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Canale Mussolini - Parte seconda

(54 articoli)
  1. zaphod

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    Fondatore

    In libreria dal 24 novembre, anche se sarebbe meglio dal 23, perché di Venere e di Marte ecc. ecc.

    L'aletta di presentazione recita:
    "Il 25 maggio del 1944 – ultimo giorno di guerra a Littoria – nel breve intervallo tra la partenza dei tedeschi e l'arrivo in città degli anglo¬americani, Diomede Peruzzi entra nella Banca d'Italia devastata e ne svaligia il tesoro. È qui che hanno inizio – diranno – la sua folgorante carriera imprenditoriale e lo sviluppo stesso di Latina tutta. Ma sarà vero? Il Canale Mussolini intanto – dopo essere stato per mesi la dura linea del fronte di Anzio e Nettuno – può tornare a essere quello che era, il perno della bonifica pontina. In un nuovo grande esodo, che ricorda quello epico colonizzatore di dodici anni prima, gli sfollati lasciano i rifugi sui monti e tornano a popolare la città e le campagne circostanti. I poderi sono distrutti, ogni edificio porta i segni dei bombardamenti. Ma il clima adesso è diverso, inizia la ricostruzione. Nel resto d'Italia però la guerra continua e si sposta man mano verso il nord, mentre gli alleati – col decisivo ausilio delle brigate partigiane e del ricostituito esercito italiano – costringono alla ritirata i tedeschi e le milizie fasciste. È una guerra di liberazione, ma anche una guerra civile crudele e fratricida. E la famiglia Peruzzi, protagonista memorabile della saga narrata in queste pagine, è schierata su tutti i fronti di questo conflitto. Paride al nord nella Rsi – mentre sogna di tornare dall'Armida e da suo figlio – rastrella ed insegue i partigiani. Suo fratello Statilio combatte i tedeschi in Corsica con il Regio esercito, poi a Cassino e su su fino alla linea Gotica. Il cugino Demostene è partigiano della brigata Stella Rossa, e combatte anche lui per liberare l'Italia. Accanto a loro ritroviamo lo zio Adelchi, che vigila sulle ceneri di una Littoria piena di spettri e di sciacalli, in attesa che nasca Latina; il mite Benassi e zia Santapace, collerica e bellissima; l'Armida con le sue api, e la nonna Peruzzi, che attribuisce compiti e destini alle nuove generazioni via via che vengono al mondo. E su tutti c'è Diomede – detto Batocio o Big Boss per un piccolo difetto fisico – il vero demiurgo della nuova città. Con il suo funambolico impasto linguistico veneto-ferrarese, col suo sguardo irriverente e provocatorio sempre addolcito però da un'umanissima pietas – «Ognuno ga le so razon» – Antonio Pennacchi torna a narrare le gesta dei Peruzzi, famiglia numerosa e ramificata di pionieri bonificatori, grandi lavoratori, eroici spiantati, meravigliosi gaglioffi, e donne generose e umorali. E se nel primo volume di Canale Mussolini ci aveva fatto riscoprire un capitolo della nostra storia per molti versi dimenticato, in questa seconda parte si dedica a mantenere viva la memoria del difficile processo di costruzione della nostra Italia democratica e repubblicana."

    Pubblicato 7 anni fa #
  2. zaphod

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    Una sbirciata alla copertina?

    Qua, sul sito di Ibs.

    Pubblicato 7 anni fa #
  3. zaphod

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    Fondatore

    Pubblicato 7 anni fa #
  4. Sono curioso.
    Il titolo non mi piace, la copertina neanche

    Pubblicato 7 anni fa #
  5. A.

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    poteva chiamarlo «canale delle acque alte»?

    Pubblicato 7 anni fa #
  6. k

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    Certo, ma anche Fiume Sisto, Cavata, Rio Martino, Torre Astura.

    Pubblicato 7 anni fa #
  7. "Lago di Fogliano" suonava benissimo per un romanzo hihi

    Pubblicato 7 anni fa #
  8. k

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    Lo faccia lei.

    Pubblicato 7 anni fa #
  9. cameriere

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    complimenti a k per la fine lavori.
    un abbraccio
    e buona lettura a tutti.
    ne riparliamo il 25 novembre.

    Pubblicato 7 anni fa #
  10. zaphod

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    Bravo Cam!
    Anche se pare che l'uscita sia stata posticipata al primo dicembre.

    Pubblicato 7 anni fa #
  11. cameriere

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    Membro

    accidenti che seccatura

    Pubblicato 7 anni fa #
  12. Woltaired

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    Membro

    Ma... andiamo a caccia di Volponi?
    Dai, dai, dai!

    Pubblicato 7 anni fa #
  13. zaphod

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    Fondatore

    Su Il venerdì di Repubblica intervista di Matteo Nucci a Pennacchi.

    Pubblicato 7 anni fa #
  14. zaphod

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    Fondatore

    Lo so che state tutti su Facebook e questo bar lo visitate solo ogni tanto, ma ha portato bene alla prima parte del Canale, e vale la pena ogni tanto aprire la porta, fare prendere aria alle stanze e accendere le luci.
    Se poi ci si incontra magari si fanno due chiacchiere sui tempi andati, ci si racconta gli aggiornamenti sulle ultime vicende e magari si beve un goccio insieme. Le bottiglie di liquore (mezze piene e mai mezze vuote) stanno ancora sullo scaffale, i bicchieri sono puliti e sul bancone basta passare un colpo di straccio per la polvere.

    Ecco il pezzo di Nucci (se non lo avete già fatto leggetevi Il toro non sbaglia mai che merita):

    LATINA. Avere a che fare con Antonio Pennacchi è un’impresa. Certe volte, per spiegarmi la sua roboante vitalità, il perenne lamento, la costante prontezza all’ira e la straripante passione tenuta a freno dietro la divisa da operaio scrittore e dietro la classica aria scazzata e diffidente, me lo immagino come uno dei suoi eroi. Iracondo, tenero, presuntuoso, fragile, burbero per scelta. Uno che si è immolato in difesa della sua storia. Uno che ha dedicato la vita a protezione del suo canale, ossia un concentrato simbolico potentissimo: il canale che rese possibile la bonifica dell’Agro Pontino e dunque tutte le vite che lì lavorarono, nacquero, crebbero, fondando paesi e città; il canale su cui si combatté a difesa di qualcosa che alcuni sapevano e altri no; il canale che si secca, si riempie, pulsa di vita fra filari di eucalipti, dunque il cuore di una storia che Pennacchi difende con i denti e continua a coltivare contro tutto e tutti, pur di salvare se stesso e la sua promessa di figlio di coloni. Me lo immagino così, certe volte, pur di non farmi scalfire da tutti i tentativi che fa per spingermi al litigio. Polemos è padre di tutte le cose – scriveva Eraclito. Il conflitto domina su tutto. Per Pennacchi sembra una legge assoluta. Una legge stabilita in base al piacere che prova nel contraddire gli altri a qualunque costo, mentre non smette di contraddire se stesso.
    “Matte’ nun me mette nell’articolo che parlo in romanesco oh!” “Antonio come faccio se parli solo romanesco?” “Arrangiate”. Ecco qua. Così si comincia. Dopo che mi ha tirato intorno in vari modi. Innanzitutto assicurandosi che avessi letto ogni riga di questo nuovo capitolo in difesa delle sue origini, Canale Mussolini. Parte seconda (Mondadori, pp. 432, euro 22). Poi rifiutandosi in tutti i modi di venire a Roma. Infine dicendomi che prima di cominciare a parlar seriamente deve farsi una sigaretta e dunque cinque minuti, anzi, proprio perché sei te, tre minuti. Nel frattempo sfoglio ancora il librone con cui, a cinque anni dal primo che gli valse il Premio Strega e una notorietà inattesa, è tornato a esplorare la saga della famiglia Peruzzi. Un seguito che si apre il 25 maggio 1944 (ultimo giorno di guerra in quella che fu Littoria e che divenne poi Latina), racconta dettagliatamente la fine del conflitto, si espande sulla ricostruzione del Paese fino ai primi anni Sessanta. “Ma è un seguito che nessuno si aspettava, Antonio” gli dico dopo la sigaretta “O lo avevi messo in conto?” “Io l’ho detto e lo ripeto: sono venuto al mondo per raccontare questa storia qui. Quando ho letto Il mulino del Po di Bacchelli o Placido Don di Solochov mi era già chiaro che avrei voluto scrivere un secolo di storia attraverso le vicende della mia famiglia. Dovevo fare tre volumi. Poi Canale Mussolini ha avuto un successo che nessuno avrebbe potuto prevedere. Io sono stato travolto da quel successo. Mi sono sentito sovrastato dal libro. Ho pensato che non sarei mai stato capace di scrivere altro del genere. Così ho scritto due libri facili (Storia di Karel e Camerata Neandertal). Poi mi sono messo su questo. Ma all’inizio doveva essere una storia piccola. Volevo raccontare di Diomede, della Banca d’Italia svaligiata che apre il libro. Qualche centinaio di pagine. E invece mi ha fregato l’editore. Mi hanno detto: bene, lo intitoliamo Canale Mussolini parte seconda. E io ci sono rimasto intrappolato. Il titolo mi ha ricordato quel che volevo fare. Ho cambiato direzione. Ho cominciato a diffondermi su una storia che non avevo messo in conto di affrontare. E ho lavorato e lavorato. Quattordici, quindici ore al giorno per un anno. Ma sono così io. C’ho il culto del lavoro. Sono figlio di bonificatori. E ora mi sento distrutto, svuotato. Perché i libri è meglio leggerli che scriverli. Si fatica troppo. Si fatica troppo”.
    La storia che prende piede nel libro, parallelamente all’epopea dei Peruzzi che i lettori già in parte conoscono nel loro spirito di ira, amore, dolore, lavoro, imprese picaresche e disperate, è una ricostruzione meticolosa delle vicende che portarono a Salò, i rapporti fra Mussolini e Hitler, la storia d’amore fra Mussolini e Claretta Petacci. Ovviamente la ricostruzione via via diventa sempre più romanzesca e, benché sia basata su una mole di studi che s’intravedono chiaramente dietro al lavoro dello scrittore, finisce addirittura per trasfigurarsi, facendo sporgere il lettore su dimensioni fantastiche, a volte magiche. “Raccontare vent’anni di fascismo era stato più semplice. Qui ci sono passaggi chiave di cui devi rendere conto. Poi quando uno si mette a leggere gli epistolari e approfondisce la storia d’amore fra Claretta e Mussolini, be’, insomma, mettetela come vi pare, ma quella è una grande storia d’amore. Lei cerca la morte insieme a lui. E nella storia d’Italia tutto questo non si scorderà mai. Finché ci sarà qualcuno che parla italiano si ricorderanno quei due corpi appesi a piazza Loreto. Una fine orrenda ma storicamente determinata che fu lavacro per tutti noi”. E il fantastico? Il magico? “Io ho amato molto Jorge Amado ma sono un marxista materialista e il mio magico-religioso viene dal mondo contadino. Non è realismo magico. Semmai iper realismo magico. Cioè, io racconto quel che si racconta qui. Del fantasma di Mussolini che gira in moto per queste strade si sa da sempre. E io parlo al mio popolo, alla mia terra, ai miei compagni di strada, a Latina”. Latina, infatti, è la vera protagonista del libro. Con la sua inarrestabile crescita demografica scandita precisamente nel corso del libro. Un’espansione che Pennacchi ha studiato e descritto altrove ma che qui diventa epica. Parte di un passato che sembra non finire mai. “Il passato non è mai morto. In realtà non è neanche passato” scrisse Faulkner. “Ah no!” fa Pennacchi “Faulkner era un reazionario. Io sono un materialista storico. Per me il tempo ha un passo lento ma porta a un inesorabile progresso. Il processo di civilizzazione va avanti”. Eppure figure come Togliatti e De Gasperi che giganteggiano nel libro oggi sono semplicemente inimmaginabili. “Eh ma quelli avevano fatto la guerra! Ne avevano viste. Io ho portato avanti un processo di revisione su entrambi e li ho rivalutati profondamente. Ma se c’abbiamo Renzi oggi, che a me non è affatto simpatico, non significa che si stia tornando indietro. Renzi è storicamente necessitato. Io comunque non dico più nulla. Non vado più in tv, non partecipo più al dibattito politico, non voterò alle primarie del PD, tanto di quel che dico non gliene frega niente a nessuno”. Solo scrivere, Antonio? “Be’ no, adesso mi prendo una pausa. Poi vediamo, non mi scocciate. Ho finito questo. Te l’ho detto: sono esausto.” Ma almeno ti sei ripreso dal Premio Strega. Hai sempre detto che ti aveva fagocitato. Era meglio non vincerlo? “Be’ no, ao’, annamoce piano, che stai a di’? Eh eh. Ma no. Parlamo della Roma invece. Garcia? Che dici di Garcia? Na fatica. Poi col Frosinone in serie A, diomio. Ce dovrebbe arriva’ il Latina in serie A. Sarebbe storia vera. E vedi come sono le cose? Se si giocasse Latina-Roma oggi mio figlio tiferebbe Roma, di sicuro. Ma io no. Io non potrei. Io tiferei Latina”.

    Pubblicato 7 anni fa #
  15. zaphod

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    Fondatore

    Qua invece c'è il pezzo di Bruno Giurato per Il giornale corredato anche di estratto del libro.

    Altri commenti sono usciti su Il Fatto Quotidiano (Camilla Tagliabue) e La Stampa (Mirella Serri).

    Pubblicato 7 anni fa #
  16. A.

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    Moderatore

    Io qui al bar ci sto sempre.
    Non è chiuso, ha fatto solo una pausa. Ma tornerà

    Pubblicato 7 anni fa #
  17. SCa

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    Allora zaphod versa un bicchiere di quello buono, invecchiato il giusto.

    Pubblicato 7 anni fa #
  18. zaphod

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    Fondatore

    Canale Mussolini Parte Seconda
    Note, fonti e ringraziamenti

    Grazie a Ivana. E grazie ai figli, a Riccardo e alle nipoti che mi sopportano.
    Grazie a Antonio Franchini e Massimiliano Lanzidei, senza i quali non mi sarei accinto a questa impresa. Menomale che almeno Massimiliano non mi ha poi abbandonato. Ma me lo potevi pure dire prima però, Franchi’, te possin’ammazzà.
    Grazie a Pier Giacomo Sottoriva, a Nathalie Bauer, a Thomas Harder, a Mia Fuller, a Fabrizio e Mirella Leccabue, a Roberto Spocci, a Pietro Dimiccoli maggiore CC, a Dino Del Giudice, a Gianfranco Compagno, Cristina Bellomo, Francesca Cirilli. Grazie a don Andrea Marinelli, parroco di San Marco di Latina, anche se tifa Livorno e Fiorentina. Grazie a Stefano Savino, a Benito Berna, Graziano Lanzidei, Silvano Roccato, Gianni Lauretti, Romano Saurini, Ezio e Dino Lucchetti, Gianni Biondi, Alessandro Marchionni, Piermario De Dominicis e Arrigo Di Bello della libreria ‘Storie’ di Latina, fonte inesauribile di spunti anche per questo libro. Grazie e zia Clara Busatto Tonazzi. Grazie a Paolo e Maurizio Galante, ad Antonio Taormina, a Filippo Cosignani, al mio barbiere Gastone Contarini di Corso Matteotti, a Gerardo Rizzo e a Marcello del Bar Friuli, anche se il barista è della Rocca, tifoso della Lazio e fan dei Cugini di montagna. Non fai in tempo ad entrare e subito attacca: “Anima mia! Mortacci tua...”. Caccialo Marce’, che il caffè lo fa pure male. E non ciavete manco l’Amaro Cora. Grazie a Mara Samaritani, Camilla Sica, Valeria De Benedictis, Cristiana Renda, Chiara Giorcelli, Chiara Palestini, Emanuela Canali, Giulia Ichino, Carlo Carabba, Laura Gagliardi, Luigi Sponzilli. E grazie pure sempre ad Antonella Fassi.

    Grazie a Flavio Pietrantoni, stupendo novantunenne autore dell’autobiografia: La lunga vita piena di guai di un uomo qualunque, Cisterna di Latina 2013.

    FONTI
    Le fonti orali sono tantissime, ma la maggior parte non le ricordo più. Chiedo quindi umilmente scusa a tutti.
    Fonte indiretta ma determinante del lungo processo di riflessione su Togliatti, rimane per me il padre di Giovanni Terlizzo, nei racconti che ne faceva il figlio cinquant’anni fa. Grazie ancora a tutti e due.
    Il ‘torero di Latina’ invece è di Diomede Marafini, riportato da Massimo Rosolini al Bar Mimì.
    ‘Come casso la se ciama’ è di Mirella e Fabrizio Leccabue, raccontato di sera davanti alla luna nella loro stupenda casa sui colli di Felino.
    ‘A mia?!’ dovrebbe essere di Pietro Citati – ma non ricordo bene – letto più d’una decina d’anni fa su Repubblica.
    La storia di ‘Paolo il danese’ ce l’ha raccontata, a Ivana e me, una sera a Copenaghen Thomas Harder – che ci ha scritto pure un libro – traduttore in Danimarca di Canale Mussolini e del Fasciocomunista. Grazie di nuovo a lui e alla moglie Lene. Forza Jutland!
    Gli accoltellati per terra la mattina a Campo Boario è di Paolo Galante, raccontata a lui dal nonno e dagli zii Cinelli.
    ‘Piano, che lo rompete’ era di Rocco Brienza, riposi in pace
    Littoria come ‘cerchio magico’ è di Diane Yvonne Ghirardo, Building New Communities - New Deal America and Fascist Italy, Usa 1989 (ed. italiana 2003), speditomi dall’impareggiabile Mia Fuller.
    Quello che da solo di notte sul mare, gli si spalanca contro all’improvviso l’intero sbarco alleato, sta pure però in A. Augello, Uccidi gli italiani. Gela 1943, Milano 2009. Evidentemente ad ogni sbarco c’è qualcuno che, da solo, ci si trova di fronte per primo. Che ci posso fare io?

    L’impasto linguistico dei dialoghi di questa Parte seconda rimane l’arcaico veneto-ferrarese della bassa rovigotta – contaminato probabilmente in Agro Pontino – appreso bambino da mia madre e dai miei zii, e definibile oggi come un dialetto veneto dell’emigrazione. Ho trovato però utili, seppure di area padovana: S. Belloni, Grammatica veneta, Padova 2009; L. Nardo, Dizionario italiano-veneto. A sercar parole, Padova 2009.
    La versione spagnola della parola ‘ginocchio’ dovrebbe essere in realtà – secondo tutti i vocabolari – ‘rodilla’ e non ‘genocho’. Pare però che quel taxista ispano-americano, di cui narra Ezio Lucchetti, provenisse da una zona dell’America Latina a fortissima concentrazione di immigrazione veneta dei primi del Novecento. Non è quindi da escludere un reciproco processo di contaminazione e scambio linguistico. Del resto è abbastanza noto che siamo molti di più i veneti in giro per il mondo, dei veneti rimasti in Veneto e sviluppatisi anche e soprattutto in forza della nostra emigrazione. Poi stai bene a dire: «Basta imigrasion! Paroni a casa nostra!». Quando hai mandato noi – a casa degli altri – non valeva? E se adesso ci cacciano, torniamo tutti lì?

    BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
    Per la bibliografia generale si rimanda al primo volume di Canale Mussolini e soprattutto a Fascio e martello - Viaggio per le città del Duce, Laterza 2009.

    Solo nell’agosto 2015, lavorando a questa Parte Seconda, mi sono reso conto che in quegli elenchi di fonti se ne era imperdonabilmente persa una delle più importanti – Giusto Traina, Paludi e bonifiche del mondo antico, Roma 1988 – che a suo tempo mi aveva illuminato sulla differenza tra palus al singolare, in latino, e paludes al plurale. Solo grazie a questo lavoro m’era riuscito finalmente di comprendere, ragionevolmente, l’assetto e corografia delle ex Paludi Pontine. Chiedo quindi umilmente venia all’autore, di cui cfr. anche: Id., «L’immagine imperiale delle Paludi Pontine», in La Valle Pontina nell’Antichità. Atti del Convegno di Cori(13-14 aprile 1985) , Roma 1990.

    Sulla seconda guerra mondiale e la resistenza in Agro Pontino: P.G. Sottoriva, I giorni della guerra in provincia di Littoria, Latina 1985; Id, Cronache da due fronti. Gli Avvenimenti bellici del 1943-1944 sul Garigliano e nell’Area Pontina, Latina 2004; Id., 4 Maggio 1944 L’eccidio di Borgo Montenero, in “Centro Storico” 2014.
    Sui fatti d’arme di Sermoneta: Francesco D’Erme, Granelli di piombo, Latina 1997.
    Su Gino Rossi, cfr: F. Lucchi, Gino Rossi: Alpino combattente e martire della Resistenza, in “Doss Trent”, ANA Trento, marzo 2008.
    Su Borgo Hermada e Borgo Montenero: Mario Aramini, Storia di un emigrante. Dal Castello di Zumelle all’Agro Pontino, dattiloscritto.
    Sulla guerra e i primi anni dopo la guerra a Latina Littoria: Casa Salesiana Latina, Cronaca anni 1933-1947, diario dattiloscritto; L. Cardarelli e M. Ferrarese, I giorni di Latina dal ‘32 ad oggi, Velletri 1978; T. Stabile, Latina una volta Littoria, Latina 1982; A. Attanasio e P.G. Sottoriva (a cura), I partiti politici in provincia di Latina, Latina 2005; E. Lucchetti, I miei primi ottant’anni, Latina 2007; Giorgio Biondi dal 1 maggio 1925 al 3 marzo 1948, diario pubblicato a cura del figlio Gianni nel 2007; AA.VV. La Guardia di Finanza e Palazzo “M” a Latina, Formia 2014; Alfio D’Annibale, Da Littoria a Latina, s.n.t.; A. Marucco, C’era una volta la Casba, (Latina 2015).
    Sulla recrudescenza malarica e la presunta ‘guerra nazi-batteriologica’: F. Snowden, The Conquest of Malaria. Italy 1900-1961, Yale University Press 2006 (ed. italiana 2008).
    L’epistolario Claretta-Benito è in: L. MONTEVECCHI (a cura), Benito Mussolini, A Clara, Tutte le lettere a Clara Petacci 1943-1945, Milano 2011.
    Il racconto del ragazzino a Porta San Paolo: Alvaro Cardarelli, in “Rione Garbatella”, http://www.rionegarbatella.it/archivio-racconti-garbati/486-a-difesa-de-roma-ricordi-personali-dell8-e-9-settembre-1943
    Sugli eccidi di Codevigo e il Gruppo armato Cremona: Marco Rossi, Il conto aperto. L’epurazione e il caso di Codevigo: appunti contro il revisionismo, in “Materiali di storia” 13, 1999, ora in:
    http://www.centrostudiluccini.it/pubblicazioni/materiali/13/codev-rossi.pdf

    Altre fonti: Hannah Arendt; A. Bianchini; G. Bocca; R. Brunasso; P. Cacucci; M. Caudana; M. Caudana e A. Assante; C. Ciammaruconi; S. Corvisieri; A. Del Boca; V. D’Erme; M. Dominioni; G. Fasanella; D. Fertilio; A. Folchi; E. Galli della Loggia; E. Gentile; T. Lanzuisi; Mao Tsetung; A.A. Mola; F. Motto; G. Pansa; C. Pavone; G. Pisanò; Giorgio e Paolo Pisanò; G. Rochat; P. Secchia; E. Sereni; P. Spriano; P. Togliatti, P. Zaccagnini; D. Zanini. E poi R.L. Stevenson, R. Bacchelli, J. Guimãraes Rosa, M.A. Šolochov, Beppe Fenoglio, C. Malaparte, Giose Rimanelli, Carlo Lizzani, Giosue Carducci, Gabriele D’Annunzio. V. De Sica, Dalida, L. Tajoli, Iva Zanicchi e Bobby Solo, Beniamino Gigli, Luciana Dolliver, Marisa Brando. Tom Cruise e Dustin Hoffman.
    E poi internet e wikipedia.

    IN MEMORIA DI DARIO EVANGELISTA
    Abbiamo sepolto Dario venerdì 14 agosto 2015, nel sabbione sedimentario giallo del cimitero di Borgo Hermada in comune di Terracina. Per tanti anni aveva lavorato in banca, prima a Anagni e a Latina, poi a Sabaudia e Terracina. Aveva 69 anni. Talentuoso pittore e finissimo poeta, lasciava la moglie Patrizia e la figlia Eloisa. E lasciava – affranti anch’essi – gli amici ed i vecchi compagni. A lui era fortemente ispirato il personaggio di Serse nel romanzo Il fasciocomunista, ma ricorre anche in quasi tutti gli altri miei libri.
    Era arrivato con la famiglia dal bellunese a Latina nel 1967. Il padre Paolo era primo medico all’Inam e abitavano in via Garibaldi 5, vicino piazza Quadrata. Prima di andare all’Inam, era stato nell’esercito – maggiore medico degli alpini – e durante la guerra aveva fatto il partigiano e combattuto nell’agordino con il gruppo Pisacane della Divisione Garibaldi Nannetti, comandato da Mariano “Carlo” Mandolesi di Gaeta, comunista, medaglia d’argento al valor militare.
    Era comunista anche lui – il padre di Dario – di quelli duri e puri di Pietro Secchia che avrebbero voluto fare la rivoluzione. E quando nella lista delle sedi disponibili dell’Inam vide Latina, la scelse proprio per stare di nuovo vicino al suo vecchio compagno e comandante “Carlo”, Mariano Mandolesi di Gaeta.
    Dario ed io ci conoscemmo il 1° ottobre di quell’anno 1967, all’inizio delle scuole – quarantotto anni fa – sui banchi del quinto geometri al Vittorio Veneto di Latina.
    Non eravamo studenti modello. Ma esattamente come è stato con mio fratello Gianni e con Pippo Muraglia, parecchie delle intuizioni che ho poi sviluppato e su cui ho lavorato tutta la vita, se non proprio originariamente sue sono però sicuramente frutto delle interminabili chiacchierate camminando a piedi di notte per le strade di Latina – avanti e indietro all’infinito sulla circonvallazione, o dal bar Dante al bar Poeta che allora erano sempre aperti – fino alle prime luci del giorno. O facendo l’autostop sull’autostrada del Sole insieme appunto a Pippo Muraglia, a cui nel Fasciocomunista era ispirato Lupo. Senza quelle chiacchierate, senza quei chilometri a piedi nelle notti bianche, senza quei compagni e amici, non ci sarebbero – per quel poco che valgono – i miei libri. A lui – a Dario Evangelista – debbo la scoperta della fantascienza e di tanti svariati autori. A lui – probabilmente – debbo anche l’approdo a sinistra e a lui è dedicato questo libro.
    Riposa in pace Dariù, ti sia lieve la terra.

    antonio pennacchi
    1 dicembre 2015

    Pubblicato 7 anni fa #
  19. zaphod

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    Fondatore

    Questa invece è un'anteprima assoluta, solo per voi avventori affezionati.

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    Che ne dici, Sca?

    Pubblicato 7 anni fa #
  20. SCa

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    Membro

    Mi hai capito al volo; infatti te ne volevo chiedere uno doppio.

    Pubblicato 7 anni fa #
  21. Ha da chiude pure facebook prima o poi.

    Pubblicato 7 anni fa #
  22. A.

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    Moderatore

    ---Io sto facendo un battage incredibile a scuola, dove ormai ci saranno almeno cinque miei colleghi che lo compreranno.
    Se per caso viene a Trento, K, sarebbe bello che facesse un incontro con gli alunni del liceo dove insegno, a Trento. Chieda a Mondadori l'autorizzazione (la stamperia è a Cles - dove vivo).

    ---Una domanda per k
    «autostop sull'autostrada del sole»? Cioè?

    Pubblicato 7 anni fa #
  23. k

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    Membro

    Cioè che?
    Autostop sull'autostrada del Sole!
    Ci avrei scritto pure un libro...

    Pubblicato 7 anni fa #
  24. Vedasi il Fasciocomunista.

    Pubblicato 7 anni fa #
  25. A.

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    Moderatore

    grazie

    Pubblicato 7 anni fa #
  26. zaphod

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    Fondatore

    Su Il Messaggero (in forma ristretta) e sul suo blog la recensione di Mario Avagliano:

    L'ITALIA CHE ESCE DALLA PALUDE NEL ROMANZO DI PENNACCHI

    La saga della famiglia Peruzzi, la ruspante e intraprendente famiglia di contadini originaria della bassa Pianura Padana, trasferitasi sotto il fascismo dal Veneto all’Agro Pontino, con il miraggio della bonifica, continua nell’Italia della guerra civile e della ricostruzione. È arrivato in libreria “Canale Mussolini parte seconda” (Mondadori, 425 pagine, 22 euro), l’atteso seguito del fortunato romanzo di Antonio Pennacchi, vincitore del Premio Strega nel 2010.

    Avevamo lasciato i Peruzzi negli ultimi giorni di guerra a Littoria, schierati assieme agli altri coloni al fianco dei tedeschi e dei fascisti, a sparare fucilate contro le pattuglie alleate, nel timore di perdere la terra che tanto faticosamente avevano sottratto alle paludi pontine. E poi tornare nei poderi distrutti, prendendo atto che gli americani non erano così malvagi come li dipingeva il regime fascista e che anzi, grazie al loro insetticida “Ddt”, potevano finalmente debellare la zanzara anofele dalle campagne.
    Il racconto delle vicissitudini dei coloni “cispadani” riprende proprio da lì, il 25 maggio del 1944, il giorno della liberazione, quando - profittando del caos di quelle ore - il diciottenne Diomede Peruzzi penetra con due amici più grandi nel palazzo della Banca d’Italia devastato dalle bombe, dove svolazza qualche pezzo bruciacchiato di banconote da mille, svaligiandone con carriole di legno il caveau. È da questo furto che costruisce la sua folgorante carriera imprenditoriale e che ha inizio la nuova impetuosa fase di sviluppo della città, che poi nel 1946 cambierà il nome in Latina.
    La guerra a Littoria è terminata. Al Canale Mussolini, il principale canale della bonifica, che per quattro lunghi mesi si è trovato al centro del fronte bellico di Anzio e Nettuno, torna a rifluire la vita. Gli sfollati abbandonano i rifugi sui monti e ripopolano la città e le campagne. I poderi recano i segni dei bombardamenti. Ma nella popolazione c’è un ritrovato senso di fiducia e la voglia di iniziare la ricostruzione.
    Nell’Italia occupata dai nazisti, però, la guerra continua. Il fronte si sposta verso nord, grazie all’avanzata degli Alleati che, con il prezioso contributo dei partigiani e del ricostituito esercito italiano, costringono alla ritirata i tedeschi e i fascisti di Salò. È una guerra di liberazione, ma – come ha evidenziato lo storico Claudio Pavone – anche una guerra civile, che attraversa le famiglie e a volte le divide e le dilania.
    È il caso dei Peruzzi. Il giovane Paride, in camicia nera, ha aderito alla Rsi e mentre sogna di tornare dalla zia-amante Armida e dal figlio, partecipa alle campagne di rastrellamento contro i partigiani. Suo fratello Statilio, invece, che veste la divisa con le stellette del Regio Esercito, si scontra con i tedeschi in Corsica e poi a Cassino e sulla linea Gotica. Il cugino Demostene, del ramo della famiglia dell’“Altitalia” rimasto fedele agli ideali social-comunisti, si arruola partigiano nella Brigata Stella Rossa e combatte anche lui per liberare l’Italia.
    I due cugini antagonisti, Paride e Demostene, che fino all’età di quattordici anni erano cresciuti assieme, giocando come due fratelli, bighellonando di notte d’estate e pescando nel fiume, s’incontreranno casualmente nella primavera del 1945 alle foci del Po a Goro, ma non avranno il coraggio di spararsi (“Ma come agh sparo? El xè me cusin!”), facendo prevalere le ragioni del legame familiare sull’ideologia.
    Accanto ai Peruzzi in divisa ritroviamo gli altri protagonisti della “parte prima” del romanzo. Lo zio Adelchi, l’unico vigile urbano rimasto a difesa del comune quando arrivano gli inglesi a liberare una Littoria deserta e quasi ridotta in macerie; il mite zio Benassi, fissato con la Corale, e la moglie Santapace, collerica e bellissima; la passionale Armida, dai capelli biondi e dai fianchi tondi, con le sue api che rivelano il futuro, e la nonna Peruzzi, che attribuisce compiti e destini ai nuovi rampolli che vengono al mondo. E ovviamente l’indomito Diomede, figlio della Modigliana, sorella gemella di zia Bissola, e di padre incerto. Capelli rossi brillanti, lentiggini sul muso e “simpatia da vendere”, è chiamato Batocio o Big Boss per un piccolo difetto fisico. Si rivelerà il vero demiurgo della nuova città.
    Le loro vicende s’intrecciano con quelle dei personaggi storici, a partire da Benito Mussolini, alla cui liasion con Claretta Petacci il libro dedica pagine intense. Dal sogno di Claretta di Ben che in una notte di luna piena la raggiunge al bivio dell’Appia a Littoria, fino alla fine tragica e ancora in parte misteriosa durante la fuga verso la Svizzera, con la successiva esposizione delle loro salme a Piazzale Loreto a Milano il 28 aprile del 1945.
    E poi nel dopoguerra il leader della Dc, Alcide De Gasperi, che nella ricostruzione ironica di Pennacchi, per avere gli aiuti del Piano Marshall, è costretto in dialetto veneto dal presidente americano Truman a buttar fuori dal governo le sinistre (“Tuti i schei che ti vol! Basta ch’at mandi via i comunisti”). Non manca un “cammeo” del segretario del Pci, Palmiro Togliatti, che quando il 14 luglio 1948 subisce un attentato che rischia di provocare una nuova guerra civile, prima di varcare in barella le soglie della camera operatoria, dove il grande chirurgo Pietro Valdoni lo avrebbe salvato, a Nilde Iotti accucciata premurosa su di lui, ripete: “Am racomando, Nilde, dighe de star calmi e de non far i mati, dighe da non far gninte”.
    Un romanzo storico corale, dallo stile colorito e piacevole, con dialoghi vivaci, in cui il “fasciocomunista” Pennacchi ci restituisce senza un briciolo di retorica e a tratti con feroce sarcasmo il clima infuocato dell’epoca, ricco di difficoltà e di contraddizioni, che attraversavano entrambi gli schieramenti. Raccontandoci però anche la determinazione, la speranza e la voglia di ripartire dell’Italia che usciva dal buio ventennio fascista.

    Pubblicato 7 anni fa #
  27. zaphod

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    La medaglia della prima "recensione social" va invece a Gianni Mello che scrive su Anobii e Amazon:

    Libro a due facce

    Libro come al solito godibilissimo con Pennacchi che da affabulatore quale e' rende l'atmosfera e gli eventi veri e gonfiati come i racconti di ricordi che fanno i vecchi al tavolo dell'osteria della sua Littoria nella guerra e nel dopoguerra. Ma c'e' un ma che guasta il sapore del libro: il suo ergersi a esegeta acritico di Togliatti e della resistenza ... ma dai Pennacchi alla tua eta' ti metti a fare il Primo Arcovazzi e ad esaltare stanche liturgie di partito a cui non credono neanche più' i - pochi - officianti rimasti...

    Pubblicato 7 anni fa #
  28. k

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    Digli, per cortesia, che del tu lo desse a sua sorella.

    Pubblicato 7 anni fa #
  29. Woltaired

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    Sì, vabbè, ma quand'è che viene al nord il circo? Che se non me lo dite, per protesta, vado a casa di Faust e gli rubo la sua copia, ecco!

    Pubblicato 7 anni fa #
  30. zaphod

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    Fondatore

    No, non vale.
    Bisogna andare in libreria che in questa classifica bisogna recuperare su Fabio Volo e After.

    Pubblicato 7 anni fa #

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