potuti leggere tre scritti di varia natura nei quali viene nominato Enzo Siciliano. Emanuele Trevi lo rammenta in uno stralcio di diario apparso sull&#8217; ultimo numero di «Nuovi Argomenti»; Arnaldo Colasanti in modo straziante ne rievoca la morte nel suo secondo romanzo, La prima notte solo con te; infine ce ne parla, in ragione della loro amicizia, Lorenzo Pavolini, anche lui in un romanzo, il suo terzo, Accanto alla tigre (Fandango). Tutti e tre lo chiamano per nome. È un particolare che mi ha colpito. Perché tanta confidenza? Di chi parlano Trevi, Colasanti e Pavolini: dello scrittore o dell&#8217; amico? Naturalmente dell&#8217; uno e dell&#8217; altro. Ma il continuo slittamento dall&#8217; una all&#8217; altra dimensione ingenera un equivoco e in ultima istanza a Siciliano non rende il dovuto. Questo aspetto che direi aneddotico-sentimentale è, in apertura (e nell&#8217; ultimissima pagina), il tono del romanzo di Pavolini. È anche il tono di tanta letteratura colta degli ultimi anni. Sto pensando a scrittori di altra origine rispetto a quelli che ho nominato, come Antonio Pascale, Ascanio Celestini o Elena Stancanelli. Sono accomunati dall&#8217; inclinazione a una familiarità con il lettore che in natura non esiste, che forse si desidera perché si teme il peggio (che lettori eccellenti non ve ne siano, tranne gli amici), che alla letteratura scappi il terreno sotto i piedi. Essa non ha più potere, non ha più statuto. Ma il caso di Pavolini è diverso. Poiché è turbato, egli comincia così, divagando. Il suo argomento è preciso, è il nonno Alessandro, il gerarca fascista impiccato per i piedi a piazzale Loreto, accanto a Mussolini e alla Petacci. Lui, ne sapeva poco, credeva fosse morto in volo, come il suo amato Saint-Exupéry. Poi ne vide una foto in un libro delle medie. Da allora, per anni Pavolini ha inseguito questo pensiero, chi era davvero mio nonno, e alla fine ci è riuscito, ha cominciato ad accostarsi alla tigre. Ma, lo ripeto, con un certo timore. Come non averne? Egli, nato nel 1964, ha avuto un&#8217; educazione tutta diversa, è abituato a retrocedere nel guscio della tribù, della famiglia, del lavoro, dei valori universalmente condivisi (la democrazia), infine della stessa letteratura e di chi la letteratura la fa, la scrive. Enzo Siciliano non era, un poco, un padre e un nonno, tutti e due insieme, l&#8217; uomo che lo rassicurava e rappresentava tutto ciò che Alessandro Pavolini non fu? Su questa falsariga, per saperne di più, si accosta anche ad altri amici, i coetanei, quelli che di Pavolini ne sanno e che gliene parlano di propria spontanea volontà o che lui da anni è abituato a interrogare. O, se non si accosta alle persone, sta lì, come imbambolato e scappa via da quella scritta sul muro, PAVOLINI EROE, che lo sgomenta, che non capisce, su cui torna a riflettere senza venire a capo di niente. Più tardi Lorenzo (ora sono io a chiamarlo per nome perché, come lui stesso mi ricorda, la prima volta che ci siamo incontrati, tanti anni fa, mi parlò di questo romanzo, che avrebbe voluto scrivere), più tardi egli comincia a sfogliare libri, lascia che la sua scrivania ne sia invasa; o, addirittura, si spinge in luoghi pericolosi: nel cimitero di Milano, dove il nonno è sepolto, sembra che non riesca a entrare; a Salò ci capita per caso, per un concorso letterario; ma entra, cauto, in Casa Pound, dove dell&#8217; arditissimo Alessandro Pavolini, accanto a quelli di Céline, Tolkien, Mishima e Massud, spiccano il nome e l&#8217; immagine. A questo punto il libro ha già cambiato tono, forse l&#8217; autore non se ne è accorto, non ha voluto. Ma gli è successo proprio ciò che meno voleva: voleva essere accanto alla tigre, invece ci è salito sopra: «Ma io preferisco stare dalla parte di Tracy il non domatore. Il Tracy di Saroyan». Sta parlando del racconto di uno scrittore americano che gli fu a lungo d&#8217; esempio, mentre di esempi ne incalzano ben altri, William Blake o Lao-Tzu: facile è cavalcare la tigre, difficile è scendere. Un giorno Lorenzo aveva detto a un amico: «Tu non puoi proprio rassegnarti, eh? Il fatto che si possa stare bene lo stesso, anche senza raccontarsi fino in fondo le cose, non ti sembra accettabile, vero?». Alessandro Pavolini, a pensarci bene, si comportò come lui. Aveva cominciato scrivendo romanzi e racconti, di cui a lungo il nipote ci parla. Poi non resistette. Non volle andare fino in fondo, con il raccontare fino in fondo le cose, e cambiò «patria», lui il grande italiano, il magno patriota del partito fascista. Divenne un uomo d&#8217; azione e, in questa seconda veste, tra tutti gli uomini che gli erano accanto, fu l&#8217; unico a morire con le armi in pugno. Ecco, nello spingersi sempre più avanti nelle tenebre, il nipote Lorenzo ora non è da meno di nessuno, è anzi molto più poetico, cioè coraggioso, lui, il non fascista, di Giose Rimanelli con il suo Tiro al piccione o di Carlo Mazzantini con il suo A cercar la bella morte. Ma come era, in realtà, Alessandro? Man mano che ci si allontana dalle chiacchiere retoriche (Alessandro l&#8217; etrusco), Lorenzo ne scopre l&#8217; ineluttabile e così italiano scivolare dalla serietà, se questa si è voluta, nella tragedia; ne scopre la faccia cordiale e disponibile («Egli agisce di solito per pura cortesia e gli capita di essere sospinto in situazioni che non desidera»); ne mette a fuoco la raffinatezza che tanto facilmente finisce nella viltà o in ciò che crediamo il suo opposto, il cosiddetto eroismo; ne ascolta l&#8217; inclinazione ad aver delineato, tra i primi, i tratti di quanto più tardi si chiamò fasciocomunismo, la maggiore tra tutte le consolazioni; ne vede il desiderio ma in specie l&#8217; impotenza a spostare la storia, proprio come i ragazzini, al Foro Italico, girano intorno a quella immobile palla che ne è al centro senza smuoverla di un millimetro; infine riesce, a bassa voce, con pudore, con delicatezza, a dirne il peccato maggiore, la sua incapacità di accettare la banalità del bene, il suo rifiuto di ciò che più importa nella vita, nei meandri dell&#8217; uomo, in democrazia o in qualunque luogo si sia, accanto o a cavallo della tigre.</p>
<p><em>Esce giovedì 4 marzo il romanzo &#8216;Accanto alla tigre&#8217; di Lorenzo Pavolini (Fandango, pagine 248, 16,50). Nato a Roma nel 1964, Pavolini è autore di altri due romanzi: «Senza rivoluzione» (Giunti) e «Essere pronto» (Pequod)</em></p>
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		<title>Il Fascismo è una questione di famiglia - 2</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 23:15:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[Altra recensione al libro di Antonio Pennacchi, 'Canale Mussolini', che è stato già oggetto di valutazione da parte di Valerio Magrelli, poeta, su La Repubblica. Questa volta l'articolo è uscito su Libero, il 2 Marzo, a firma di Miska Ruggeri]
IL FASCISMO E&#8217; UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA
Antonio Pennacchi in &#8220;Canale Mussolini&#8221; dipinge la saga dei veneti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://img707.imageshack.us/img707/4271/antonio01.jpg"><img class="alignleft" src="http://img707.imageshack.us/img707/4271/antonio01.jpg" alt="" width="350" height="227" /></a>[Altra recensione al libro di Antonio Pennacchi, 'Canale Mussolini', che è stato <a href="http://www.anonimascrittori.it/lepica-della-bonifica/" target="_blank">già oggetto di valutazione da parte di Valerio Magrelli, poeta, su La Repubblica</a>. Questa volta l'articolo è uscito su Libero, il 2 Marzo, a firma di Miska Ruggeri]</p>
<p><strong>IL FASCISMO E&#8217; UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA</strong><br />
<strong>Antonio Pennacchi in &#8220;Canale Mussolini&#8221; dipinge la saga dei veneti giunti nell&#8217;Agro Pontino per la bonifica del Duce.</strong></p>
<p>«Esistono scrittori di testa e scrittori di pancia. E io sono uno scrittore di pancia, che cerca l&#8217;autentico e che sa che l&#8217;arte sta nella vita. Perciò racconto le cose che conosco, quello che ho vissuto. Di che altro dovrei parlare, che cazzo mi dovrei inventare?». E&#8217; arrabbiato Antonio Pennacchi, ce l&#8217;ha con chi gli rimprovera di essere vittima di un&#8217;ossessione, di battere sempre sullo stesso chiodo: l&#8217;Agro Pontino, la città del Duce, il fascio e il martello visti come fratelli-contro. «I grandi sono sempre legati a un territorio preciso. William Faulkner, John Steinbeck&#8230; Persino Dante&#8230; Inferno, Purgatorio o Paradiso, non c&#8217;è sempre la sua Firenze in mezzo? Che cosa vogliono da me? Certo, il mio romanzo non è politicamente corretto&#8230;».<br />
Ecco, forse il problema è proprio questo. Canale Mussolini (Mondadori, pp. 464, euro 20), dal nome con cui ancora oggi viene chiamato il canale di bonifica &#8216;Acque Alte&#8217; che costituisce il confine amministrativo tra il comune di Latina e quello di Cisterna di Latina, racconta la storia di una famiglia veneta (i Peruzzi di Codigoro), dai primi del Novecento alla Seconda Guerra Mondiale, spinta nel Lazio dalla fame e qui alle prese con l&#8217;immane impresa della bonifica. «Non c&#8217;è il jet set, non ci sono i salotti romani. Solo braccianti che faticano e che compiono un miracolo».</p>
<p>Accecati dall&#8217;ideologia</p>
<p>Pennacchi si infervora, in mente i troppi che non hanno idea di quello che è accaduto in quelle terre o che lo rifiutano in nome dell&#8217;ideologia. «Basta leggere i resoconti dei viaggiatori attraverso le malsane paludi pontine, di Stendhal o di Madame de Stael giusto per fare due nomi, per immaginare cosa fossero: l&#8217;inferno sulla terra, serpenti di due metri, malaria, sabbie mobili, immensi pantani. E oggi sono un giardino per oltre mezzo milione di persone, costato sacrifici, lavoro, dolore, morte. Lo sa che qui si parla ancora veneto? E che l&#8217;integrazione non è stata certo facile, con i locali che ci chiamavano &#8216;polentoni&#8217; e noi che davamo loro dei &#8216;marocchini&#8217;?».<br />
Trentamila veneti, friulani e romagnoli a strappare terra alle paludi, costruire canali e case coloniche, disboscare selve, abitare borghi e poi città. Un&#8217;epopea che lo scrittore di Latina, già autore tra l&#8217;altro de <em>Il fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi</em> (da cui è stato tratto il film <em>Mio fratello è figlio unico</em> con Elio Germano e Riccardo Scamarcio) e della raccolta di saggi <em>L&#8217;autobus di Stalin e altri scritti</em>, svolge in forma di romanzo. «I modelli, senza ovviamente voler fare paragoni, sono <em>Il mulino del Po</em> di Riccardo Bacchelli e il <em>Grande Sertao</em> del brasiliano Joao Guimaraes Rosa, con in più l&#8217;attenzione agli aspetti magico-religiosi».<br />
«E&#8217; un libro me-ra-vi-glio-so», scandisce Pietrangelo Buttafuoco, autore del bestseller <em>Le uova del Drago</em> (finalista al Campiello 2006 ma non bene accolto dalla critica militante), che lo ha letto in anteprima, «e profondamente vero nella sua indifferenza a qualsiasi schema ideologico, un atto dovuto da parte di Antonio alla sua gente: la risposta della grande letteratura al film &#8216;Baarìa&#8217;».</p>
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		<title>Il Fascismo è una questione di famiglia - 1</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 22:56:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Torquemada</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[presentazione]]></category>

		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[[Sul numero di Libero del 2 Marzo 2010, c'è una intera pagina dedicata a due scrittori, Antonio Pennacchi e Lorenzo Pavolini, che hanno fatto parte dell'antologia 'Il Bit dell'Avvenire'. Il primo, Pennacchi, è alla seconda recensione del suo libro 'Canale Mussolini', che già fa parlare molto di sé, mentre Pavolini riceve la prima nota per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://static.wix.com/media/676057b489972a902ee19b7a490d9ca3.wix_mp"><img class="alignleft" src="http://static.wix.com/media/676057b489972a902ee19b7a490d9ca3.wix_mp" alt="" width="368" height="250" /></a>[Sul numero di Libero del 2 Marzo 2010, c'è una intera pagina dedicata a due scrittori, Antonio Pennacchi e Lorenzo Pavolini, che hanno fatto parte dell'antologia 'Il Bit dell'Avvenire'. Il primo, Pennacchi, è alla seconda recensione del suo libro 'Canale Mussolini', che già fa parlare molto di sé, mentre Pavolini riceve la prima nota per il suo 'A cavallo della tigre'. Partiamo dal secondo, anche se il romanzo uscirà giovedì]</p>
<p><strong>A CAVALLO DELLA TIGRE</strong></p>
<p>In questi giorni il fascismo torna in sala narrativa anche con il terzo romanzo di Lorenzo Pavolini (classe 1964), Accanto alla tigre (Fandango, pp. 248, euro 16,50, in libreria da giovedì), dedicato al nonno Alessandro, gerarca appeso in piazzale Loreto accanto al Duce e alla Petacci. Lui, convinto fosse morto in volo come il suo amato Saint-Exupery e non fucilato alla schiena dai partigiani dopo essere stato catturato armi in pugno, apprende la verità solo scoprendone una foto in un libro delle medie e si mette in testa di accostarsi alla &#8216;tigre&#8217;. Finendo, quasi inevitabilmente e per quanto involontariamente, per cavalcarla.</p>
<p>[A questo punto uno può chiedersi: chi era Pavolini Alessandro, oltre ad essere un gerarca fascista e ad essere stato appeso a Piazzale Loreto?]</p>
<p><strong>I DUE (VERI) VOLTI DEL GOEBBELS ITALIANO</strong></p>
<p>Classe 1903, squadrista a 19 anni, a 26 anni è già federale di Firenze; cinque anni dopo è presidente della Confederazione fascista professionisti e artisti per altri cinque anni; quindi ministro della Cultura popolare dal 1939 al 1943: è Alessandro Pavolini, forse il più significativo esponente della nuova generazione fascista, quella che non ha fatto in tempo a fare la guerra, ma si è voluta &#8216;riscattare&#8217; con la partecipazione allo squadrismo. Una vita trascorsa in fretta a raggiungere la &#8216;bella morte&#8217;: a 42 anni, fucilato dai partigiani sul lungo lago di Dongo, il 28 Aprile del 1945, seguiva la sorte di Mussolini a poche ore di distanza.<br />
Personaggio controverso e contraddittorio, è diventato simbolo della violenza e dell&#8217;intransigenza più dura allorché fu portato dai tedeschi alla carica di segretario del Partito fascista repubblicano, durante la Rsi. Tuttavia, prima del 1943, Pavolini, due lauree e una buona produzione giornalistica e letteraria alle spalle, fu, nonostante certi toni verbali, sostanzialmente un moderato. Fondò e diresse &#8216;Il Bargello&#8217;, forse il più interessante fra gli organi locali del partito, con una terza pagina aperta al contributo di diversi intellettuali, da Bargellini a Pratolini, da Luzi a Vittorini, e inventò il Maggio fiorentino. Protetto da Ciano, al Ministerlo della Cultura popolare riuscì a fiancheggiare l&#8217;azione di Mussolini e dello stesso Ciano in politica estera finché esse concisero; poi prese sempre più le posizioni del duce, ma senza rompere con il &#8216;delfino&#8217; e soprattutto senza indulgere nella retorica staraciana. Mantenne una posizione abile e intelligente nei confronti dei tedeschi nel periodo della &#8216;non belligeranza&#8217;; difese l&#8217;antologia <em>Americana</em> curata da Vittorini e nel campo del cinema permise la diffusione di <em>Ossessione</em> di Visconti.<br />
Fu la crisi del regime, nel 1943, a far scattare il suo spirito giacobino e intransigente. Capo dei fascisti repubblichini e capo delle Brigate nere, rappresentò il potere più forte e più autonomo nella Rsi, trasformando il Pfr in &#8216;partito-milizia&#8217;, in una èlite di credenti e di rivoluzionari. Mussolini tentò, nella primavera del &#8216;44, di sostituirlo con Balisti, ma non vi riuscì perché il partito fece quadrato attorno a lui: fu il principale responsabile della fucilazione di Ciano, interpretando così le istanze del fascismo più estremista e organizzò l&#8217;azione di cecchinaggio a Firenze, mentre stavano arrivando gli Alleati. Impresse alla repressione partigiana tratti di efficienza e di violenza non comune.<br />
Una trasformazione radicale, la sua, dovuta alla consapevolezza che con la fine del fascismo sarebbe finito un mondo, il suo mondo, letterario e mitico, fatto di onore, di coerenza e di tragica consequenzialità.</p>
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