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Canale Mussolini - Parte seconda

(54 articoli)
  1. (ANSA) - ROMA, 17 DIC - ANTONIO PENNACCHI, CANALE MUSSOLINI PARTE SECONDA (MONDADORI, PP. 425, EURO 22,00) A cinque anni dal primo che gli valse il Premio Strega e una notorietà inattesa, Antonio Pennacchi torna a esplorare la saga della famiglia Peruzzi. Canale Mussolini - Parte seconda è un imponente romanzo corale e polifonico, che alterna i toni dell'epica a quelli dell'elegia. Un seguito che si apre il 25 maggio 1944 (ultimo giorno di guerra in quella che fu Littoria e che divenne poi Latina) e che racconta dettagliatamente la fine del conflitto, si espande sulla ricostruzione del Paese fino ai primi anni Sessanta.
    Sullo sfondo si muovono i fantasmi della Storia e della Seconda guerra mondiale come il passaggio che racconta la prima (e ultima) notte trascorsa insieme da Benito Mussolini e Claretta Petacci, appena prima di essere uccisi, il 28 aprile del 1945.
    Pennacchi racconta la grande saga dei Peruzzi, emigrati dal Polesine in Agro Pontino dopo la bonifica dagli anni finali della guerra, dopo lo sbarco degli americani e la ritirata tedesca, fino ai primi anni Sessanta con l'esplosione del benessere. L'ascesa di Diomede, che esce con una carriola di banconote dalla sede della Banca d'Italia bombardata dagli americani nella memorabile scena d'apertura del romanzo, viene seguita dall'autore con lo spirito che i suoi lettori hanno imparato ad amare. Un nuovo grande esodo, che ricorda quello epico colonizzatore di dodici anni prima, gli sfollati lasciano i rifugi sui monti e tornano a popolare la città e le campagne circostanti. I poderi sono distrutti, ogni edificio porta i segni dei bombardamenti. Ma il clima adesso è diverso, inizia la ricostruzione. Nel resto d'Italia però la guerra continua e si sposta man mano verso il nord, mentre gli alleati - col decisivo ausilio delle brigate partigiane e del ricostituito esercito italiano - costringono alla ritirata i tedeschi e le milizie fasciste. È una guerra di liberazione, ma anche una guerra civile crudele e fratricida. E la famiglia Peruzzi, protagonista della saga narrata in queste pagine, è schierata su tutti i fronti di questo conflitto. Paride al nord nella Rsi - mentre sogna di tornare dall'Armida e da suo figlio - rastrella ed insegue i partigiani. Suo fratello Statilio combatte i tedeschi in Corsica con il Regio esercito, poi a Cassino e su su fino alla linea Gotica. Il cugino Demostene è partigiano della brigata Stella Rossa e combatte anche lui per liberare l'Italia. Accanto a loro ritroviamo lo zio Adelchi, che vigila sulle ceneri di una Littoria piena di spettri e di sciacalli, in attesa che nasca Latina; il mite Benassi e zia Santapace, collerica, giovane e di una bellezza struggente; l'Armida con le sue api, e la nonna Peruzzi, che attribuisce compiti e destini alle nuove generazioni via via che vengono al mondo. E su tutti c'è appunto Diomede - detto Batocio o Big Boss per un piccolo difetto fisico - il vero demiurgo della nuova città. Con il suo funambolico impasto linguistico veneto-ferrarese, col suo sguardo irriverente e provocatorio sempre addolcito però da un'umanissima pietas, 'Ognuno ga le so razon'.
    Antonio Pennacchi torna a narrare le gesta di questa famiglia numerosa e ramificata di pionieri bonificatori, grandi lavoratori, eroici spiantati, meravigliosi gaglioffi e donne generose e umorali. E se nel primo volume di Canale Mussolini ci aveva fatto riscoprire un capitolo della nostra storia per molti versi dimenticato, in questa seconda parte si dedica a mantenere viva la memoria del difficile processo di costruzione dell'Italia democratica e repubblicana. (ANSA).

    Pubblicato 8 anni fa #
  2. zaphod

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    Fondatore

    Sul sito Ytali.com Franco Cardini mostra di aver apprezzato.

    IL PIÙ BEL LIBRO DEL PIÙ GRANDE SCRITTORE ITALIANO VIVENTE

    In quest’Italia che legge troppo poco, diventa sempre più importante leggere buoni libri: e non è che a giro ce ne siano poi tanti. Certi appuntamenti, però, non si possono mancare: per esempio Canale Mussolini. Parte seconda di Antonio Pennacchi (Mondadori), che fra i suoi molti pregi ha anche quello che, se vi siete perduti la Parte prima, ora dovrete recuperarla per apprezzare appieno questo formidabile romanzo.

    Canale Mussolini è, anzitutto, la dura e scabra “saga familiare”: quella della famiglia Peruzzi, contadini del delta padano veneto-ferrarese trapiantati negli Anni Trenta nell’”Agro Pontino redento” con le spalle (almeno gli uomini di casa) gravate da un passato-che-non-passa: la Grande Guerra, il Biennio Rosso, l’avventura fiumana di D’Annunzio, la difficile scelta tra socialismo e fascismo così fratelli e così diversi e opposti, le violenze dello squadrismo con l’assassinio di don Minzoni e le lotte dei ras Rossoni e Balbo, e quindi l’epica lotta contro la palude e la malaria, e la fondazione delle città fasciste pontine tra la memoria di antichi riti sacrificali e le rivoluzionarie prospettiva urbanistiche: e infine la guerra, e gli alleati che sbarcano ad Anzio, e la Guerra di Popolo per fermarli e quell’altra Guerra di Popolo, che già si va preparando, per liberarsi dagli ex-alleati tedeschi e dal regime politico da loro imposto e sostenuto, e al quale tuttavia va ancora la fedeltà di qualcuno.

    I Peruzzi, famiglia di fascistacci eppure di continuo tentata dal dèmone socialista che ha del resto sempre ora tentato, ora minacciato il Duce. E in questa seconda parte della grande saga familiare li ritroviamo tutti là, con gli abiti sdruciti che li coprono a malapena e le zanzare dell’agro che li tormentano. Tutti là, a elaborare il lutto della sconfitta fascista che li ha delusi e lasciati senz’anima e a partecipare alla Rossa Primavera d’una rivoluzione che non ci sarebbe mai stata.

    Tutti là: e nessuno di loro evita la storia, anche perché sanno bene che essa non li dimentica e non li perdonerebbe. Eccoli là, con i loro nomi omerici ed ellenici e romani e tasseschi. Diomede detto “Batocio”, che dà l’addio a Littoria e vede sorgere Latina, e Paride il repubblichino, e suo fratello Statilio che si batte nel Regio Esercito contro i tedeschi dalla Corsica a Cassino e alla Linea Gotica, e il cugino Demostene partigiano nella Stella Rossa, e poi gli eccidi prima e dopo il 25 aprile, e i partigiani rossi e quelli bianchi con le loro faide sanguinose, e la tragedia del Duce e di Claretta, e il dopoguerra, e de Gasperi con l’avvìo della Guerra Fredda, e l’attentato a Togliatti nella guardia del corpo del quale militano alcuni ex-fascisti divenuti comunisti fedelissimi, e una struggente Nilde Iotti che ben più di Gino Bartali contribuisce a evitare una nuova guerra civile, e i fedelissimi di Pietro Secchia che cullano ancora le speranze nella Rivoluzione proletaria mentre gli altri, con la “Gladio”, si apprestano a contrastarla.

    Se la trama è avvincente e alcuni caratteri indimenticabili, se il dialogo tra la “grande” storia nazionale e quella familiare della saga è esemplare, se i panorami dell’Agro Pontino redento e quindi riallagato e per qualche tempo riconsegnato alla malaria è mozzafiato, quel che soprattutto stupisce e avvince è il linguaggio: l’attenta e flessibile ricchezza lessicologica che trasforma perfino una colata di cemento armato in opera d’arte, l’impasto dialettale veneto-ferrarese, il gioco sottile tra l’Io narrante e un interlocutore-inquirente-antagonista fuoriscena. Antonio Pennacchi è, perdinci!, il più grande scrittore italiano vivente: e boia chi lo nega.

    I rurali radunati nella piazza centrale di Latina ascoltano il discorso di Mussolini 18.12.1933
    Ma conta in modo decisivo anche la testimonianza storica: e ne discende un’interpretazione intensa, che lascerà molti senza parole e altri disorienterà o indignerà. Pennacchi non è certo un “fasciocomunista”, tanto per dirla con il titolo ipermetaossimorico del romanzo con il quale, nel 2003, vinse il Premio Napoli: ma è pur sempre uno di latina ex-Littoria nato nel 1950 con alle spalle una giovanile esperienza missina che si spiega tutta con la storia della gente della sua città d’origine e una seria, severa militanza di operaio comunista che lo ha indelebilmente segnato sul piano fisico (un operaio dell’industria pesante non porta la colonna vertebrale sana all’età pensionabile) prima della sua conversione, ai primi del nostro secolo, al mondo delle lettere e alla professione di romanziere di successo.

    E forse, se non avesse attraversato la sua tempestosa storia politica, non sarebbe riuscito a cogliere con tanta lucidità un carattere primario della nostra storia nazionale contemporanea: ché, nelle sue vicende familiari largamente autobiografiche, egli riesce a comprendere come in fondo tra ’43 e ’45 potesse esser facile aderire alla Repubblica di Salò con un disperato atto di lealtà o con una sorda rabbia da sconfitto; ma più ancora come fosse a modo suo facile scegliere la Resistenza immettendo nell’eroica militanza cui essa dette spesso luogo il patrimonio della cultura etica e guerriera che il fascismo aveva cercato – talora riuscendovi – di trasmettere ai giovani. In molti eroi della Resistenza c’è l’ombra di Balilla che dedica “ai nemici in fronte il sasso – agli amici tutto il cuor”. E questo non è tradimento, non è trasformismo, nulla degli antichi mali italioti. È Redenzione.

    Pubblicato 8 anni fa #
  3. Sì, mi sa che gli è piaciuto.

    Pubblicato 8 anni fa #
  4. zaphod

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    Fondatore

    E dopo Cardini anche Paolo Nori dedica una riflessione al linguaggio del Canale.

    Dove che manzemo in sedici

    Una delle cose che succedono a chi legge Canale Mussolini parte seconda, romanzo di Antonio Pennacchi appena uscito per Mondadori, è di trovare delle frasi come: «Un fiòlo l’è senpre una benedision. Dove che manzemo in sedici, mangeremo in diciassette», che rendono il modo in cui parlavano negli anni venti i futuri coloni veneti di Littoria, l’attuale Latina; mettendo per iscritto questo veneto comprensibilissimo, Pennacchi scrive in un modo che mi ricorda il modo di scrivere del poeta veneto Giacomo Noventa che ha scritto, tra le altre cose: «Parché scrivo in dialeto…? / Dante, Petrarca e quel dai Diese Giorni / Gà pur scrito in toscan. // Seguo l’esempio».
    Ecco, anche Pennacchi, mi sembra, segue l’esempio di Dante, che nel De vulgari eloquentia scrive che «la lingua volgare è quella che, senza bisogno di alcuna regola, si apprende imitando la nutrice. Abbiamo poi anche, – continua Dante, – oltre a questa, una seconda lingua che fu chiamata dai Romani «gramatica». Questa seconda lingua è posseduta anche dai Greci e da altri popoli, ma non da tutti. Poche sono d’altronde le persone che giungono alla padronanza di essa, perché non si apprendono le sue regole e non ci si istruisce in essa se non col tempo e con l’assiduità dello studio. La più nobile di queste due lingue, – scrive Dante, – è il volgare, sia perché fu la prima a essere usata dal genere umano, sia perché tutto il mondo ne fruisce, sia perché ci è naturale, mentre l’altra è artificiale. Proprio di questa lingua più nobile è nostro intento trattare», conclude Dante e sembra incredibile che per secoli i due «più nobile» di Dante, «nobilior», nell’originale latino, sono diventati, nelle edizioni a stampa, «più mobile», «mobilior»: i filologi e i grammatici non potevano concepire il fatto che Dante considerasse la lingua volgare, la lingua parlata, il dialetto, una lingua più nobile della lingua scritta, codificata e grammaticata della quale loro erano i depositari. Ecco: l’impressione che si ha a leggere questo ultimo romanzo di Antonio Pennacchi è di essere di fronte a quella lingua più nobile di cui parla Dante.

    (Dal sito di Paolo Nori, già pubblicato su Libero)

    Pubblicato 8 anni fa #
  5. Sto leggendo. Non riconosco tra le righe la genialità che pure attribuisco all'autore. Mi pare di cogliere un passo indietro rispetto all'ottimo, sottovalutato dalla critica, "Camerata Neandertal". Del resto anche "Canale Mussolini" numero 1 non mi aveva entusiasmato. Sono giudizi soggettivi, opinioni. Magari ad altri di voi strapiace.

    Pubblicato 8 anni fa #
  6. k

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    E' nel suo pieno diritto Fer, e la ringrazio della franchezza.
    Speriamo che andando avanti le piaccia un po' di più. Io sono contento del lavoro che ho fatto.
    Stia bene e buon anno. E buon anno 2016 e buon lavoro anche a tutti gli altri.

    Pubblicato 8 anni fa #
  7. zaphod

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    Io per esempio non sono d'accordo col giudizio su Karel di Mario Bernardi Guardi in questa recensione del Canale parte seconda su IlTempo.it.

    Pubblicato 8 anni fa #
  8. Ma poi come sta andando sto libro?

    Pubblicato 8 anni fa #
  9. k

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    Sta andando, sta andando. Grazie.

    Pubblicato 8 anni fa #
  10. zaphod

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    Fondatore

    Questa bella recensione di Canale Mussolini Parte Seconda mi pare dica quasi tutto quello che c'è da dire.

    Pubblicato 8 anni fa #
  11. k

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    Eh sì, è proprio morto sto coso. Più di un mese che non scrive nessuno.
    Buona Pasqua a tutti i viventi o defunti con lui.

    Pubblicato 8 anni fa #
  12. SCa

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    Buona Pasqua anche a lei. Mi sa senza resurrezione, stavolta.

    Pubblicato 8 anni fa #
  13. Woltaired

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    Va beh, visto che è morto "sto coso", io confesso: ho acquistato (finalmente) Canale Mussolini parte seconda in ebook con i punti del supermercato. Una cosa bieca, lo so, ma ora me lo leggo al volo!
    Ci si vede a Torino al Salone? C'è qualcuno? (parlo del 2016, che qui, magari, mi leggete l'anno prossimo)

    Pubblicato 8 anni fa #
  14. k

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    Dovrei esserci, ma non so ancora quando.
    Stai bene, comunque, vecchio Volt.

    Pubblicato 8 anni fa #
  15. Woltaired

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    Grazie K, anche tu. A Torino sarò la domenica.

    Pubblicato 8 anni fa #
  16. Io al Salone ci sarò tutti i giorni con lo stand di La Ponga Edizioni. Vi aspetto per un caffè o anche solo per un vaffanculo in amicizia.

    Pubblicato 8 anni fa #
  17. Woltaired

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    K, ma "l'odiato capitano Mario De Laurentiis (Dio abbia in pace anche lui)" è una pura coincidenza o una volontaria romanzata punzecchiatrice?

    Pubblicato 8 anni fa #
  18. k

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    No comment.
    Ciao.

    Pubblicato 7 anni fa #
  19. k

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    NON ESISTONO SOLO LE RECENSIONI POSITIVE

    Alcuni giorni fa mi è arrivata per posta una lettera da Novara a firma Giannetto Bordin, dal seguente tenore:

    Egregio dott. Pennacchi,
    per correttezza, e sua informazione, le invio l'ultimo numero del mio modesto Periodico sul quale, come potrà vedere, ho recensito il suo "Canale Mussolini" - parte seconda.
    Non so quanto a lei gliene possa "fregare" ma tanto ho ritenuto di dover fare. Cordiali saluti,
    Giannetto Bordin
    Novara 1/8/2016

    Qui sotto riporto il testo dell'articolo. Il periodico si chiama "il Boia chi molla!", luglio/Agosto 2016:

    RECENSIONE 1

    CANALE MUSSOLINI Parte Seconda (di Antonio Pennacchi)

    “Canale Mussolini” premio Strega 2010 è stato un bel libro interessante e divertente. In parte anche istruttivo. Molti di voi l’avranno senz’altro letto.

    Purtroppo, altrettanto non possiamo dire per “Canale Mussolini Parte Seconda” ultimamente uscito che, ad un attento lettore, risulta invece in gran parte noioso. Indegno del precedente.

    Infatti, delle 425 pagine di cui è composto, solamente le prime 150 e l’ultima cinquantina, sono leggibili con interesse.

    Tutto questo avviene a motivo che in questo suo secondo libro, il Pennacchi ha voluto indossare l’abito dello storico di regime, facendo proprie e riferendo pedissequamente e noiosamente, tutte le menzogne, le falsità, le omissioni, e – me lo si lasci dire – anche tutte le fesserie, distribuite a piene mani in modo tambureggiante e assillante, da oltre un settantennio, dalla spudorata storiografia ufficiale (che poi altro non è che quella resistenziale).

    Una ingiustificabile superficialità nel riferire argomenti, fatti e momenti tragici della guerra civile 1943-1945, banalizzando eventi molto gravi, e riproponendo la consueta vulgata antifascista e menzognera che ci viene propinata dal oltre sette decenni sulla “guerra civile” (che altro non fu se non la “guerra privata” del comunismo che armò la mano di volgari assassini).

    Cose queste che uno scrittore come Antonio Pennacchi dovrebbe ben conoscere.

    Ma eccovi un paio di esempi delle macroscopiche inesattezze ospitate in quelle pagine, nel riferire i fatti.

    La descrizione della morte di Mussolini e della Petacci è riferita tale e quale quella diffusa dal PCI, come avvenuta a Giulino di Mezzegra, davanti al cancello di Villa Belmonte alle ore 16,00 del 28 aprile 1945. Versione che ormai nemmeno il più sprovveduto degli storici, dei ricercatori o giornalisti accetta.

    Descrive poi il movimento partigiano come se fosse stato una realtà di migliaia e migliaia di persone, arrivando a dire che il “popolo minuto” è insorto cacciando dall’Italia l’esercito della RSI e quello germanico. E tante altre stupidaggini del genere. Ridicolo.

    In verità, tutti ormai sanno che la “resistenza”, non ha accorciato di un solo giorno la fine delle ostilità, e che le tanto decantate “Brigate e Divisioni“ partigiane erano quasi sempre composte da poche unità, raramente da un paio di decine di individui. Questo non ve lo dice un fascista, non è farina del mio sacco ma, oltre a numerosi altri studiosi, lo afferma un insospettabile Ricercatore di Storia presso l’Università di Torino, che ha fatto parte delle Riviste “Quaderni Rossi”, Classe Operaia, Contropiano e dei relativi due Gruppi”: il professor Romolo Gobbi,

    Nel suo libro “Il Mito della Resistenza”, il succitato professore ci informa, tra le altre interessanti verità, che la cifra di 300.000= unità partigiane dichiarata dalle fonti ufficiali è assolutamente inattendibile.

    Tant’è vero che le sue ricerche gli hanno fatto appurare l’esiguità della consistenza numerica dei partigiani. Ha infatti appurato che a fine novembre 1943 i partigiani erano circa 4000, cosi distribuiti: 1650= in Piemonte, 250/300 in Lombardia, 700 nel Veneto, 200 in Liguria, circa 250 in Toscana, e cifre poco certe per Umbria, Marche, Lazio, e Abruzzo. Tra costoro, rarissimi erano quelli operativi.

    I numeri di cui sopra, confessa onestamente Romolo Gobbi, pur se molto vicini al vero, non sono facilmente dimostrabili. Cosi come sono indimostrabili i numeri forniti dalla “resistenza”, altrettanto lo sono questi.

    Il Pennacchi definisce poi la Repubblica Sociale Italiana un “castello di carte”.

    Un Castello di carte la R.S.I.? Non facciamo ridere Pennacchi! “Castello di carte” La Decima MAS? Il Battaglione Paracadutisti Nembo? Il Reggimento Paracadutisti Folgore? Il Battaglione Barbarigo? Il Battaglione 9 Settembre? I Battaglioni Bersaglieri “Mameli” e Mussolini” impiegati contro gli slavi in Istria e contro gli angloamericanobrasiliani sul Fronte Italiano?

    “Castello di carte” la Divisione Monterosa? la Guardia Nazionale Repubblicana? Il Battaglione Fiamme Bianche? Per non dire della Divisione SS italiana e di quella italo/francese Charle Magne e, perché no, delle Brigate Nere. Un esercito cinquecentomila individui. Quasi tutti volontari.

    Certo, è comprensibile che il governo di Mussolini soffrisse di alcuni limiti in molti momenti della sua operatività, dovuti alla ingombrante presenza di un alleato tradito e incazzato, e quindi sempre sospettoso, ma godeva comunque di sufficiente autonomia, tanto che nell’Italia della R.S.I. circolava la stessa moneta di prima della guerra e la vita della popolazione non aveva subito mutamenti. Continuavano come sempre a funzionare regolarmente, scuola, giustizia, trasporti, ferrovie, eccetera.

    Al contrario, un “Castello di Carta” era sicuramente il Regno del Sud, Quello si che contava meno del due di coppe!

    Come già ho detto nel numero precedente del BCM, è infatti risaputo che dopo l’otto settembre 1943 l’Italia, per gli angloamericani, rappresentava semplicemente un nemico sconfitto (e disprezzato) che aveva abbandonato vergognosamente le armi tradendo il suo alleato.

    Il cosiddetto “Regno del Sud” era in balia del nemico (chissà perché oggi definito “alleato”) e completamente alla sua mercé, dal quale dipendeva in tutto. Anche per la carta igienica.

    Al governo Badoglio infatti non era riconosciuta la benché minima autonomia, tantomeno lo status di “alleato”. Era semplicemente considerato un cobelligerante, da sacrificare nella mischia quando ve ne fosse un interesse politico, non certo militare. Escluso da ogni forma di potere Non batteva moneta (gli americani stessi stampavano le AM-LIRE).

    Il governo del Sud, eresse a sua capitale, prima Brindisi, e poi Salerno; dovendo partire da zero raffazzonando in qualche modo un nucleo amministrativo, poiché la totalità dei Ministeri e dei suoi funzionari e dipendenti non avevano seguito il Re ma erano rimasti a Roma da dove poi si trasferirono totalmente al Nord dove governava la R.S.I.

    Ma, andiamo, Pennacchi! Lasci perdere la Storia se la deve trattare in questo modo! Ne parli con cognizione di causa come nel suo primo Canale Mussolini dal quale anch’io, le confesso, ho appreso molte interessanti notizie che conoscevo solo superficialmente.

    Lasciamo la cura di quel taroccato castello di carta che è la “Storiografia ufficiale” costruita settant’anni orsono dai governi saliti al potere e dallo stupido antifascismo in S.P.E., per giustificare la loro truffaldina e abusiva esistenza. Quel tipo di “storia”, lasciamola a coloro che sono riusciti a ridurre l’Italia nelle miserevoli e tragiche condizioni che tutti abbiamo sotto gli occhi! Tu Pennacchi che peraltro mi sei simpatico e di tuoi libri ne ho letti più d’uno, fai il mestiere che sai fare bene: Continua a fare lo scrittore

    Bordin

    Pubblicato 7 anni fa #
  20. k

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    Membro

    A GIANNETTO BORDIN

    A Bordin ho risposto il 7 agosto:

    Caro Bordin,

    ho ricevuto ieri la sua missiva, che ho accolto - mi creda - almeno con lo stesso piacere con cui lei deve averla spedita. Grazie e contraccambio di cuore.

    Per il resto, che dirle? Io faccio il narratore, racconto storie sotto forma di romanzo storico e tento di raccontarle sempre - sia ne Il fasciocomunista che in Fascio e martello e Canale Mussolini sia parte prima che Parte seconda - con la stessa accuratezza storiografica, obiettività ed acribia nella ricerca delle fonti. Poi certo qualche errore è possibile, ma in linea generale non è colpa mia di come sono andati i fatti storici. Io li racconto e basta. Ma se lei invece non ne vuole proprio prendere atto - o meglio, prende atto solo quando si parla bene del fascismo e delle bonifiche, e quando si parla del resto invece s'attura gli occhi e le orecchie e dà la colpa ai traditori o al destino cinico e baro - faccia come vuole, che le posso fare io? La Storia è andata così - pressappoco come la racconto io - e il reale, caro Bordin, come lei sa è razionale: "Non c'è un cazzo da fare", pare dicesse Hegel.

    Stia bene, e se passa dalle mie parti mi chiami (numero telefonico),

    antonio pennacchi

    P.S. - Lei in pratica, nel suo articolo, nega tout court qualunque realtà di fatto al fenomeno resistenziale, che per lei è solo un mito inventato ad arte sul nulla. Mi saprebbe spiegare allora - ma prima che a me, provi a spiegarlo a sé stesso - a che cosa servivano quei cinquecentomila armati Rsi che dice lei? A chi avrebbero sparato per ben due anni? A qualcuno che gli "resisteva" avranno pure sparato, o no?

    Poi Bordin m'ha risposto ancora e io di nuovo a lui. Dice che è difficile che possa passare dalle mie parti, perché ha 87 anni. Ma invita me, se passo di là, ad andare da lui. La sua carta da lettere è intestata "Movimento Fascismo e Libertà".
    Quella che segue è l'immediata sua controrisposta:

    Caro Pennacchi,

    Per quanto riguarda la sua risposta, potrei ribattere esaurientemente e diffusamente alle domande che mi pone. Ma eviterò di farlo perché non ho nessuna intenzione di infilarmi (e di tediarla) in una inutile polemica.

    In secondo luogo non sono affatto convinto di quanto mi dice, perché ritengo impossibile che Antonio Pennacchi, pur con le sue diverse e contrastanti scelte politiche fatte nel tempo, non conosca quanto ho affermato nella mia recensione.

    Lei poi, forse pensa che io sia uno di quei “fascisti” con il paraocchi. Quelli insomma che si accontentano di fare il saluto romano e andare a Predappio per potersi dire “fascisti”. Un sempliciotto insomma. Cosa questa ben lontana dal vero.

    Certo, io sono e mi dichiaro FASCISTA, e per tale, sono conosciuto e desidero essere riconosciuto.

    FASCISTA: qualifica della quale vado fiero e pubblicamente me ne vanto, come in altre occasioni ho avuto modo di scrivere sostenere anche in dibattiti televisivi su reti locali.

    Ma io Fascista, sia chiaro, non lo sono per fede, ma per convinzione.

    La prima infatti non richiede particolari elucubrazioni mentali, non é una manifestazione del pensiero, ma un ansito dell’animo, e perciò più attinente alla sfera religiosa; mentre la seconda, oltre che frutto di esperienze personali, è il prodotto di confronti e studio dei fatti, di lunghe meditazioni, di esperienze politiche; di letture dei più diversi critici, autori e storici.

    Caro Pennacchi, la ringrazio anche per l’invito rivoltomi. Sarà comunque bel difficile che io passi dalle sue parti. Certo, mi piacerebbe! Ma sono più vicino agli ottantasette che non agli ottantasei. Un po’ malfermo sulle gambe ed altri acciacchi dell’età. Ma se lei, che “gira” certo più di me anche per la sua attività, passasse dalle mie parti, sarei ben lieto di accoglierla, con la sua signora, per un pranzo che quel “carro armato” della mia coetanea consorte, veronese DOC, è ancora in grado di preparare.
    La saluto cordialmente.
    Giannetto Bordin

    Tutto questo, per completezza dell'informazione. Ciao ai naufraghi che passano per di qua. Ho nostalgia dell'Anonima, mannaggia chi l'ha suicidata.

    Pubblicato 7 anni fa #
  21. A.

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    Moderatore

    Grazie K, penso che questo scambio sia utile a disambiguare una certa lettura fascista fascista della sua opera , che purtoppo qualcuno può aver fatto , non riconoscendo la Sua vera ispirazione direi comunista . (O come dice lei "egualitarista" assoluta. Mentre la maggior parte dei fascisti sono aristocratici)
    Anche a me manca la anonima , tra l'altro era uno dei nodi per star in contatto con molti amici di Latina.
    Cari saluti

    Pubblicato 7 anni fa #
  22. k

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    Membro

    Grazie e tanti saluti anche a lei.
    Ogni tanto incrocio suo padre.

    Pubblicato 7 anni fa #
  23. Mi mancate pure voi, teste di legno. Mi mancate come esseri umani. Mi manca che ci troviamo con le gambe sotto il tavolo.

    Testedecazzo.

    Pubblicato 7 anni fa #
  24. Woltaired

    offline
    Membro

    Poi, ogni tanto, si passa di qua e, come sempre, si unisce utilità e un po' di malinconia.

    Pubblicato 7 anni fa #

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