A cena con Elena
Annibale Petricca
2442 battute

poi rimandò la colomba
ma essa non tornò più a lui
Gn8.12

Fuori dalla stazione la città pareva popolata di luci. Qualcuno mi offriva il suo letto, ma le coperte erano poche, non bastavano per tutti e due, così quella notte dormii vicino a lui, comodo, ma nel sacco a pelo

Appena arrivato mi mostrò dove sistemare quel po’ che restava della provincia, dove ripararlo dalla polvere bruna di cui ogni inverno si ricopriva il pavimento, forse da secoli, e si decise l’ora di cena. Vicino l’ingresso c’era la cucina, le stoviglie sembravano marcire da mesi tra i fornelli e il lavello: quella sera qualcuno avrebbe ordinato

Annì non ci pensare, facciamo tutto noi

Disse Pietro. Alfonso s’era presentato poco prima. Una mano gelida, pallida e gracile. Prese dal frigo una busta di sottilette ingiallite, sottomarca, e le sciolse nel sugo

Annì… Qua i soldi non bastano…

Svelò un po di gobba
Una tavola rotonda, la tovaglia che la copriva interamente, furono il nostro primo incontro; le sedie non lasciavano temere cedimenti, le ombre sfumavano accoglienti, ma un altro Natale d’affetti improvvisati non aprì quella cucina alla fantasia; si parlò così della città, delle possibilità che offriva, di cosa avesse orientato le loro scelte

Il mio profio di filo era un mostro! Citava Ermes e Paolo. Non studiavo altro

Io invece solo Latino

Rispose Also. Poi raccolse le stoviglie; suoni squillanti, regolari: avvertii che ero piaciuto anche a lui, non perché ero la novità del loro angolo di città. Piacqui ai loro amici, piacqui alle loro ragazze: ricordo di quella che mi svegliava, là in quella casa, senza accendere le luci, mi confondeva la riga fra le tempie, nell’ora in cui Bologna si animava di presepi, di famiglia

Ma quella complicità nuova non poté nulla il giorno che presi a violentare la tavola con balbuzie liriche e latine. Prima di Natale li lasciai, ma quella sera mi ammonirono

Tu non conosci il metro! Kundera

Io cercai di riparare citando Elena di Troia, ma, beota, destai la loro fantasia che, fra un piatto e l’altro, figurò le mie nozze con una pupazza di carte, loghi per seni e simboli ermetici sul culo, e inutilmente ogni volta cercavo di spiegare poi che io avevo vista un’Elena per davvero, sotto un lécene, che poi l’avevo incontrata pure là fra i loro amici, le ragazze, e alla Salara: mi chiamarono Eleno, in un gioco di cui ridevamo insieme. Poi ho finto di dimenticare da loro il mio sacco a pelo, ho lasciato un tegumento, per chi cercheranno ancora a risvegliarli giovani e sognatori