Anonima scrittori

Forum Anonimascrittori » Anonima Scrittori

Cultura generale

(62 articoli)
  1. A.

    offline
    Moderatore

    leggete questo articolo sulla falsità dell'idea che il web sia democratico

    Morozov e la "retorica web" del M5S
    "Sono scatole oscure, non democrazia"
    Il politologo bielorusso, autore del best-seller "L'ingenuità della Rete", analizza l'ascesa del movimento di Grillo. "Il problema della politica non sono i costi della comunicazione, c'è ancora bisogno di leader e di messaggi universali". Internet? "Un trucco per legittimare un movimento di dilettanti"
    Lo leggo dopo
    Evgeny Morozov
    TUTTO SUElezioni politiche 2013
    ARGOMENTIelezioni-2013
    PROTAGONISTIBeppe Grillo Gianroberto Casaleggio
    di RAFFAELLA MENICHINI

    Con il suo The Net Delusion (L'ingenuità della Rete, Codice Edizioni) due anni fa Evgeny Morozov scuoteva l'establishment intellettual-tecnofilo americano e internazionale con tesi provocatorie e appassionate contro la retorica che ci voleva all'alba di una nuova democrazia globale scaturita grazie alla Rete. Una sorta di batteria di fuoco di controinformazione sparata sulla tesi di una Rete salvifica, potenziale sostituto delle pratiche politiche, associative, comunitarie "tradizionali" e piramidali in favore di una distribuzione egualitaria dei mezzi di partecipazione grazie agli strumenti offerti da Internet. Tesi smontata pezzo a pezzo, con un'approfondita analisi degli interessi economici e di potere che giocano (soprattutto in Europa dell'Est, da cui proviene il bielorusso Morozov, ma non solo) dietro questa retorica, ma che cela anche una grande passione: la Rete è uno strumento eccezionale, ma bisogna scoprirla e saperla usare per non esserne strumentalizzati. Lo stesso filone che il giovane (nato nel 1984) politologo, blogger e ricercatore all'Università di Stanford, svilupperà nel suo prossimo libro ("To save everything, click here"). Il suo è dunque un punto di vista radicale sulla "retorica digitale" che - sostiene - è stato il principale ingrediente dello straordinario successo del Movimento 5 Stelle: "Rischiate che il vuoto politico si riempia di totalitarismo o managerialismo". Ma che non è un fenomeno isolato, mente negli Usa sta prendendo piede la politica-marketing: messaggi su misura per gli elettori, a scapito del messaggio calibrato sull'interesse collettivo.

    Esistono precedenti nel mondo di un movimento nato e cresciuto sul web che raggiunga un successo elettorale di questo livello?
    "Ci sono molti esempi di cittadini consultati su come governare o coinvolti in processi decisionali minori ma non mi risultano esempi simili in caso di elezioni politiche. Credo che i partiti Pirata in Svezia e Germania abbiano sperimentato metodi simili, anche se non su questa scala".

    Perché è successo in Italia, perché ora?
    "Sarei cauto nell'attribuire un ruolo eccessivo alla cultura di Internet in tutto questo. Se parliamo di partiti nuovi nati dal nulla e che in tre anni diventano così popolari - allora sì, ce ne sono altri, e alcuni di questi esempi sono piuttosto orribili. Ora, non per aderire a strani determinismi - non sto dicendo che Internet non ha contato nulla - ma la risposta al perché in Italia, perché adesso ha a che fare con i problemi strutturali della politica e dell'economia italiane più che con le trasformazioni rivoluzionarie suscitate da Internet. Ovviamente, Grillo e i suoi luogotenenti non vogliono essere visti come un partito marginale con programmi ambigui: i paragoni storici, purtroppo, non giocano in loro favore e incuterebbero paura. Così preferiscono giocare la carta di Internet e pretendere di essere solo la naturale e inevitabile conseguenza dell'"era di Internet". Ma io penso che tutto questo parlare di 'era' - lo Zeitgeist e lo spirito di Internet - sia in gran parte privo di senso".

    Il motto di funzionamento del movimento è "uno vale uno": niente leader, consultazione diretta su ogni questione, nessuna identificazione destra/sinistra, capacità professionali opposte a professionismo della politica. E' un modello che può funzionare - considerando anche lo stato di deterioramento della credibilità della politica italiana?
    "Non vivo in Italia e quel che so della vostra politica mi viene dalla lettura di giornali americani, britannici e a volte tedeschi e da qualche amico italiano. Ma anche con queste mie limitate conoscenze, l'ultima volta che me ne sono occupato il M5S aveva un leader - anche piuttosto buffo - e anche un ufficio in una zona piuttosto costosa di Milano. Non è questa una sorta di gerarchia? Ci sono due modi di pensare al M5S: uno è che il loro tentativo di sfuggire alla politica - con i suoi leader e le sue gerarchie - non possa funzionare perché il motivo per cui abbiamo bisogno di leader e gerarchie non sempre ha a che fare con i costi della comunicazione. Qual è il contributo di Internet? Che riduce i costi della comunicazione. Ma i leader e le gerarchie servono a creare carisma e dare un'idea di coesione e credibilità in fase di negoziazione con gli altri partiti. Questo Internet non può cambiarlo: carisma e disciplina non si fanno con i byte. Qualcuno deve pur rispondere ai commenti al blog, non è che se ne vadano da soli.

    "Il secondo punto di vista è che questo deliberato tentativo di sfuggire alle caratteristiche della politica - ideologia, negoziazione, prevaricazione occasionale e ipocrisia - può solo peggiorare le cose. Di fronte a una qualsiasi fluttuazione del sistema politico attuale (e il cielo sa quante ce ne possano essere in Italia), l'imperfezione è meglio di un'alternativa che in questo caso potrebbe essere l'eliminazione di ogni spazio di manovra e la sostituzione della politica con una qualche forma di managerialismo o di totalitarismo populista. L'eccellente libro del 1962 di Bernard Crick "In Defence of Politics" ("In difesa della politica", ed. Il Mulino, 1969, ndr) dovrebbe essere distribuito ampiamente in Italia: è il miglior argomento del perché i sogni populisti e tecnocratici di abbandono della politica siano sbagliati".

    Molti osservatori in Italia hanno messo in luce il problema dello stretto controllo esercitato da Grillo e da Gianroberto Casaleggio e la mancanza di trasparenza nelle scelte del Movimento, specialmente nel processo di selezione dei candidati e di votazione. Solo gli aderenti di lunga data possono accedere alle piattaforme di voto, mentre il blog di Grillo è lo spazio pubblico in cui il dibattito si svolge in maniera aperta. Qual è la sua opinione su questo modello?
    "Non mi sorprende. Ci sono tutta una serie di miti su come funzionano le piattaforme online. Progetti come Wikipedia, Google e Facebook ci hanno insegnato - e anche condizionato - a pensare che funzionano in modo oggettivo, neutrale e del tutto evidente. Ovviamente non è vero: nel caso di un progetto come Wikipedia, sono molte poche le persone - tra loro c'è il suo fondatore Jimmy Wales - che capiscono come funziona davvero. Nessuno conosce tutte le regole che innescano il meccanismo Wikipedia: ce ne sono troppe. Lo stesso per Google: non sappiamo come funzionano i suoi algoritmi e loro hanno resistito a ogni sforzo di renderli esaminabili. Ed ecco cosa accade: abbiamo una serie di caratteristiche di progetti che pensiamo rappresentino "la Rete" e poi trasferiamo queste caratteristiche dentro la Rete stessa in modo che qualsiasi progetto scaturisca dalla Rete ci sembra avere le stesse caratteristiche. Non mi sorprende che il 5Stelle affermi di essere totalmente orizzontale, trasparente e basato sulla Rete nel momento in cui applica alcune di queste caratteristiche. E' così che funziona la cultura di Internet: conoscono il suo linguaggio e i suoi trucchi retorici. Un altro esempio? Twitter. Tutti pensano che sia una piattaforma che permette a chiunque, dalla sua camera da letto, di essere altrettanto influente di un commentatore di grido a proposito del futuro della Rete. Ma anche questo è un mito: la maggior parte dei commentatori della Rete che si dicono ottimisti sul suo futuro compaiono nelle liste di "chi va seguito" - compilate dalla stessa azienda Twitter e che gli permettono di acquisire molti più follower di tutti noi. Per esempio, le persone con cui io ho i miei scontri intellettuali - come Clay Shirky o Jeff Jarvis - hanno molti più follower di me ma non perché sono più divertenti (non lo sono!), ma perché l'azienda Twitter amplifica deliberatamente il loro messaggio. Dunque cosa c'è di così democratico e orizzontale nell'ecosistema dei nuovi media?

    "Secondo me molte delle piattaforme online usate per l'impegno politico funzionano più o meno come scatole nere che nessuno può aprire e scrutare. La gente ha l'illusione di partecipare al processo politico senza avere mai la piena certezza che le proprie azioni contano. Non è esattamente un buon modello per la ridefinizione della politica".

    L'Italia ha un grosso problema di infrastrutture digitali. Siamo agli ultimi posti in Europa per l'accesso alla banda larga. Questo è compatibile con l'aspirazione a una "democrazia digitale"?
    "Non si può dare la colpa a un partito politico se non riesce a raggiungere tutti. Perciò va benissimo che si cerchi di utilizzare questi nuovi metodi adesso piuttosto che tra 15 anni, quando tutti saranno connessi. Il pericolo vero è che i processi amministrativi ed elettorali siano rivisti in modo da rendere impossibile la partecipazione alla politica senza tecnologie digitali. Non penso che possa accadere presto, ma è una possibilità. Ci sono tanti progetti digitali in questo spazio civico e politico e specialmente in questa prima fase esiste una specie di pericoloso discrimine di autoselezione: si organizzano importanti riunioni per decidere le regole con cui procedere e solo chi ci capisce di tecnologia (i geek) partecipano. E naturalmente se sono solo i geek a decidere le prime regole mi preoccupa l'esito di queste piattaforme e progetti".

    Come giudica i software open-source per i processi decisionali come Liquid Feedback - o i sistemi di voto elettronico come il metodo Schulze? Sono strumenti utili anche per partiti politici diciamo così, convenzionali?
    "Nel mio nuovo libro (che negli Usa esce il 5 marzo) ho un lungo capitolo su Liquid Feedback. E' un tema complesso. Come strumento per condurre focus group all'interno di un partito è uno strumento piuttosto efficace. Il rischio nasce quando piattaforme di questo tipo vengono lanciate come strumenti nuovi per far politica - tipo cittadini che delegano i loro voto ad altri cittadini su questioni di cui sanno poco. Non credo molto nella delega a questo livello. Nel libro in realtà ricordo che alcune di queste aspirazioni esistevano già negli anni Sessanta - almeno negli Usa, con la Rand Corporation - quando molti consiglieri politici tecnlogici pensavano che - attraverso il telefono e le tv via cavo - i cittadini sarebbero stati capaci di delegare i proprio voti a persone più competenti. Come ho già detto, questa visione nasce dall'idea che il problema da risolvere siano i costi della comunicazione e si cerca nelle tecnologie il salvatore. Se invece non pensassimo che il motivo per cui la politica opera nel modo in cui opera è legato ai limiti della comunicazione, allora avremmo una visione più sensata di quel che la tecnologia può darci. Ora negli Usa abbiamo un grande problema di uso massiccio di big data e micro-targetting, specialmente sulla Rete, perché i politici e i partiti presto saranno in grado di fare promesse ritagliate su misura dell'individuo a tutti noi - facendo leva sulle nostre paure e i nostri desideri più profondi - e ovviamente li voteremo più volentieri grazie a questa strategia. Non sono sicuro che valga la pena costruire una società in cui gli elettori ricevono promesse personalizzate - che nessuno potrà mai soddisfare. Eppure questa è la direzione. Una delle attrattive del vecchio e inefficace sistema dei media - in cui un partito doveva formulare un messaggio universale mirato a tutti coloro che lo ascoltassero - era che costringeva i politici a prendere sul serio le proprie ideologie. Dovevano suonare coerenti, assicurarsi che le proprie posizioni non si sfaldassero. In un mondo in cui nessuno può controllare i messaggi personalizzati che i politici inviano ai singoli elettori non c'è bisogno di essere coerenti o di sforzarsi di formulare un'idea. E' pericoloso".

    L'Italia si trova anche al centro della grande crisi dell'eurozona, con potenziali forti impatti internazionali. Per la prima volta c'è un movimento non assimilabile a un partito tradizionale che ha una grande forza in Parlamento. Questo pone una sfida anche alle controparti internazionali, in termini di approccio diplomatico, relazioni, linguaggio?
    "Di nuovo, io non vivo in Italia. Non so esattamente cosa significhi 'movimento digitale'. Possiamo chiamarlo 'movimento di dilettanti'? Posso capire perché per esempio il partito Pirata in Germania venga chiamato 'movimento digitale' - non si occupano di altro che non sia la libertà della Rete, la riforma del copyright ecc. Sono tutte questioni tecnologiche, da geek, che la maggior parte della gente chiamerebbe 'digitali'. Se parliamo del M5S non è questo il caso: non so se abbiano posizioni su questioni digitali ma non è questo il motivo per cui la gente ne è attirata. La Rete, nella loro retorica, gioca solo un ruolo di grande legittimatore del loro dilettantismo e della loro attitudine profondamente anti-politica. Dicono di manifestare ciò che un partito politico dovrebbe essere nell'"era della Rete" e ciò mi insospettisce molto perché - di nuovo - non penso che il funzionamento dei partiti si possa spiegare solo in termini di costi della comunicazione.

    "Ci sono buoni motivi per cui abbiamo bisogno di gerarchie e di leader che parlino il linguaggio della politica e giochino il gioco fino in fondo: le inefficenze della politica, per usare un linguaggio da computer, non sono un bug (un difetto) ma una feature (una funzione). Per me il test è semplice: dimentichiamoci per un momento che stiamo vivendo una "rivoluzione digitale" e cerchiamo di cimentarci sugli argomenti dei movimenti come il 5 Stelle, basandoci su quel che sappiamo di filosofia e teoria politica. Queste argomentazioni, secondo me, non reggerebbero un'ora di seria discussione in un rigoroso seminario di Scienze Politiche di base. L'unico motivo per cui passano per seri è perché sono ammantati della retorica emancipatoria del sublime digitale. Quanto ai leader internazionali, beh ci sono moltissimi partitini in crescita in Europa: in Olanda, in Gran Bretagna, forse in Grecia. Non sono stati altrettanti bravi nell'utilizzo della retorica di Internet - forse non sono guidati da blogger - ma presto capiranno come fare. Basta guardare a Nigel Farage, tra i leader dell'Uk Independence Party e tra i maggiori euroscettici britannici nel Parlamento europeo. Un uomo che ha usato bene YouTube per le sue operazioni mediatiche e ora ha un seguito pan-europeo. Gli manca qualche ingrediente retorico - "democrazia della Rete" e "consultazioni online" - poi prenderà il volo. Nelle recenti elezioni amministrative britanniche, l'Ukip ha preso rapidamente terreno, il che indica che stanno imparando questo gioco".

    In un paese a lungo dominato da un mogul della Tv, l'avvento di un movimento di cittadini informati che rifiutano ogni interazione con i media tradizionali può anche essere visto come un segno di cambiamento sano, l'indicazione di una nuova generazione pronta ad impegnarsi....
    "Bè, l'Italia è un caso particolare, ne convengo. Non ho interesse particolare a difendere la Tv e certo non quella italiana - la maggior parte è orribile e renderla un attore meno rilevante nella sfera pubblica è di certo un bel cambiamento. Detto ciò, voi avete ancora buoni giornali, una buona industria editoriale (con un pubblico di lettori tra i più acuti d'Europa, l'accesso a forse il maggior numero di lavori tradotti di tutti i paesi d'Europa) e una delle migliori culture di festival d'Europa. Per cui certo, la televisione non è il meglio ma avete un sacco di altre cose di cui essere orgogliosi. E Internet può mettere a repentaglio queste altre attività e il loro patrimonio culturale e intellettuale? Temo di sì. Odio generalizzare su termini come 'Internet' - ci sono un sacco di risorse buone e utili online, e tante stupidaggini. Ma non voglio assumere per principio che solo perché i giovani tendono a leggere i blog più che a guardare la tv sia necessariamente una cosa positiva. Ci sono tante altre cose buone da leggere!".
    5 Marzo- La Repubblica

    Pubblicato 11 anni fa #
  2. zanoni

    offline
    Membro

    democratico o non democratico e' l'uso che se ne puo' fare, del web: tutto chiarissimo fin dal 1996, quando sull'argomento scrissi la mia tesi di laurea

    ma le cose fondamentali sono due:

    - dati i costi, la possibilita' per tutti di fare informazione;

    - l'integrazione - e non l'alternativa - tra mondo reale e mondo virtuale

    Pubblicato 11 anni fa #
  3. zaphod

    offline
    Fondatore

    Mah... quelle che vengono propagandate come teorie shock mi sembrano argomentazioni che un serio scienziato sociale dovrebbe dare abbastanza per scontate. Il fatto che appaiano così rivoluzionarie mi dà da pensare sulla presenza in giro di seri scienziati sociali.

    Dal suo punto di vista - di scienziato sociale specializzato sulle nuove tecnologie - dovrebbe pensare, più che a minimizzare l'impatto di internet, a cercare di capire se, nella specificità della situazione italiana (perdità di legittimità dei partiti tradizionali, sostanziale monopolio dei mass-media da parte dei due blocchi dominanti) il fenomeno Grillo sarebbe stato possibile senza l'utilizzo, o con un utilizzo diverso, della Rete.

    La differenza sostanziale tra i fenomeni border-line che conosce lui (pirati, corsari, e manigoldi vari) e i cinquestellati non è nei temi, ma nella capacità di agire nel reale. Questi hanno portato 150 persone in parlamento e tu mi dici che non reggerebbero un'ora di discussione in un seminario di scienze politiche? In Italia (ma credo anche fuori) chi porta i voti per far eleggere 150 persone si trova la fila fuori dalla porta per sapere come ha fatto e se gliene puoi prestare un po'. Che è infatti quello che sta succedendo. Basta dare un'occhiata a qualche programma televisivo o leggere i commenti sui giornali.

    "Non sono sicuro che valga la pena di costruire una società in cui gli elettori ricevono promesse personalizzate" è un'affermazione da uomo della strada. È un processo che parte da lontano dall'avvento della politica/spettacolo, quindi dai dibattiti televisivi Nixon/Kennedy, e non la puoi ridurre a un "non è giusto che funzioni così". È così perché funziona. Per combatterla devi trovare una cosa che funzioni meglio o cambiare paradigma di riferimento. Entrambe le cose richiedono sforzi ed energie, motivo per cui è più facile cercare di aggregarsi al carro vincitore e seguire procedure consolidate. E il carro del vincitore continua a viaggiare. E funziona.
    Pare una tautologia, ma non lo è.

    Su una cosa mi trova d'accordo ed è il suo scetticismo quando sente parlare di Zeitgeist di Internet, lo spirito della rete e tutte quelle cose che fanno tanto New Age, però, come ho detto dovrebbero essere cose che uno che si approccia seriamente ai problemi della comunicazione dovrebbe dare per scontate.

    Pubblicato 11 anni fa #
  4. Sto cazzo de Zaphod...

    Pubblicato 11 anni fa #
  5. Zapho'... questo mi sembra più interessante: http://www.ilpost.it/2013/03/06/beppe-grillo-internet-danna/

    Pubblicato 11 anni fa #
  6. zaphod

    offline
    Fondatore

    Interessante sì, perché, porta dati reali: l'approccio del Movimento 5 Stelle sul web è effettivamente basato su logiche che oggi potremmo definire preistoriche.
    Ma questo tipo di critica perde di vista una categoria fondamentale, quella dell'efficacia. Invece a loro piace fare le pulci alle dichiarazioni: dicono di essere innovativi? Non è vero, e vi spiego perché. E si arriva a scrivere assurdità tipo

    "Ma, come insegna l'esperienza di Barack Obama, usare la Rete significa innanzitutto rispettare la sua natura: aperta, fluida, trasparente. L'opposto di quanto accade oggi in casa 5 Stelle. "
    Come a dire: lo decido io se tu sei capace a usare il web, non il fatto che - dato duro, reale, obiettivo - usando strumenti arretrati sei riuscito a portare 150 persone al parlamento.
    E se ce li avevi aggiornati che facevi? La dittatura di 1984?

    No, questa risposta te la do subito io, probabilmente il metodo di uso della rete del Movimento è proprio - insieme alla visibilita sui media tradizionali e al cambiamento di atteggiamento della popolazione verso la politica (e questo lo so pure io che non significa niente e implica una serie infinita di problemi) - funzionale al successo elettorale del movimento.

    Pubblicato 11 anni fa #
  7. A.

    offline
    Moderatore

    «Gli intellettuali sono destinati a sparire con l'avvento dell'Intelligenza Artificiale com'è avvenuto per gli eroi del cinema muto con l'invenzione del sonoro. Siamo tutti dei Buster Keaton.»
    Jean Baudrillard, Cool memories II 1987-1990, 1990

    Pubblicato 11 anni fa #
  8. A.

    offline
    Moderatore

    Per K, magari può servirle

    »Exigua est tribuenda fides, qui multa loquuntur« — Pseudo Catone, Dist., II, 20

    Pubblicato 11 anni fa #
  9. k

    offline
    Membro

    Ma qui secondo lei con chi ce l'ha?
    Secondo me con Baudrillard.

    (sicuro non sia iis invece di est?)

    Pubblicato 11 anni fa #
  10. A.

    offline
    Moderatore

    "est"... ho trovato questa versione:
    "Noli tu quaedam referenti credere semper: exigua est tribuenda fides, qui multa locuntur" (Catone) Non credere sempre a chi ti dà notizie: bisogna avere poca fiducia in chi parla molto.

    Pubblicato 11 anni fa #
  11. Woltaired

    offline
    Membro

    Pubblicato 11 anni fa #
  12. rileggendolo... avvaloro la variante iis (al posto di est), come lectio difficilior. d'altronde quel qui della relativa, a che si legherebbe? Esigua (è) la fiducia da attribuire a quelli, che parlano molto.

    Pubblicato 11 anni fa #
  13. A.

    offline
    Moderatore

    Marx, Wall Street e la lotta di classe

    di RICCARDO CAVALLO

    Da poco è apparsa l’ultima fatica di Domenico Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica [1] che, muovendosi controcorrente rispetto alla vulgata liberista imperante, si sofferma su uno dei nodi problematici più significativi dell’opus marx-engelsiano: la teoria della lotta di classe. Si tratta di un ulteriore tassello che va inserirsi nel ventennale percorso di ricerca del filosofo urbinate che, oltre a stilare un vero e proprio cahier de doléance sui misfatti dell’Occidente liberal-capitalista, intende intervenire nelle ferite ancora aperte della tradizione marxista mettendone in evidenza luci ed ombre.

    L’ARTICOLO IN PDF

    1. What would Marx Think? Questo interrogativo campeggia sulla copertina della versione europea del Time del febbraio 2009, cioè nel momento clou della crisi finanziaria che partita dall’esplosione del sistema dei mutui subprime originatasi negli Stati Uniti, stava per dilagare anche nel resto del mondo. Non è un caso allora che il prestigioso magazine decida di dedicare la propria cover story ad un possibile ritorno alle tesi marxiste nell’epoca di Wall Street. Così il celebre ritratto del filosofo di Treviri diviene immagine pop, dai pixel giallo-oro che scorre al posto dei valori dei titoli azionari sul rullo della Borsa cui si accompagnano altre frasi fluorescenti che rimandano alla necessità di elaborare nuove idee per uscire dalla crisi e allo spauracchio del ritorno della povertà. Tutto insomma lascia presagire che le tesi di Marx, prima fra tutte quella sulla lotta di classe, siano più che mai da riprendere in considerazione come utile strumento per evitare il baratro generato dalla voracità autodistruttiva dei mercati.

    Malgrado le apparenze, nel suo articolo intitolato Rethinking Marx[2], l’editorialista Peter Gumbel è ben lungi dal voler inneggiare ad un ritorno del marxismo, cercando anzi di evidenziare come le idee di Marx, seppur profetiche e a tratti geniali, abbiano nella pratica miseramente fallito. A tale scopo Gumbel intraprende una sorta di itinerario nei luoghi simbolo della vita del filosofo, ovvero le tre città che hanno avuto un ruolo determinante durante la sua esistenza: Treviri, sua città natale, Parigi dove aveva trovato rifugio per un po’ di tempo e infine Londra, in cui trascorse gli ultimi trentaquattro anni della sua vita e dove tuttora è possibile visitare la sua tomba su cui è scolpita la sua nota citazione, impressa con lettere dorate: «The philosophers have only interpreted the world in various ways. The point however is to change it». Tuttavia quello che può sembrare un nostalgico tour in realtà sembra avere ben poco l’intento di auspicare un ritorno a Marx traducendosi, al contrario, in un netto rifiuto delle sue teorie. Alla fine del viaggio di Gumbel ciò che rimane è una visione del marxismo strettamente legata alle sue realizzazioni concrete e più o meno fedeli, nell’Ex Unione Sovietica e nei paesi dell’Est Europa. Un panorama piuttosto desolante in cui l’unica via è, nonostante la crisi, non rinunciare ad un modello economico di tipo capitalistico.

    Ma l’accostamento tra l’opera di Marx e la situazione di impasse generata dalla crisi già alla fine del 2008 aveva inspirato diversi articoli, tra cui quello pubblicato sul settimanale The Economist[3] che si chiedeva cosa Marx avrebbe pensato e teorizzato di fronte alla crisi e quello, ancora più eloquente, intitolato Booklovers turn to Karl Marx as financial crisis bites in Germany. Qui senza mezzi termini Kate Connolly, corrispondente da Berlino per la nota testata inglese The Guardian, inizia il proprio articolo[4] con la seguente lapidaria affermazione: «Karl Marx is back», per poi dilungarsi sui motivi del successo editoriale delle opere di Marx, specie tra i giovani studenti universitari tedeschi, alla ricerca di risposte illuminanti in tempi bui e soprattutto di alternative valide al dominio dell’Occidente liberal-capitalistico.

    Oltre all’impennata di vendite de Il Capitale fino a sfiorare numeri da best seller, testimoniata dalle stesse parole del responsabile di uno dei maggiori editori specializzati in testi accademici in Germania, la Karl-Dietz-Verlag, ciò che è apparso ancora più sorprendente è stato il giudizio espresso da più della metà dei cittadini dell’ex Germania dell’Est che hanno dichiarato di essere fortemente delusi dal capitalismo che inizialmente li aveva abbagliati con le sue armi seducenti e ingannevoli mentre un’altra buona parte di loro addirittura spera in un ritorno del socialismo. Tale sondaggio riportato da un altro giornalista della Reuters in un suo report[5] del 2008 costituisce il punto di partenza per un interrogativo più che legittimo: perché nonostante gli orrori e le storture del regime sovietico della DDR nascoste dietro un’apparenza di giustizia sociale e miseramente svelati al mondo intero dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 i cittadini della Germania dell’Est rimpiangono il socialismo e disprezzano le ‘gioie del capitalismo’? Se il volto del socialismo è stato a tratti spietato quello del capitalismo si rivela persino peggiore: come un killer dai modi di fare ammalianti e cortesi ha prima sedotto la prima vittima con promesse tanto allettanti quanto irrealizzabili e poi l’ha attaccata e uccisa nel peggiore dei modi. È allora inevitabile che, nel momento in cui in tanti si accorgono del volto mostruoso del capitale, si riscopra il valore delle teorie marxiste, specie quelle sulla lotta di classe, sia pure rivisitate, o meglio di un Marx reloaded, come ha affermato con un abile gioco di parole che richiama un noto film di fantascienza, il ‘pedagogista critico’ Ramin Farahmandpur un paio di anni addietro in un saggio che si interroga proprio sulla necessità di far studiare l’opera marxista nelle scuole pubbliche per contrastare l’inarrestabile (quanto deleteria) avanzata della sfrenata società capitalistica[6].

    2. In questo contesto va collocata l’ultima fatica di Domenico Losurdo “La lotta di classe. Una storia politica e filosofica” [7] che, muovendosi controcorrente rispetto alla vulgata liberista imperante, si sofferma su uno dei nodi problematici più significativi dell’opus marx-engelsiano: la teoria della lotta di classe. Si tratta di un ulteriore tassello che va inserirsi nel ventennale percorso di ricerca del filosofo urbinate che, oltre a stilare un vero e proprio cahier de doléance sui misfatti dell’Occidente liberal-capitalista, intende intervenire nelle ferite ancora aperte della tradizione marxista mettendone in evidenza luci ed ombre.

    La domanda fondamentale da cui prende le mosse la riflessione di Losurdo può essere riassunta nei termini seguenti: cosa intendono Marx ed Engels per lotta di classe? Per rispondere a questo interrogativo occorre innanzitutto sapersi orientare nei labirinti marx-engelsiani alla ricerca di quei frammentari luoghi teorici da cui emergono, nonostante l’evidente asistematicità, i principi-cardine di tale teoria e rileggerli nel milieu in cui sono maturati.

    Operazione a dir poco ardua che richiede, da un lato, una rigorosa analisi logico-filologica dei testi marx-engelsiani e, in modo particolare, del Manifesto e, dall’altro, un’articolata disamina del contesto storico, non dimenticando che la stessa lotta di classe – come sottolinea giustamente Losurdo – possa essere usata in maniera strumentale dal potere dominante ed essere quindi inserita nell’ambito di un progetto complessivo di segno conservatore e/o reazionario, com’è stato efficacemente dimostrato di recente da Luciano Gallino[8], il quale identifica l’offensiva, messa in atto specialmente nell’ultimo trentennio, dalle classi dominanti per ‘rovesciare’ a proprio vantaggio, come una nuova lotta di classe atta a scardinare ogni conquista ottenuta dal basso in seguito alle vecchie lotte sociali.

    Perciò la seria e dettagliata ricostruzione losurdiana, seppure non sempre condivisibile, può costituire indubbiamente un utile filo di Arianna per orientarsi nel dedalo marxiano della teoria della lotta di classe che, agli occhi dell’Autore, si presenta come una teoria generale del conflitto sociale, che operando una radicale rottura con le ideologie naturalistiche colloca tale conflitto sul terreno della storia. La conseguenza è che le innumerevoli forme in cui esso si manifesta nella realtà non possono essere non tenute in debito conto.

    Del resto, ciò si evince dalla scelta, nient’affatto casuale, operata da Marx ed Engels di utilizzare non il singolare Klassenkampf ma il plurale Klassenkämpfe. A partire da questa arguta precisazione, la lotta di classe non rinvia solo ed esclusivamente al conflitto tra la borghesia e il proletariato. Quest’ultimo pertanto non è l’unica forma possibile della lotta di classe ma una delle possibili forme che essa può assumere concretamente nelle diverse epoche storiche. Riconoscere la dimensione plurale della lotta di classe significa almeno ammettere che le tre grandi lotte di classe emancipatrici sono: 1) la lotta per l’emancipazione del proletariato; 2) la lotta per l’emancipazione delle nazioni oppresse; 3) la lotta per l’emancipazione della donna.

    Collocarsi sul terreno della comprensione storico-sociale comporta però il rifiuto di ogni spiegazione che enfatizzi, in modo unilaterale, elementi etnologico-razziali (esemplificati nella nota opera di Arthur de Gobineau, Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane) o psico-patologici (si pensi alla Psicologia delle folle di Gustave Le Bon) sottese ai paradigmi dominanti nella cultura borghese della seconda metà dell’Ottocento che, in molti casi, finiscono per intrecciarsi e sovrapporsi. E proprio contro la reductio agli aspetti biologico-naturalistici degli appartenenti alle classi subalterne, assimilati a barbari o addirittura a soggetti di rango inferiore e la conseguente legittimazione dell’istituto della schiavitù, che viene elaborata la teoria della lotta di classe. Ma quest’ultima, Losurdo non si stanca mai di ripeterlo, va intesa non in maniera grettamente economicistica (lotta per la redistribuzione) ma anche e soprattutto come lotta contro i processi disumani e coercitivi che caratterizzano la società capitalistica (lotta per il riconoscimento).

    Innumerevoli sono le espressioni (anche forti) a cui ricorrono, molte volte, nei loro scritti i due filosofi e militanti rivoluzionari per denunciare le condizioni miserrime del proletariato che vanno ben al di là dell’angusto orizzonte economicistico (come vuole la tradizione liberale) coinvolgendo anche ogni ostacolo all’affermazione dell’uomo in quanto tale e della sua dignità costantemente calpestata. Qui i riferimenti filosofici a cui ricorre Marx sono piuttosto evidenti e sono rintracciabili nel paradigma del riconoscimento di hegeliana memoria e, in particolare, nella dialettica tra servo e padrone immortalata nelle celebri pagine della Fenomenologia dello spirito. Se per un verso Marx sembra far tesoro della grande lezione hegeliana che considera l’individuo realmente libero solo quando riconosce e rispetta l’altro quale individuo libero, per un altro la traspone dal piano individuale a quello collettivo. La denuncia dell’antiumanesimo che pervade il sistema capitalistico dunque non può ritenersi episodica o marginale ma rappresenta una sorta di leitmotiv che attraversa il pensiero di Marx ed Engels e non può essere affatto confusa con la retorica umanistica. Ad incorrere in un siffatto errore è stato, com’è noto, Louis Althusser, il quale aveva parlato di una rottura epistemologica nell’opera marxiana, laddove Losurdo al contrario scorge solo il passaggio a un ordine diverso del discorso nell’ambito del quale «la condanna morale dei processi di reificazione insiti nella società borghese e del suo antiumanesimo è espressa in modo più sintetico ed ellittico»[9].

    3. Ma l’elemento che più di ogni altra cosa emerge dal lavoro di Losurdo è la costante attenzione riservata da Marx ed Engels alla questione nazionale che molti studiosi marxisti sulla base del noto passaggio tratto dal Manifesto in cui si afferma che «gli operai non hanno patria», hanno liquidato in modo piuttosto frettoloso e superficiale. A smentire un siffatto assunto basta sfogliare le numerose pagine delle loro opere, rinvenibili in ordine sparso, dedicate a tale questione e, nello specifico, alla lotta del popolo irlandese contro il dominio degli inglesi da un lato e di quello polacco contro il regime zarista dall’altro. Il significato politico-rivoluzionario di tali lotte, al di là delle differenze, sta nel fatto che la questione sociale si presenta quasi sempre come questione nazionale.

    In particolare, il caso irlandese viene visto da Marx con favore per la sua potenzialità di divenire una sorta di detonatore in grado di far esplodere la rivoluzione anche altrove; invece, quello polacco si presenta funzionale a fronteggiare la Russia zarista che all’epoca, per il suo essere l’ultimo bastione della reazione in Europa, rappresentava la principale minaccia verso la classe operaia e la democrazia. Non è un caso che quest’episodio rimanga impresso nella memoria collettiva grazie alla lapidaria affermazione di Lenin: «la Russia era ancora addormentata mentre la Polonia era in fermento».

    Allo stesso modo, come non dimenticare il trasporto con cui Marx segue a più riprese le vicende dell’India definita, non a caso, l’Irlanda dell’Oriente, in cui milioni di operai sono stati costretti a sacrificare la propria vita non per garantire un futuro migliore al loro paese quanto piuttosto – per riprendere l’amara constatazione dello stesso Marx – «procurare al milione e mezzo di operai, occupati in Inghilterra nella medesima industria, tre anni di prosperità su dieci»[10]. Ciò nonostante – Losurdo non manca di rilevarlo – in molti settori del movimento comunista prevale una sorta di internazionalismo dai tratti utopistici che mira a liquidare come falsi miti le identità nazionali. Un esempio emblematico di tale forma mentis è l’atteggiamento cinico e sprezzante dell’anarco-socialista francese Pierre-Joseph Proudhon reo, a detta di Marx ed Engels, di aver irriso e condannato le aspirazioni nazionali dei popoli oppressi.

    Già da queste brevi notazioni si scorge come la loro passione verso l’emancipazione delle nazionalità oppresse sia inscindibile da quella per l’emancipazione del proletariato. Del resto, la vittoria della Rivoluzione di Ottobre non si può comprendere – per parafrasare Walter Benjamin – omettendo la rilevanza del sentimento nazionale che il bolscevismo aveva sviluppato in tutti i russi senza distinzione di sorta e che Losurdo ritiene essere addirittura una delle cause (rectius: la causa) della disgregazione dell’impero sovietico. In ultima analisi, eludere la questione nazionale vuol dire rovesciare il preteso cosmopolitismo o internazionalismo in una sorta di sciovinismo acritico e settario.

    Un ulteriore aspetto che Losurdo sembra avere a cuore e sul quale si sofferma nelle pagine conclusive consiste nella messa in guardia dalla ricorrente tentazione populista che, al di là delle sue diverse varianti, si basa sulla credenza mitologica del valore salvifico del popolo. Credenza oggi ancora più pressante a causa della crisi teorica che investe la dottrina marxista. In realtà, si tratta di un fenomeno per niente inedito, in quanto la semplicistica lettura binaria del conflitto la si ritrova, per esempio, già durante la rivoluzione bolscevica, laddove l’emergere di un rozzo egualitarismo e un altrettanto grossolano ascetismo universale è ciò che sembra accomunare, al di là delle differenze, non solo il fervente cristiano Pierre Pascal e l’operaio belga Lazarević ma molti altri seguaci del bolscevismo, tra cui lo stesso Lenin come si desume dal tenore letterale di alcuni discorsi pronunciati in questo periodo. Come non rammentare allora le taglienti parole di Antonio Gramsci che, nel noto scritto La Rivoluzione contro il Capitale, si scaglia contro il collettivismo della miseria e della sofferenza?

    Essa si ripresenta, in modo ancor più accentuato, negli scritti di Simone Weil che tende a ridurre la lotta di classe alla riscossa degli umili e dei reietti e che Losurdo, malgrado l’empatia che la filosofa prova nei confronti del movimento operaio, rigetta ricorrendo a diversi esempi storici (tra cui la Comune di Parigi e la guerra di secessione americana) che dimostrano con estrema chiarezza la sua inadeguatezza, vista la diversità dei soggetti che, a seconda delle situazioni concrete, possono incarnare le istanze rivoluzionarie. Losurdo sembra qui tenere ben a mente il celebre ammonimento marxiano: «non c’è nulla di più facile che dare all’ascetismo cristiano una mano di vernice socialista». Da ultimo, una forma più o meno latente di populismo riemerge sia in alcuni lavori di Slavoj Žižek che non esita a qualificare l’approccio di Weil, secondo cui solo i mendichi e reietti sono in grado di dire la verità, come «semplice e toccante», sia negli scritti di Antonio Negri e Michael Hardt, in cui il conflitto tra l’impero e la moltitudine assume anch’esso un’intonazione di tipo moralistico soprattutto quando si celebra l’eccellenza morale insita nella figura del ribelle che rimane tale solo fino a quando si tratta di liberare un popolo oppresso ed umiliato ma viene meno nel momento in cui esso si dismette di tali panni.

    4. La lettura del volume di Losurdo si rivela dunque utilissima quanto affatto consolatoria: lo scenario che si presenta davanti ai nostri occhi è, a dir poco, inquietante se si pensa che la storia occidentale è stata costellata da brutali episodi, da cui emerge in maniera costante la volontà di ridurre l’altro in schiavitù, sia in forme più o meno palesi, sia in forme più o meno subdole. Nonostante i facili trionfalismi diffusisi subito dopo la caduta del Muro di Berlino e la conseguente dissoluzione dell’impero sovietico, nuove forme di colonialismo e di imperialismo da parte dell’Occidente che, in realtà, ricordano molto da vicino le forme di schiavitù otto-novecentesche si stanno sempre più affermando.

    Un’analoga riflessione suscita il riaffiorare, in molte metropoli, di una figura, a lungo negletta, come quella del working poor appartenente a quella fascia di lavoratori che, pur percependo un reddito, si avvicinano o si trovano al di sotto della soglia di povertà. A dispetto di quanto si possa pensare, tale fenomeno non riguarda solo coloro che per mancanza di qualifiche diventano ‘obsoleti’ rispetto ai lavoratori più qualificati o in linea con l’avanzamento tecnologico, ma paradossalmente colpisce soprattutto i giovani in possesso di rilevanti curricula costretti in molti casi a ‘nascondere’ i propri titoli, pur di svolgere lavori sottopagati e privi di prospettive e adeguate garanzie. T

    ale triste scenario non fa altro che smentire le rassicuranti litanie sulla fine della lotta di classe nella società novecentesca avanzate dal sociologo Ralph Dahrendorf, il quale all’inizio degli anni Sessanta la riteneva un’anticaglia del passato da cui bisognava, prima o poi, liberarsi o dal filosofo Jürgen Habermas che, invece, alcuni decenni dopo, nel sottolineare, ancora una volta, che il superamento di tale conflitto era addirittura risalente agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale con l’avvento dello Stato sociale, ometteva un particolare non trascurabile, cioè le lotte che avevano contribuito all’edificazione di quest’ultimo. In realtà, già agli albori dell’Ottocento si era diffusa una corrente di pensiero che sosteneva, dopo il tramonto dell’Ancien Régime e l’avvento della società borghese, l’inesorabile tendenza verso il livellamento delle differenze e l’inutilità della lotta di classe. Ben lungi dall’aver eliminato i conflitti di classe come pensavano John Stuart Mill e Alexis de Tocqueville, la società borghese – come scrivono Marx ed Engels – in realtà non aveva fatto altro che riproporli in forme nuove, acuendo, sia a livello nazionale che internazionale, le diseguaglianze.

    La dura lezione che possiamo trarre da queste tragiche vicende, di cui Losurdo ripercorre sia i passaggi più conosciuti e studiati, sia quelli dimenticati e condannati all’oblio, in cui le innumerevoli lotte di classe, sviluppatesi a cavallo tra Otto e Novecento, assumono le sembianze più disparate (guerre di resistenza o di liberazione nazionale, insurrezioni o rivoluzioni anticoloniali) sta nel fatto che esse, al di là dei distinguo, sono accomunate dall’essere sempre state lotte nazionali e vanno condotte non solo sul piano politico ma soprattutto su quello economico.

    L’esempio paradigmatico, a cui ricorre più volte l’Autore, è quello della nascita di Haiti, a proposito della quale vengono rievocate le gesta di Touissant Louverture che capeggiò la rivoluzione degli schiavi avvenuta alla fine del Settecento a Santo Domingo e la cui eco andò ben oltre i confini del piccolo paese sud americano, innescando un processo a catena di abolizione della schiavitù. La grande vittoria politica ottenuta sconfiggendo uno degli eserciti più potenti del mondo come quello napoleonico è stata tutt’altro che duratura, poiché il sistematico isolamento diplomatico e la persistente offensiva economica da parte degli USA e degli altri paesi occidentali hanno provocato il collasso del paese sud americano. Forse per evitare che la storia si ripeta, Losurdo si concentra sul caso cinese e la sua ascesa nell’attuale scenario geopolitico globale che segna, per molti versi, il tramonto dell’epoca colombiana contrassegnata da secoli di dominio incontrastato dell’Occidente e la radicale messa in discussione della divisione internazionale del lavoro imposta dal capitalismo.

    Lo spettro della lotta di classe che il pensiero mainstream sembrava dunque aver esorcizzato definitivamente è nuovamente sotto gli occhi di tutti, come evocativamente afferma di recente il corrispondente da Pechino Michael Schuman sul Time, in un articolo intitolato Marx’s Revenge: How Class Struggle is Shaping the World[11], in cui, anche sulla base dei risultati di un accurato studio dell’Economic Policy Institute (EPI) di Washington, riconosce il ruolo profetico di Marx nella teorizzazione dei guasti del sistema capitalista: l’impoverimento crescente delle masse e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi genera conflitti sempre più stridenti tra le classi sociali.

    Aver narrato i fasti di questa tormentata storia, attraverso la proposta di un’altra narrazione alternativa a quella dominante, è l’indubbio merito di Losurdo, che coglie altresì nel segno quando invita provocatoriamente i magnati del capitale e della finanza a rileggersi, di prima o di seconda mano, Marx. Ma il suo limite sta nell’aver affrontato solo di sfuggita la questione ecologica che appare oggi un indispensabile terreno di confronto a sinistra, quantomeno se si vogliano, anche in questo caso, sviluppare criticamente le intuizioni di Marx ed Engels, riconoscendo accanto alla prima contraddizione (capitale/lavoro) anche la seconda (capitale/natura). Se tali idee sono ancora vive e feconde non è forse il caso di considerare le lotte ambientaliste intese lato sensu (ivi compresa quella per la tutela dei beni comuni) come l’ultima ed inedita frontiera della lotta di classe?

    NOTE

    [1] D. Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari, 2013.

    [2] http://www.time.com/time/specials/packag

    [3] http://www.economist.com/node/20019767

    [4] http://www.guardian.co.uk/books/2008/oct

    [5] http://www.reuters.com/article/2008/10/1

    [6] R. Farahmandpur, Teaching against Consumer Capitalism in the Age of Commercialization and Corporatization of Public Education, in J.A. Sandlin, P. McLaren (a cura di), Critical Pedagogies of Consumption, Routledge, London-New York, 2010, pp. 58-66.

    [7] D. Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari, 2013.

    [8] L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe. Intervista a cura di Paola Borgna, Laterza, Roma-Bari, 2012.

    [9] D. Losurdo, La lotta di classe, cit., p. 91.

    [10] Ivi, p. 12.

    [11] http://business.time.com/2013/03/25/marx

    Riccardo Cavallo svolge attività didattica e di ricerca con la cattedra di Filosofia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Catania. La sua tesi dottorale si è aggiudicata nel 2005 il Premio di filosofia “Viaggio a Siracusa”. Tra le sue pubblicazioni più rilevanti le monografie: L’antiformalismo nella temperie weimariana (Giappichelli, 2009) e Le categorie politiche del diritto. Carl Schmitt e le aporie del moderno (Bonanno, 2007).

    (26 agosto 2013)

    Pubblicato 10 anni fa #
  14. k

    offline
    Membro

    Verboso. Se lo avesse detto con molte meno parole lo avrebbe detto meglio.
    Sull'ultima questione invece - la presunta contraddizione tra natura e capitale - ha detto una cazzata tremenda. La contraddizione vera invece - quella che non si può eludere se non con la miopia di chi, per voler vedere più lontano, si copre tutte e due gli occhi - è quella tra natura e homo habilis. Questo Cavallo farebbe bene a andarsi a rivedere quello che dicevano Marx ed Engels dei luddisti.

    Pubblicato 10 anni fa #
  15. A.

    offline
    Moderatore

    Intervista ad Ágnes Heller, 83 anni, una delle più grandi menti del Novecento (e di oggi). Dall'amicizia al capitalismo, dall'olocausto ai radical chic, passando per le relazioni tra i sessi e un insolito appello... alle cougar Di Ilaria Lonigro
    Repubblica 18 Settembre 2013

    Quando arriva all'intervista, alla Fondazione Arturo Paoli a Lucca, poco prima della presentazione del suo ultimo libro I miei occhi hanno visto (15 euro, edito da Il Margine e scritto insieme a Luca Bizzarri e Francesco Comina), Ágnes Heller, 83 anni, ha l'incedere di una forza della natura. Non a caso, quando non insegna filosofia alla New School di New York, la potete trovare a passeggio nei boschi ungheresi o a nuotare nel lago Balaton, finché l'acqua non scende sotto i 18 gradi. Questa è Ágnes Heller, esponente di spicco di quel gruppo di filosofi ungheresi di stampo socialista ma anti sovietici che nel secondo dopoguerra faceva capo a Lukács e che fu soprannominato Scuola di Budapest. Ágnes oggi è libertà allo stato puro. Imprigionata a 15 anni nel ghetto ebraico di Budapest, perso il padre ad Auschwitz, conobbe la persecuzione anche sotto il regime sovietico: cimici in casa, auto che la seguivano ovunque andasse, divieto di pubblicare e di lavorare, Ágnes, 2 matrimoni e 2 figli, non morì di fame solo grazie alla generosità di intellettuali dell'Europa occidentale. Poi la cattedra a Melbourne, nel '73, e una nuova vita, che la portò fino a New York, dove è ancora oggi una degli insegnanti più prestigiosi alla New School. L'intervista parte con una buona dose di disagio:

    Lei scrive che i filosofi non sono abituati a comunicare con le interviste e che Heidegger ne rilasciò una sola, pubblicata postuma per sua volontà
    È un nuovo fenomeno. Ho il sospetto che i discorsi tramite intervista si diffonderanno perché è più facile per un giornalista fare un'intervista piuttosto che scrivere un saggio su qualcosa. Così mi sto abituando a fare le interviste.

    Dichiara anche che non possiamo essere sicuri che il capitalismo non venga superato. Secondo lei c'entrano l'emergenza ambientale e la ricerca di un nuovo stile di vita?
    Non abbiamo alcuna idea se il capitalismo sarà superato. Potrebbe venire abbandonato in seguito a una totale catastrofe del mondo. Niente dura per sempre, neppure noi del resto. Ma dopo di noi, se qualsiasi cosa venisse dopo di noi, non ne avremmo idea.

    È esilarante l'episodio che racconta nel suo ultimo libro sull'invito ricevuto da Inge Feltrinelli negli anni '70
    Quella è storia. E l'ho trovata estremamente divertente. Stavamo seduti intorno alla piscina e il cameriere andava di persona in persona ad offrire cold drinks: Campari, Gin Tonic, Soda. E nel frattempo madame Feltrinelli in piscina discuteva della possibilità di una rivoluzione comunista mondiale. L'ho trovato estremamente comico. Era davvero una specie di commedia.

    Un anno fa al Parlamento europeo ha denunciato la minaccia di libertà nel suo Paese, l'Ungheria. Disse: “Nei Paesi democratici i media controllano il governo, mentre in Ungheria il governo ha approvato una legge che gli permette di controllare i media”. In Italia accade lo stesso con la tv pubblica, per non parlare dei canali privati. L'Italia non è un Paese democratico secondo lei?
    Non posso parlare dell'Italia. Penso che sia una cattiva abitudine parlare di un Paese che visiti una volta all'anno. Non pretendo di sapere tutto meglio delle persone che ci vivono.

    Hanno ucciso la mia paura
    CORAGGIO E LIBERTÀ

    Invecchiare l'ha resa più coraggiosa?
    Guarda, la domanda è: chi è coraggioso? Coraggiosa può essere una persona che sente la paura, che fa qualcosa nonostante ne abbia paura. Quello è coraggio. Sotto questo aspetto io non sono coraggiosa. Perché quando avevo 15 anni durante l'olocausto hanno ucciso la mia paura. Non potevo più provare paura. E se non hai paura, non controlli te stesso, semplicemente perché non hai paura. Quindi io non sono coraggiosa. Le persone credono che lo sia, ma so di non esserlo.

    Lo stesso giorno che i tedeschi entrarono a Budapest lei voleva andare a un concerto di Stravinskij e, contro il parere di sua madre, suo padre la mandò. Quella fu la sua più grande lezione di libertà?
    Lui credeva davvero che quella per me potesse essere l'ultima occasione per andare a un concerto perché quando arrivarono i tedeschi per me c'era la pena capitale. La domanda non era: “Sarò uccisa?”, ma “Quando sarò uccisa? Quanti mesi vivrò?”. Quindi fu una fortuna se ero viva, era un'eccezione. A quel tempo rimanere vivi era un caso. Sono rimasta viva per sbaglio.

    E il fatto che suo padre le disse di andare al concerto fu una lezione di libertà per lei?
    Cosa intendi per libertà?

    Libertà umana: finché sei vivo, devi condurre un'esistenza normale
    È bellissimo quello che hai detto ma non mi sono mai sentita libera a quel tempo. Mi sentivo sotto pressione. Sotto pressione puoi ancora trovare piccole possibilità di libertà ma quella non è la libertà con la L maiuscola.

    Lei ha scritto un libro per elogiare la bontà (La bellezza della persona buona, 2009, ed. Diabasis, 10 euro). Pensa che le persone cattive siano un po' più stupide delle persone buone?
    No, non penso. La stupidità è un concetto molto generale. Le persone possono essere chiuse di mente, possono essere lente nel pensiero, lente nella comprensione, perché non la esercitano. E poi abbiamo persone che hanno un QI più basso non perché hanno avuto una cattiva istruzione ma in quanto hanno questo tipo di formazione genetica. Non penso però che abbia a che vedere con la bontà o la cattiveria, per niente.

    Esiste l'amicizia totale o gli amici sono a compartimenti stagni, cioè hanno limiti di dedizione nei nostri confronti?
    Ci sono diversi tipi di amicizie. Io distinguo tra amici e amici stretti. L'amicizia stretta è sempre un impegno: non puoi avere un amico stretto se tu sei amico di qualcuno e quello non è amico tuo. Se hai un amico stretto hai fiducia incondizionata nell'altro e viceversa e questo tipo di amicizia si accompagna all'amore, a quel tipo di amore che può forse avere anche una dimensione erotica, sebbene non una dimensione sessuale. L'amicizia che non è amicizia stretta è qualcosa di diverso. Siamo amici perché siamo coinvolti nelle stesse cose, abbiamo interessi comuni, ci sentiamo molto vicini l'un l'altro ma non è lo stesso tipo di impegno assoluto che esiste nell'amicizia stretta.

    Lei parla di relazioni diseguali da superare per soddisfare i bisogni radicali. Quali sono queste relazioni da superare?
    Relazioni asimmetriche, di subordinazione, che devono sempre essere superate: è la relazione padrone-schiavo, quando il padrone non può rivolgersi allo schiavo nello stesso modo in cui lo schiavo può rivolgersi al padrone e viceversa. In certi casi l'uomo non può relazionarsi alla donna nello stesso modo in cui ella si rivolge a lui. Ci sono rapporti asimmetrici che non possono interamente essere superati, come quello tra il genitore e il bambino piccolo. Ma devi provare e dopo un po' trasformare la relazione asimmetrica in un rapporto simmetrico.

    DONNE E POTERE

    Scrive che la rappresentanza delle donne a livello politico è qualcosa di rivoluzionario e che non è compiuto, ma deve ancora mostrare il suo potere e il suo impatto. Quale sarà l'impatto culturale e politico?
    Lo sviluppo della rappresentanza delle donne nella società è forse la più grande rivoluzione degli ultimi 2000 anni, dopo la cristianità e forse l'Illuminismo... ma in effetti appartiene all'illuminismo. Grazie a questa rivoluzione, decade per decade e secolo per secolo, siamo entrati di un passo in un nuovo territorio. All'inizio ci fu la lotta per l'emancipazione, per essere davvero parte della cittadinanza, il diritto a votare: se ciò fosse stato fatto, avrebbe seguito l'uguaglianza economica. Questo non è stato ottenuto interamente, ma alcuni lo hanno accettato. Poi c'è stata la liberazione sessuale e la liberazione per ottenere la stessa istruzione rispetto agli uomini. Ci sono ancora cose da fare, specialmente nella dipendenza dagli uomini: c'è ancora moltissima dipendenza sessuale. Ti faccio un esempio: quando chiedi alle donne chi vogliono sposare, loro credono ancora che l'uomo che sposano debba essere un po' avanti a loro, sopra di loro: devono guardare in alto all'uomo. Fin tanto che devi guardare in alto verso l'uomo non sei libera. Perché dobbiamo essere uguali, dobbiamo essere la destra e la sinistra, non il sopra e il sotto: è un'assurdità che l'amore sia legato al guardare in alto verso qualcosa! Fin tanto che questo esiste, c'è un importantissimo passo per la liberazione da fare. Anche il fatto che l'uomo deve essere un po' più vecchio della donna: anche quello è stupido! L'uomo può avere anche 20 anni in meno di noi: se una donna può essere più giovane di un uomo, allora può valere anche l'opposto. Sono tutte abitudini sessuali, tradizioni sessuali che dobbiamo superare. Ma ho detto molte volte che gli uomini nel nostro mondo sono in uno stato di crisi perché non sanno quale sia la loro posizione nella società, non sanno chi sono e un sacco di temi politici derivano da questa incertezza degli uomini nell'identità. Hai visto la campagna elettorale delle presidenziali americane del partito repubblicano. Non intendo Romney, ma tutti gli altri contendenti. I loro argomenti erano l'antifemminismo, quello era il tema principale, perché volevano strizzare l'occhio agli uomini: “Redimi la tua posizione, sii quello che porta il pane a casa, il capofamiglia, così poi sai chi sei. Adesso non sai più chi sei”. Ci vorrà molto tempo prima che riusciamo a portare a compimento lo sviluppo di questi temi.

    Cosa intende quando si definisce una ottimista pratica?
    È una buona domanda ma difficile. Un ottimista è un tipo di persona che pensa che il mondo andrà sempre meglio. Io non sono così. Ma se sono coinvolta e impegnata a fare qualcosa allora ho la convinzione che fintanto che sono coinvolta posso riuscirci. Pensa se combatti una battaglia: devi credere nella possibilità di vincerla. Non puoi cominciare una battaglia con la convinzione che la perderai. Questo è ottimismo pratico.

    Questo è quello che intende quando dice che dobbiamo muoverci un passo verso l'utopia?
    Questa è un'altra questione. Ci sono diversi tipi di utopia, positiva e negativa, come l'apocalisse e la fine del mondo. L'utopia positiva è un concetto che spesso viene legato alla pace eterna: questa è un tipo di immagine che è poesia, non è un'utopia politica. È un'utopia poetica. Fin tanto che ci saranno utopie politiche nell'agenda politica, potrai fare qualcosa politicamente.
    (18 settembre 2012)

    Pubblicato 10 anni fa #
  16. Voi che dite, meglio poc'anzi o pocanzi?

    Pubblicato 10 anni fa #
  17. SCa

    offline
    Membro

    Direi poc'anzi.
    Auguri di buone feste a tutti.

    Pubblicato 10 anni fa #
  18. zaphod

    offline
    Fondatore

    Ma pure p'ocanzi...

    Grazie e altrettanto, Sca.

    Pubblicato 10 anni fa #
  19. A.

    offline
    Moderatore

    Umberto Eco:
    "Caro nipote, studia a memoria"
    Il semiologo e scrittore scrive al nipotino. Con una riflessione sulla tecnologia e un consiglio per il futuro: mandare a mente 'La vispa Teresa', ma anche la formazione della Roma o i nomi dei domestici dei tre moschettieri. Perché Internet non può sostituirsi alla conoscenza né il computer al nostro cervello
    di Umberto Eco

    Caro nipote, studia a memoria
    Caro nipotino mio,

    non vorrei che questa lettera natalizia suonasse troppo deamicisiana, ed esibisse consigli circa l’amore per i nostri simili, per la patria, per il mondo, e cose del genere. Non vi daresti ascolto e, al momento di metterla in pratica (tu adulto e io trapassato) il sistema di valori sarà così cambiato che probabilmente le mie raccomandazioni risulterebbero datate.

    Quindi vorrei soffermarmi su una sola raccomandazione, che sarai in grado di mettere in pratica anche ora, mentre navighi sul tuo iPad, né commetterò l’errore di sconsigliartelo, non tanto perché sembrerei un nonno barbogio ma perché lo faccio anch’io. Al massimo posso raccomandarti, se per caso capiti sulle centinaia di siti porno che mostrano il rapporto tra due esseri umani, o tra un essere umano e un animale, in mille modi, cerca di non credere che il sesso sia quello, tra l’altro abbastanza monotono, perché si tratta di una messa in scena per costringerti a non uscire di casa e guardare le vere ragazze. Parto dal principio che tu sia eterosessuale, altrimenti adatta le mie raccomandazioni al tuo caso: ma guarda le ragazze, a scuola o dove vai a giocare, perché sono meglio quelle vere che quelle televisive e un giorno ti daranno soddisfazioni maggiori di quelle on line. Credi a chi ha più esperienza di te (e se avessi guardato solo il sesso al computer tuo padre non sarebbe mai nato, e tu chissà dove saresti, anzi non saresti per nulla).

    Ma non è di questo che volevo parlarti, bensì di una malattia che ha colpito la tua generazione e persino quella dei ragazzi più grandi di te, che magari vanno già all’università: la perdita della memoria.
    È vero che se ti viene il desiderio di sapere chi fosse Carlo Magno o dove stia Kuala Lumpur non hai che da premere qualche tasto e Internet te lo dice subito. Fallo quando serve, ma dopo che lo hai fatto cerca di ricordare quanto ti è stato detto per non essere obbligato a cercarlo una seconda volta se per caso te ne venisse il bisogno impellente, magari per una ricerca a scuola. Il rischio è che, siccome pensi che il tuo computer te lo possa dire a ogni istante, tu perda il gusto di mettertelo in testa. Sarebbe un poco come se, avendo imparato che per andare da via Tale a via Talaltra, ci sono l’autobus o il metro che ti permettono di spostarti senza fatica (il che è comodissimo e fallo pure ogni volta che hai fretta) tu pensi che così non hai più bisogno di camminare. Ma se non cammini abbastanza diventi poi “diversamente abile”, come si dice oggi per indicare chi è costretto a muoversi in carrozzella. Va bene, lo so che fai dello sport e quindi sai muovere il tuo corpo, ma torniamo al tuo cervello.

    La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota. E inoltre, siccome per tutti c’è il rischio che quando si diventa vecchi ci venga l’Alzheimer, uno dei modi di evitare questo spiacevole incidente è di esercitare sempre la memoria.

    Quindi ecco la mia dieta. Ogni mattina impara qualche verso, una breve poesia, o come hanno fatto fare a noi, “La Cavallina Storna” o “Il sabato del villaggio”. E magari fai a gara con gli amici per sapere chi ricorda meglio. Se non piace la poesia fallo con le formazioni dei calciatori, ma attento che non devi solo sapere chi sono i giocatori della Roma di oggi, ma anche quelli di altre squadre, e magari di squadre del passato (figurati che io ricordo la formazione del Torino quando il loro aereo si era schiantato a Superga con tutti i giocatori a bordo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso eccetera). Fai gare di memoria, magari sui libri che hai letto (chi era a bordo della Hispaniola alla ricerca dell’isola del tesoro? Lord Trelawney, il capitano Smollet, il dottor Livesey, Long John Silver, Jim…) Vedi se i tuoi amici ricorderanno chi erano i domestici dei tre moschettieri e di D’Artagnan (Grimaud, Bazin, Mousqueton e Planchet)… E se non vorrai leggere “I tre moschettieri” (e non sai che cosa avrai perso) fallo, che so, con una delle storie che hai letto.

    Sembra un gioco (ed è un gioco) ma vedrai come la tua testa si popolerà di personaggi, storie, ricordi di ogni tipo. Ti sarai chiesto perché i computer si chiamavano un tempo cervelli elettronici: è perché sono stati concepiti sul modello del tuo (del nostro) cervello, ma il nostro cervello ha più connessioni di un computer, è una specie di computer che ti porti dietro e che cresce e s’irrobustisce con l’esercizio, mentre il computer che hai sul tavolo più lo usi e più perde velocità e dopo qualche anno lo devi cambiare. Invece il tuo cervello può oggi durare sino a novant’anni e a novant’anni (se lo avrai tenuto in esercizio) ricorderà più cose di quelle che ricordi adesso. E gratis.

    C’è poi la memoria storica, quella che non riguarda i fatti della tua vita o le cose che hai letto, ma quello che è accaduto prima che tu nascessi.

    Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove.

    Ora la scuola (oltre alle tue letture personali) dovrebbe insegnarti a memorizzare quello che è accaduto prima della tua nascita, ma si vede che non lo fa bene, perché varie inchieste ci dicono che i ragazzi di oggi, anche quelli grandi che vanno già all’università, se sono nati per caso nel 1990 non sanno (e forse non vogliono sapere) che cosa era accaduto nel 1980 (e non parliamo di quello che è accaduto cinquant’anni fa). Ci dicono le statistiche che se chiedi ad alcuni chi era Aldo Moro rispondono che era il capo delle Brigate Rosse - e invece è stato ucciso dalle Brigate Rosse.

    Non parliamo delle Brigate Rosse, rimangono qualcosa di misterioso per molti, eppure erano il presente poco più di trent’anni fa. Io sono nato nel 1932, dieci anni dopo l’ascesa al potere del fascismo ma sapevo persino chi era il primo ministro ai tempi dalla Marcia su Roma (che cos’è?). Forse la scuola fascista me lo aveva insegnato per spiegarmi come era stupido e cattivo quel ministro (“l’imbelle Facta”) che i fascisti avevano sostituito. Va bene, ma almeno lo sapevo. E poi, scuola a parte, un ragazzo d’oggi non sa chi erano le attrici del cinema di venti anni fa mentre io sapevo chi era Francesca Bertini, che recitava nei film muti venti anni prima della mia nascita. Forse perché sfogliavo vecchie riviste ammassate nello sgabuzzino di casa nostra, ma appunto ti invito a sfogliare anche vecchie riviste perché è un modo di imparare che cosa accadeva prima che tu nascessi.

    Ma perché è così importante sapere che cosa è accaduto prima? Perché molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi e in ogni caso, come per le formazioni dei calciatori, è un modo di arricchire la nostra memoria.

    Bada bene che questo non lo puoi fare solo su libri e riviste, lo si fa benissimo anche su Internet. Che è da usare non solo per chattare con i tuoi amici ma anche per chattare (per così dire) con la storia del mondo. Chi erano gli ittiti? E i camisardi? E come si chiamavano le tre caravelle di Colombo? Quando sono scomparsi i dinosauri? L’arca di Noè poteva avere un timone? Come si chiamava l’antenato del bue? Esistevano più tigri cent’anni fa di oggi? Cos’era l’impero del Mali? E chi invece parlava dell’Impero del Male? Chi è stato il secondo papa della storia? Quando è apparso Topolino?

    Potrei continuare all’infinito, e sarebbero tutte belle avventure di ricerca. E tutto da ricordare. Verrà il giorno in cui sarai anziano e ti sentirai come se avessi vissuto mille vite, perché sarà come se tu fossi stato presente alla battaglia di Waterloo, avessi assistito all’assassinio di Giulio Cesare e fossi a poca distanza dal luogo in cui Bertoldo il Nero, mescolando sostanze in un mortaio per trovare il modo di fabbricare l’oro, ha scoperto per sbaglio la polvere da sparo, ed è saltato in aria (e ben gli stava). Altri tuoi amici, che non avranno coltivato la loro memoria, avranno vissuto invece una sola vita, la loro, che dovrebbe essere stata assai malinconica e povera di grandi emozioni.

    Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “La Vispa Teresa”.

    Pubblicato 10 anni fa #
  20. k

    offline
    Membro

    Ecco, io non voglio dire che ha fatto bene, però bisognerebbe proprio farne un bell'ingrandimento - un manifesto grosso - e attaccarlo davanti all'Oxer. Ma pure agli altri cinema.

    http://www.repubblica.it/esteri/2014/01/14/news/usa_scriveva_sms_al_cinema_uno_spettatore_gli_spara_un_morto_e_un_ferito-75869204/?ref=HREC1-21

    (Ci pensi lei, Fer. Lo mandi ai cinema)

    Pubblicato 10 anni fa #
  21. A.

    offline
    Moderatore

    GIOVAN BATTISTA MARINI, detto TITTA nasce a Tarquinia. La famiglia è benestante e, alla morte del padre, il capitale è diviso tra i due figli. Titta, pigro convinto, vende la propria parte e quattrini in mano e nessuna voglia di lavorare, fa il signorino e si dà alla bella vita. La sua pigrizia era proverbiale, ma lo disturbava anche il lavoro altrui. Fonda il Fronte dell’Ozio i cui membri si chiamano “Ozzziosi”, con tre zeta, e ideano gesti dimostrativi come la pubblica fucilazione della vanga. Titta Marini aveva anche scritto un inno, “Innone” per l’esattezza, musicato dal maestro Franco Bisogni e nel quale si lodava la nullafacenza, che si cantava sbadigliando. Le trovate balzane di questo gruppo attirano l’attenzione della stampa internazionale e della Roma che “conta”. TITTA si trasferisce nella Capitale diventando un personaggio di spicco nei salotti dei Principi, Conti e Contessini come li chiama lui. Durante il soggiorno romano, TITTA MARINI riceve importanti riconoscimenti accademici. Nel 1963 gli è conferito in Campidoglio il “Lauro Tiberino”, unico poeta dialettale dopo Gioacchino Belli. Inutile dire che trova da ridire anche mentre è “Incampidogliato” e davanti alle massime autorità tirò fuori una delle sue battutacce. Vince anche il premio “Roma” sia per le poesie in vernacolo sia per le poesie in lingua, perché Titta non era solo un poeta dialettale. Nel 1976 è ammesso all’Accademia Culturale d’Europa. Inquieto come sempre, un bel momento si stufa anche di Roma e del successo e a metà degli anni sessanta torna a Tarquinia. Stravagante, non più giovane, un po’ apprezzato e un po’ deriso, fa parte del colore locale, compone le sue poesie dove capita, le declama ovunque e a chiunque. I suoi epigrammi, epitaffi o motti fulminanti sono dipinti a caratteri cubitali sulle pareti esterne dei casali, sui pilastri dei cancelli, spronando a volte gli altri a “rispondere”. In un casale scrive: “La terra è sempre la peggiore impresa, perché da vivo è bassa e da morto pesa” Il contadino Cinelli aggiunge firmandosi: “Ma io che la lavoro me so’ accorto, che pesa più da vivo che da morto”. Gli ultimi anni della sua vita sono amareggiati da malattie e numerosi interventi chirurgici, ma Titta Marini prende per i fondelli anche la morte, se la prende con il cielo “bestemmiando con cognizione di causa, da vero cristiano”. Dopo aver scritto il suo epitaffio muore il 25 luglio del 1982.

    EPITAFFI

    EPITAFFIO DER POETA (scritto per lui)
    O passeggero, qui fra tante quiete,
    ‘sto morto senza er nome su la targa,
    volenno, armeno adesso, un po’ de requie,
    prega li vivi de passà a la larga.

    DER PECCATORE
    Siccome p’infognamme ner peccato
    mo sto nel regno de la scottatura (inferno),
    nun scocciate pe me Chi m’ha creato,
    spatenostranno (pregando) su ‘sta sepoltura

    A TRILUSSA
    Visse cantanno, sempre applaudito,
    tra fama e fame,
    fin quanno er falegname
    l’ha inchiodato nell’urtimo vestito (la bara).

    AR CAVAJERE
    Fu fatto pe’ la moje cavajere:
    terra e corna je siano leggere.

    A LA SOCERA
    Da quanno che mi’ suocera qui giace,
    lei…nu’ lo so, ma io riposo in pace!

    A AVA
    Qui s’ariposa Ava
    che se vestiva quanno se spogliava

    A L’ONESTA’
    Questa fu l’onestà che, spesso in vita,
    rubbò er sapone a mezza umanità.
    Se vantò d’esse’ poi la più pulita

    ALCUNE POESIE

    PREGHIERA
    O qui nato e incrociato,
    eppoi risuscitato,
    abbi pietà di noi. Se voi che sia finito
    STO TRAN TRAN, STO CANCAN,
    STO PIJA E LASCIA STA,
    portete ‘n gloria ‘gni ora un governante
    con tutti quelli che je stanno intorno,
    e tielli stretti fra le braccia sante!

    CROCEPUGNALE
    Er Crocefisso tuo, Cristoggesù,
    in mano a sto bordello generale,
    nun se distingue più
    se è ‘na croce o un pugnale.

    BROCCOLI
    Iddio disse ad Eva ed ad Adamo:
    - bigna ragazzi mii, che lavoramo
    Io v’arigalo ir monte, ir piano, ir greppo,
    pe’ piantacce li broccoli cor zeppo –
    E se Adamo non ebbe più riposo
    fu perché li piantò co’ n’antro coso.

    PARLA ER CECO MIRACOLATO
    Ero ceco,
    e Tu m’hai dato la vista, Gesù!
    Ma nun vedo che abusi.
    Quant’è mejo guardà coll’occhi chiusi.

    VISTO CHE SO’ NATO
    S’io morirò, visto che ormai so’ nato,
    criticateme pure a tutto fiato.
    Tanto svolazzerò ner Cielo in festa
    e un baffo me farà chi ar monno resta.

    LA BANDEROLA ARRUZZINITA
    Er campanile fa a la banderola:
    Tirano tanti venti
    e nun te giri. Dimme, che te senti?
    So’ arruzzinita, porca la matassa,
    ma, se me capitasse chi m’engrassa,
    m’abbasterebbe un’untatina, un gnente,
    p’arivortamme come tanta gente!

    MOSE’ E ER POPOLO
    Mosè diceva ar popolo: Er bon Dio
    m’ha dato pe’ le tre n’appuntamento
    che riguarda noi tutti…è un testamento…
    La gente fece: Ce verrò pur’io?
    Mosè riprese: Ma…capite a volo!
    Qui nun se tratta de papiè da cento…
    Er popolo, ch’ha sempre un sentimento,
    sfollò mentre strillava: Vacce solo!

    FINALE TRAVOLGENTE
    Indove guardo, tutto me dimostra
    l’eterna marcia de la patria nostra
    ricca de timbri e tasse, d’inni e sole
    e de bande, bandiere e banderole

    Pubblicato 10 anni fa #
  22. k

    offline
    Membro

    E' MORTO LUCA CANALI

    Poeta ed insigne latinista, traduttore tra l'altro di Virgilio, è morto a 88 anni Luca Canali. I funerali ci sono stati oggi.
    Ha lavorato e prodotto fino al mese scorso.
    Aveva scritto diversi romanzi, tra cui il bellissimo e straziante Autobiografia d'un baro, storia prima di Resistenza e militanza politica nel Pci, poi di depressione e malattia mentale. Un libro da leggere.
    Fino all'ultimo è stato disponibile ed aperto all'ascolto dei giovani studiosi e scrittori. A me, diede grande attenzione e forte incoraggiamento proprio quando ne avevo più bisogno. Gliene sarò sempre grato. Fu il primo - con Mario Spinella che contattò lui - ad accorgersi di Mammut ancora inedito.
    Riposi in pace, finalmente. Ciao, Professo'.

    10 giugno 2014

    Pubblicato 10 anni fa #
  23. A.

    offline
    Moderatore

    queste sono le cose che distinguono un professore da un maestro.

    Pubblicato 10 anni fa #
  24. A.

    offline
    Moderatore

    A Trento non so quanti milioni di euro hanno dato a Renzo Piano per fare questo progetto, poi realizzato.
    Ora il quartiere è deserto, perchè le case vanno invendute. infatti là è pieno di «negri e puttane» (cit). E il trentino che avrebbe soldi per comprarsene uno, di appartamento, non ci va lì ad abitare. E già perché pare che costino 5000 euro al mtquadro. E non vogliono abbassar i prezzi, nonostante la crisi immobiliare. (in pratica una casa di 80 metri quadri costa 400.000 euro)
    Poi dice gli architetti. E le società immobiliari.
    «Roba de ridere» (Jesus)

    chissà cosa ne pensa Bassoli.

    comunque vedete qua.
    http://www.lealbere.it/showroom.php

    Pubblicato 9 anni fa #
  25. A.

    offline
    Moderatore

    Non vedo l'ora di vederlo

    Get the Video Plugins

    Pubblicato 9 anni fa #
  26. Obama più alleati contro Isis

    La cosa importante da capire, ora, è che non tutti i musulmani sono terroristi. Non è un distinguo di poco conto.
    Il pericolo è quello di una generalizzata contrapposizione culturale che porta solo odio e pregiudizio (come se non ce ne fosse già abbastanza).

    P.s.: mi rendo comunque conto che con certa gente la bomba atomica può tornare utile.

    Pubblicato 9 anni fa #
  27. zaphod

    offline
    Fondatore

    Ma ci pensi che se questa frase l'avessi scritta il 12 settembre 2001 già sarebbe stata vecchia di 10 anni?
    Ma uno sforzo di pensiero originale, mai?

    Pubblicato 9 anni fa #
  28. A.

    offline
    Moderatore

    Non lo faccio mai, ma stavolta vorrei consigliarvi un libro di filosofia. Specie a Bassoli, ma non solo.
    Pierre Dardot e Cristian Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista., edizione Derive e Approdi 2014, Euro 27.

    Pubblicato 9 anni fa #
  29. mjolneer

    offline
    Membro

    Di recente ho letto un paio di saggi di scrittrici che ho trovato molto interessanti, come La pazza di casa, di Rosa Montero, e Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf. Entrambi affrontano il rapporto delle autrici co la scrittura. Mi piacerebbe leggerne altri simili per qualità e contenuti; Avanti con i consigli, grazie.

    Pubblicato 9 anni fa #
  30. A.

    offline
    Moderatore

    Cosa pensate di Walter Siti? A me ne hanno parlato bene.
    Dicono faccia auto fiction. E va di moda.
    Suggerimenti e commenti ?

    Pubblicato 9 anni fa #

Feed RSS per questa discussione

Replica »

Devi aver fatto il login per poter pubblicare articoli.