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(68 articoli)
  • Avviato 15 anni fa da rindindin
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  1. rindindin

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    continua la saga dei vizi capitali! Esce il 5 giugno l'antologia sull'Accidia con un mio racconto per la Perrone Editore (Lab). Posto il racconto sempre tratto da un mio romanzo breve,molto oscuro, mai dichiarato... 8)Però a pezzi mi sembra che funzioni, a parte la Gola (a cui non ho partecipato!) non me ne hanno fatto saltare uno!

    Accidia (di Daniela Rindi)

    Non si può andare contro al proprio destino, si può andargli incontro.
    Nessuno può salvarci, solo noi stessi. Ma come fare? Ci si proietta tutti verso qualcosa di più grande (illuminazione, nirvana o paradiso), e poi si agisce da animali, preferendo l'oblio, la non consapevolezza, perché la tentazione di non essere perfetti, la tentazione di perdersi…è una tentazione. Elisa sta accarezzando il suo gatto, morbido, tenero, rassicurante. E' in salotto seduta sul divano, sola, con la voglia di restarci, svuotata. Non sa cosa stia succedendo dentro di lei, vorrebbe solo un tempo infinito per poterlo decifrare.

    Elisa vorrebbe essere libera come un gatto e come lui, scegliere di osservare il mondo dalla finestra. Ma Elisa non ha scelto, è solo un gatto stanco, un gatto che non ha più energia. Si ritrova dietro ad un vetro...a guardare. Le hanno domandato se è veramente così triste la sua vita…non lo sa. Certo non è un'ingenua. E' una persona complessa, le è difficile decifrarsi. Il codice non è in mano sua. Però la sua richiesta di aiuto è lampante, come la sua paura.

    Vorrebbe essere più semplice, più facile. Elisa è complicata anche a se stessa, figuriamoci agli altri! E’ schiava di tutti i vizi, deviazioni mentali, in un’altalena di fughe, per poi ritornare al reale. Ma non se ne vuole rendere conto. Le piace che tutto possa assumere una dimensione diversa, lasciarsi andare a qualcosa che non vorrebbe, ma a cui poi anela. E vomita..vomita non sa che cosa, non è consapevole del suo malessere, però vomita e si sente liberata. Non è colpa sua, vomita qualcosa che non le appartiene, vomita qualcosa che non sa…le colpe del padre, della madre, vomita qualcosa che non ha generato lei.

    Elisa sta bene con quello che ha, ama ciò che ha generato, però a volte un alieno s’impossessa del suo corpo, si sollazza, si diverte. E' qualcosa che non comprende. Cede, si lascia andare a lui e poi, con il vomito, se ne libera. Cosa avete fatto ad Elisa? Cosa sta scontando? Qual è il mostro che deve rigettare?… E le assale nuovamente la paura di non farcela, di non controllarsi, di perdersi. Cosa c'è nel suo inconscio che non vuole vedere? Cosa c'è che le dà tanto malessere? Vomita perché è anoressica, vomita perché diventa bulimica, vomita perché si ubriaca… ma la domanda costante è una sola…perché vuole vomitare sempre? È una cosa che le fa anche un po' schifo.

    Detesta vomitare, odia vomitare! Qualcosa le è rimasto sullo stomaco. La paura è sempre lo stesso baratro. Oggi non c'è un'evoluzione, c'è un pentimento per gli errori fatti, un pentimento, non un superamento. Fa piccoli passi verso la redenzione, quando sono necessari balzi da gigante, ma la sola cosa che si concede è il pentimento fine a se stesso. Ma questo non è motore, non è energia, è passività, apatia, codardia. "Mi pento dei miei peccati, così sono giustificata dal commetterne altri!" Ci si pente, e questo è tutto. Ma è troppo comodo. L'evoluzione è molto più complessa, prevede uno sforzo più “scomodo”.

    Elisa è convinta che la religione abbia creato dei grossi drammi, almeno ai miscredenti! Per i religiosi, pii, i devoti, c'è la completa sottomissione, ma per i non credenti, per gli atei? Quelli che ascoltano realmente i discorsi di un papa, che cercano di capire il significato dei suoi gesti, delle sue parole, che si emozionano davanti alla sua umanità, senza preconcetti, che non fanno fare la comunione ai loro figli solo perché il sistema glielo impone, dandogli realmente la possibilità di scegliere, con consapevolezza, nella loro vita? A questi individui cosa aspetta? Non è giusto che a loro sia dato solo la paura… la paura di essere soli, di non avere un Dio che li consoli e che li accompagni.

    Elisa vorrebbe un Dio tutto suo, che vada oltre, o al di qua, non importa, ma suo, che veda lei, e solo lei, che la conforti, che la guidi, che l’aiuti a non aver paura, a non sentirsi così terribilmente… sola.
    La solitudine, non solo quella fisica, a detta di tutti è una brutta bestia, ma ad Elisa non le ha mai disturbato rimanere sola, essere sola. Nel sentirsi così si è veramente liberi, c'è una libera esplosione del pensiero, come una bomba a mano, una deflagrazione, le riflessioni si fanno in miliardi di pezzi…e chissà chi o cosa colpiscono! E' bello liberare la mente, con la solitudine dentro si aumenta la capacità di percezione delle cose, si sente la vibrazione del mondo, si ha quasi la capacità di capirlo. Ci si lascia navigare nell'assoluto.

    Il problema sorge se si rimane incastrati in questo senso di solitudine, se questa dimensione diventa prevaricante. Allora sono guai perché una mera speculazione diventa malattia, incapacità di vivere con gli altri, sentirsi rifiutati, diventa depressione e paura. Allora c'è solo un modo. Guardare all'obiettivo. Domandarsi cosa si vuole essere e cosa si vuole fare. Rientrare nel mondo reale ed attivarsi, non aspettare, non crogiolarsi, non isolarsi. Non è facile. Si può finire per cercare a tutti i costi un "Dio", una fede, perché questa ci aiuti a giustificare la nostra indolenza o incapacità di fare, la nostra perdizione. S’invoca, si prega, …"Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso, la saggezza di conoscerne la differenza". E' la preghiera laica degli A.A. alcolisti anonimi. Come lo sa Elisa? …

    Pubblicato 15 anni fa #
  2. Complimenti Rindindin.

    Una cosa importante, che vale per tutti. Preghiamo tutti gli utenti di questo Forum di non inserire notizie o racconti - parziali o totali - di pubblicazioni effettuate con case editrici a pagamento. Nel caso in cui vi dovessero essere delle sviste - volontarie o non volontarie - la Redazione provvederà a eliminare il post.

    Altra cosa, non meno importante. Nel caso in cui, sulle antologie, vengano selezionati racconti già pubblicati con progetti Anonima Scrittori - che rimangono di vostra proprietà, così come da Licenza Creative Commons -, sarebbe importante far mettere il riferimento - quello che volete, basta che si metta in evidenza l'Anonima Scrittori - all'editore.

    In questo caso, ovvio, saremmo ben felici di pubblicizzare ancor di più il libro.

    Pubblicato 15 anni fa #
  3. rindindin

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    sarà fatto! con piacere...

    Pubblicato 15 anni fa #
  4. k

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    Membro

    Due consigli (anche se non richiesti):
    contro IL proprio destino
    e, come lui,
    dietro UN vetro
    e LA assale
    cosa SPETTA
    NON HA MAI disturbato essere sola.

    Togliere infine tutti i punti esclamativi.

    (Non ho però capito perché, se un poveraccio ha pure pagato per farsi pubblicare una cosa, poi non la possa postare qui sopra. Mica è lui l'editore bastardo. Lui è solo una vittima che così tu punisci due volte.)

    (Ho finalmente capito come si possa ingrandire lo zoom, ma per quanto riguarda l'uso del grassetto, corsivo etc, mi escono strane cose tipo [/b] [i] [/u] con cui ancora non so che farci. Mettetevele in quel posto.)

    Pubblicato 15 anni fa #
  5. kappa, io non credo si tratti di punire due volte l'autore quanto, come da linea politica di AnonimaScrittori, non concedere spazio alcuno a certi stampatori opportunisti che si fan chiamare editori.

    Pubblicato 15 anni fa #
  6. zaphod

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    Fondatore

    Quei simboli strani sono proprio quelli che dicono al programma che tipo di carattere usare. Dal punto di vista pratico per mettere una parola in grassetto basta evidenziarla e cliccare sulla "B", il programma mette automaticamente quei segni (si chiamano "tag") che dicono al vostro internet explorer, o chrome, o il cavolo che vi pare, che quella parola in grassetto...
    "b" tra parentesi quadre significa: da qui in poi scrivi in grassetto
    "b" seguito da "/" significa: qui finisce il grassetto.

    Anche per questo dovreste pagarmi, ma mettiamo tutto a compensazione con le lezioni di scrittura...

    Pubblicato 15 anni fa #
  7. Woltaired

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    l'anonima è stata citata ad ogni pre-Bin, giuro!!

    (con tanto di pillole, bla bla bla, 25000, www....etc. )

    Pubblicato 15 anni fa #
  8. rindindin

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    grazie K per le correzioni che sono corsa a copiare! per quanto riguarda la diatriba scittori a pagamento sono daccordo...con chi? con k! se qualcuno pubblica qui qualcosa che ha trattato a pagamento non lo fa in cattiva fede....inutile stare a sottolinearlo, si farebbe pubblicità gratuita all'editore "sola". lasciamo liberi gli autori e magari addestriamoli a non farsi fregare in futuro...

    Pubblicato 15 anni fa #
  9. k

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    Membro

    Questa è una cosina che ho appena inviato (29/5/09, ore 02.30) a qualche giornale locale.

    EUCALYPTI E CIMITERI

    Pare si sia riaperta la caccia agli eucalypti. Come ne vedono uno in giro per Latina, gli sparano a bruciapelo: “Muori, disgraziato!”. In Q5 è una strage. Stavano lì dalla bonifica, poverini. Superstiti dai poderi. Erano riusciti a sopravvivere all’assalto del cemento, dei condomini e della speculazione. Anzi, erano l’unica nota lì in mezzo – in mezzo a quell’inurbazione anodina e straniante – che rendesse un minimo d’estetica della città. Erano l’unico elemento difatti che desse al disgraziatissimo cittadino l’idea di stare in un posto ben preciso – Latina cioè, Agro Pontino – e non in un non-luogo, privo di senso proprio come tutte le più alienanti periferie del mondo. Ma adesso stanno ammazzando pure questi. Dice che danno fastidio alle fogne. Ma ti ci metterei a te, in una fogna. Ma chi era arrivato prima, lì: l’eucalipto o le fogne? E falla più in là sta fogna, no? No: ogni scusa è buona, per questi qua, per assassinare gli eucalypti. Gli stanno antipatici. Poi dicono d’essere i veri eredi dei bonificatori, i sacerdoti della città di fondazione. Falsi e spergiuri come farisei.
    Contemporaneamente pare che il martedì non si potrà più andare al cimitero (dice: “E che c’entra con gli eucalytpi?”. C’entra, c’entra: sono ambedue segni dell’abiezione in cui è caduto il governo della città. Ma pure l’opposizione. Che non fa una piega). Sarà chiuso per riposo settimanale. Dice: “Il cimitero? Ma stai a scherzare?”. No: riposo settimanale. “E che è, un barbiere?”. Ah non lo so, chiedilo a Zaccheo.
    Mo’ il cimitero pare che lo gestisca un privato. Non più il comune. E quindi è una bottega. Apre e chiude quando gli pare. Dice: “Ma siete matti?”. Mi sa di sì. Neanche si potrà più entrare dal portale vecchio, quello che in fondo, dopo la croce, c’è la Medaglio d’oro Carturan, morto a diciott’anni a Gibellina. Un eroe nostro. Dovrai girare dall’altra parte. Non si entra più da lì. Dice: “Ma gli usi e le consuetudini? E la storia di un popolo che dalla fondazione i suoi morti se li è andati a venerare entrando da quel portale? Tu mi cambi tutto?”. Ahò, le botteghe oggi sono così: mo’ va un arredamento e domani ne va un altro. Cambio e giro le vetrine come mi girano le cervella. Dice: “Ma la Soprintendenza?”. La Soprintendenza? E che roba è? Mica è roba che si mangia. “Ma quello è un portale storico, lo ha fatto Frezzotti, è il cimitero di fondazione, l’anima della città, il sacrario degli antenati: che puoi cambiare gli usi e consuetudini come ti pare e piace?”. Ahò, si può fare anche di peggio: tu pensa che all’inizio del viale – dove per tanti anni da ragazzini, in processione, coi preti ci andavamo ogni 2 novembre tutta la città, pure Zaccheo mannaggiallui, sfilando per ore tra le due file di cipressi – per fare più spazio al palazzo suo che sennò gli davano fastido ai balconi, l’impresario ha tagliato giù anche i cipressi: “Tie’! E che ti credevi d’essere, meglio di un eucalypto?”
    Poi dice sta città: “Altro che i mercanti nel tempio, è il project-financy, business is business”. I morti un business? Una bottega? La discarica dei rifiuti? “Ciabbiamo i morti da smalti’: un prodotto come un altro, 2400 euro – cinque milioni di una volta – solo per andare sotto terra”? E il riposo settimanale, sennò lavori troppo e gli operai costano? Dio abbia pietà di noi.
    Il culto dei morti è un culto religioso. E’ “religio” nella accezione più antica. E’ lì – nei morti – che nasce la religione. Prima delle Chiese – prima di Cristo e di Allah – l’essere umano ha cercato il trascendente nel culto dei propri morti. E tu arrivi e dici: “Riposo settimanale”. Ma s’è mai vista una chiesa, un luogo di culto, che fa riposo settimanale? Un luogo di culto deve essere sempre aperto, affinché ciascuno possa appunto entrare a “cultare” quando voglia. Non lo fanno più manco Panorama e Gusto il riposo settimanale – i centri commerciali – e tu lo fai fare al cimitero? E quando a S. Marco?
    Ma a tutti quelli che da Latina sono andati a vivere altrove e ogni tanto all’improvviso – magari perché se la sono sognata la notte – gli viene in mente di salire in macchina: “Fammi anda’ fino a Latina a dire una preghiera e cambiare i fiori a povera mamma”, tu gli fai trovare chiuso per riposo settimanale? Ma quando mai s’è visto che se uno vuole mettere una candela davanti a S. Antonio o S. Maria Goretti, prima si deve informare sulla pagine gialle, come le pizzerie o i ristoranti, se è aperto o chiuso? Telefona all’infopoint (quell’aborto che hai voluto fare per forza davanti alla stazione di Mazzoni, ma che adesso sta chiuso pure lui, peggio di un cimitero chiuso pure lui)? Ma dove è andato a finire il cervello di questa città? Io vorrei solo sapere che ne pensa il vescovo, visto che Zaccheo parla sempre – oltre che di Frezzotti e fondazione – di chiesa e cristianità. Sempre che anche lui oramai – il vescovo – non stia a pensare anche lui solo all’8 per mille. Business is business, in fin dei conti.
    (a.p.)

    Pubblicato 15 anni fa #
  10. SCa

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    E io che nella prima Fototerapia mi ero immaginato la chiusura dei piccoli cimiteri antieconomici come una cosa assurda, che non sarebbe mai potuta avvenire, forse non mi ero spinto troppo lontano. Non si può scrivere una cazzata che la realtà ti frega.
    Non sapevo che i cimiteri chiudessero per riposo settimanale fino alla lettura del racconto di Pavolini. Chissà fra quanto l'apertura solo su prenotazione.

    Pubblicato 15 anni fa #
  11. tataka

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    Seeeeeeeee il vescovo! Auguri...

    Pubblicato 15 anni fa #
  12. rindindin

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    lo sapete che esiste una strana machinetta che emette bigliettini numerati? bene ho saputo che tra un po' verrà installata anche al cimitero. Non solo bisognerà controllare i giorni di chiusura, ma toccherà pure fare la fila!

    Pubblicato 15 anni fa #
  13. Woltaired

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    ..per essere sepolti?

    Pubblicato 15 anni fa #
  14. rindindin

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    che altro vai a fare tu al cimitero?

    Pubblicato 15 anni fa #
  15. sensi da trento

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    Non si può scrivere una cazzata che la realtà ti frega.

    AHAHAHAHAHAHAHA !!
    bellissima !! se il superadmin rimette le firme, giuro che questa me la metto in signature

    Pubblicato 15 anni fa #
  16. isaiah berlin

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    montatori editore.

    Pubblicato 15 anni fa #
  17. rindindin

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    ahahaha! Mondadori! ancora se la ride!

    Pubblicato 15 anni fa #
  18. rindindin

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    stasera a Lanuvio (19 giugno) all'interno della festa della musica verrà presentato il libro " Musica per orologi molli" curata da Alessandro De Santis, all'interno il mio racconto -Gde Maya Lubimaya- ispirato all'omonima canzone russa di M. Tariverdiev.

    Pubblicato 15 anni fa #
  19. rindindin

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    Lo posto per vostri commenti!

    Ringrazio Juba e Iana, senza la loro amicizia non avrei potuto scrivere questo racconto..
    "Gde Maya Lubimaya" di Mikael Tariverdiev
    dal film russo "Ironia Sudby" ("Irony of Fate")

    [b]Gde Maya Lubimaya

    (Dov'è l'amore mio)

    Mi chiamo Juba, ho già cinquantadue anni, un marito, due figli e tre nipoti. Una vita passata in un paese a nord di Irkutsk, in Siberia. Una vita a fare l'insegnante di una piccola scuola elementare di provincia, che si poteva permettere il riscaldamento solo a giorni alterni.
    I bambini, con quelle sciarpe, cappelli buffi calzati fino agli occhi, le pelli diafane, i corpi magri, con quell'energia senza riserve, riempivano la mia esistenza. Trent'anni di insegnamento, senza nessuna interruzione, neanche per stare male. Lavoravo spesso sulle fiabe: metafore, vita, immagini fantastiche che insegnano a sperare. Un giorno se ne sarebbero andati da lì, avrebbero realizzato i loro sogni, avrebbero avuto una possibilità. Ogni mattina rinnovavo questa preghiera con la mia presenza. Sono discorsi già sentiti, lo so; la miseria dovrebbe commentarsi da sola. E invece bisogna riflettere. Quella maledetta idea di un mondo migliore, mi sta uccidendo.
    Guadagnavo l’equivalente di ottanta euro al mese; niente, se si considera che il costo del pane è più o meno uguale al vostro. Non c'è nessun rapporto umanamente comprensibile tra salario e costo della vita. Un lavoro ben pagato, era considerato quello di mio marito, impiegato in una fabbrica di ceramica, duecento euro al mese. L'affitto costava il doppio. La mia datrice di lavoro attuale, mi domanda incredula "Ma come è possibile, è un'assurdità… Come si fa a vivere con così poco?". Infatti non si vive, si muore di fame, si parte, cercando di ricominciare. Ma ricominciare cosa, a cinquantadue anni, con una vita già spesa e tutti i ricordi ben piantati nella testa?
    E' bello il mio paese, di una bellezza sconfinata, come le sue distese di ghiaccio, silenziose e raffinate. Tutto diventa elegante ricoperto dalla neve. Nasconde il reale, ti lascia vedere solo un immenso mondo bianco: è la visione ovattata della vita. Come nelle favole. Ma la Siberia non è solo questo. Ci sono bellissime chiese ortodosse, paesaggi struggenti, come il Lago Baikal, dove montagne imponenti si specchiano su una lastra gelata. E poi abbiamo l'aringa, tanta aringa con patate.
    Del lavoro di mio marito mi sono rimasti alcuni piatti e il disgusto di bere il caffè nel bicchiere di vetro. La fabbrica dove lavorava è stata chiusa e ricomprata dai cinesi, per farne non so bene che cosa. Le ceramiche sono andate in frantumi. "Perché è successo questo?", mi domanda ancora più ingenuamente la mia datrice di lavoro. Bah… La cattiva politica, un governo che ha speculato sulla povera gente. Non riesco a dire molto di più del destino del mio paese. Io sono una del popolo, mi son fidata, mi sono fatta manovrare e adesso ne pago le conseguenze. Tutto qui. "Un governo così andava abbattuto?" Ci abbiamo provato. Il governo nuovo, quello del liberismo, ha fatto peggio. Nessuno se l'aspettava. Ora tutti vanno via dal mio paese, malvolentieri, costretti dalla miseria. Noi tutti amiamo la nostra terra, anche se fa molto freddo; è ancora desolata, melodiosa e struggente. Se ci fosse stata la possibilità di rimanere, saremmo restati e l’avremmo salvata. Io forse non la rivedrò più. Del mio lavoro mi è rimasto il ricordo del sorriso dei bambini, che mi fa piangere la notte. E sono fortunata, mi continuo a ripetere. Ho trovato un lavoro alla mia età! Questo mi permette di aiutare i miei figli, di fargli mangiare la carne, di vestire e mandare a scuola i miei nipoti.

    Io e mio marito oggi viviamo in Italia, un paesino del Lazio, una vecchia cantina ristrutturata, di quelle dove si faceva il vino, senza luce. Abbiamo dovuto comprare un gruppo elettrogeno, perché il padrone di casa non pagava la corrente. Ho un gatto e non per amore, ma per mangiarsi i topi. La cantina è riscaldata da una stufa a gas. Quando leggo sul giornale al bar di qualcuno morto asfissiato, giro subito pagina e leggo la prima notizia che mi capita. Puzza da fare schifo. Però, è vero, sono fortunata. Paghiamo solo cinquanta euro al mese, io ne guadagno cento a settimana, mio marito un po' di più, perché lavora a ore in una carrozzeria; ci si può stare. Però non è vita, la mia. Sto lavorando per guadagnare dei soldi che neanche posso godermi, vivo come una zingara, faccio un mestiere diverso da quello per cui ho studiato e vissuto. Ma non è tanto questo che mi fa male, è l'orgoglio. Ho dei solchi profondi nell'anima. Non so più nemmeno chi sono. Mi giudico con gli occhi di chi mi osserva: una russa disperata, che capisce male l'italiano, disposta a tutto per soldi. Solo per questo ringrazio di non avere più vent'anni. Sono poche le mie connazionali che han fatto fortuna; spesso sono proprio russi come noi a fregarle. E’ sempre la miseria che guida la mano. E' umiliante.
    Non ho amici, i pochi russi che conosco sono da tenere alla larga, non ci si aiuta, se non per sopravvivere. Per la sistemazione iniziale, c'è una specie di comitato d'accoglienza segreto. Non abbiamo i documenti e non possiamo firmare nessun contratto d'affitto. Casa in nero, lavoro nero e umore nero. C'è gelosia tra di noi, anche se fingiamo di essere una grande famiglia. Ognuno difende la sua pozzanghera d’acqua sporca, occupata con fatica. Normale, ma pure difficile, almeno per me. Non considero che l’essere in miseria comporti l’essere miserabile. Sono una donna onesta. Dover cambiare a forza i propri atteggiamenti. Disconoscere la propria origine, rendersi simili agli italiani, modificare al più presto modo di vestirsi, di mangiare, le amicizie; tutto solo per sentirsi accettati. Io non sono così, non vorrei rassegnarmi.
    Avevo una vita prima, adesso non mi basta più neanche rivolgermi a Dio. Si, sono cattolica; in un paese che non ha niente, è giusto credere in qualcuno che abbia il potere di renderti giustizia, un giorno!. Però non mi aiuta, neanche Lui sa più chi sono. Mi manca la famiglia. E' difficile alzarsi alla mattina in un luogo sconosciuto ed astioso. Ancora peggio, avere la certezza di ritornarci la sera, per il resto della vita; la coscienza che nulla potrà modificarsi perché non deve.
    E' un meccanismo infernale: io guadagno, continuo a vivere con i miei ottanta euro al mese. Il resto deve tornare alla casa-madre. Si, lo faccio per loro, d’accordo, ma io, per me, sono già morta. Peso quarantacinque chili e sono ancora alta un metro e sessantacinque. Ho eliminato lo spreco anche nel cibo, ma non perché non possa permettermelo. E' un atto volontario, un gesto purificatore. Io creo il vuoto per sparire. Mio marito fa il contrario: mangia di tutto, anche il mio. Lui riempie il suo vuoto. Per un uomo penso che sia più difficile, per questo non ne parliamo mai. Lui fa e basta, non discute, comunque per lui è un'altra possibilità. Lui è più forte, e anche se mangia, leggo nei suoi occhi l'amarezza. E' seduto di fronte, dorme. Io non ci riesco più. Tra di noi esiste un mutismo che sa di rassegnazione e che si è pure ingoiato il nostro amore.
    Le poche feste di Natale ci sono servite per portare a casa ciò che ancora non abbiamo: il vostro inutile. Adesso torniamo in Italia. Vedo scorrere le immagini della mia terra dal finestrino del treno, dalla mitica transiberiana. Vado nel paese delle meraviglie senza essere Alice. Vado a fare le pulizie.

    Pubblicato 15 anni fa #
  20. tataka

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    Che bello. Fa riflettere.

    Pubblicato 15 anni fa #
  21. rindindin

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    ecco la canzone che ha ispirato il racconto...

    Get the Video Widget

    Pubblicato 15 anni fa #
  22. k

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    A me mi pare copiata da: "Fermati! / Per piacere non andartene!".

    Pubblicato 15 anni fa #
  23. rindindin

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    di chi?

    Pubblicato 15 anni fa #
  24. rindindin

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    sto provando a inserire un'immagine...ma non ci riesco!
    come avrà fatto Rizzo?
    comunque questo è stato il mio primo tentativo di romanzo breve, risale a 15 anni fa ed è sul -ilmiolibro- da circa un anno...

    Pubblicato 15 anni fa #
  25. rindindin

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  26. k

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    Un articoletto su Il Nuovo Territorio (23 giugno 2009)

    LATINA, L’UNIVERSITA’ E IL SENSO STORICO

    Dove c’è adesso la facoltà di Ingegneria, c’era una volta il Distretto militare e sul frontone – in alto – c’era scritto bello grosso: “Caserma G. Mameli”. Prima ancora però – prima che cadesse il fascismo – c’era scritto: “Caserma Camillo Baranj”, anche se lui in realtà si chiamava Barany con la y, e non con la j. Lui era un eroe fascista di Littoria, medaglia d’oro alla memoria della guerra d’Abissinia. Caduto il fascio, lo abbiamo scancellato e scritto “G. Mameli”, che come ognun vede è però più corto di “Camillo Baranj”, sicchè la scritta per tanti anni risultò più corta e un po’ sbilenca su quel frontone. Tutto questo naturalmente successe molto prima che nascessi e quindi – quando da ragazzino passavo là sotto – io ogni volta mi chiedevo: “Ma com’è che sta scritta l’hanno fatta storta?”
    Mo’ hanno risolto tutto: hanno cancellato pure Mameli. Dice: “Ci hanno rimesso Barany?”. Beato a te, ma che sei scemo? Dovevano restaurare l’edificio del Distretto perché era un po’ vecchio e malandato, e poi il distretto militare adesso non c’è più – non c’è più la naja, figurati i distretti – e l’hanno accorpato a Roma. Qui adesso ci abbiamo messo la facoltà di ingegneria della cosiddetta Università Pontina, che altro non è – come tutti sanno – che una succursale della Sapienza di Roma. Un’università di scorta. Dove ci sta un mare di professori “opzionati” o “incaricati”. Il giorno che mettono una cattedra a concorso, viene giù tutta Latina. Il terremoto. Oppure sbarcano gli Ufo. Tu pensa che c’è un corso di laurea chiamato proprio “Ingegneria Ambientale”. A Latina. Che è l’esempio vivente delle modifiche ambientali e degli interventi bonificatori dell’uomo sulla natura più avversa. Dice: “Be’, è pure giusto”. Ah, sì? Però lì non c’è un solo insegnamento, corso, o cattedra di storia del paesaggio agrario o urbano, o storia delle bonifiche e della bonifica pontina in particolare, o storia delle città di fondazione o di quello che ti pare a te, legato comunque a questa specifica modifica ambientale. Tu dimmi quindi che razza di “Ingegneria Ambientale” è questa, se ai neo-ingegneri “ambientali” che sforna, non gli ha fatto nemmeno studiare come s’era prodotto e modificato l’ambiente in cui essa stessa Università e i suoi studenti stanno. Ma che stai a ambienta’, allora: le lune di Plutone?
    Comunque abbiamo restaurato il Distretto per darlo all’università, e questo è un fatto. In realtà più che di un restauro si è trattato di un recupero – almeno negli interni – perché i soldi erano pochi e l’architetto se li è dovuti far bastare: ha salvato i materiali originari dove ha potuto, ma dove non ha potuto ci ha messo il cartongesso. Sulla scritta però dice: “Io non c’entro: l’avevano levata già prima”. Sarà stato qualche ufficio. Il dramma però è che le iscrizioni di un edificio sono parte integrante del monumento e, se tu le tocchi, tocchi l’autenticità e il valore storico del monumento stesso. I primi che dovrebbero saperlo, oltre tutto, sono proprio i post-aennini, che si incazzano ancora perché dopo il 25 luglio gli tolsero i fasci da tutti i muri: “La damnatio memoriae!”. Ma anche Cristo disse: “Non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te”.
    Loro invece – all’ex Distretto militare ora Ingegneria – hanno tolto tutte le iscrizioni che avevano campeggiato per anni sulla facciata principale. Hanno tolto la targa di marmo “Distretto” che stava a fianco all’ingresso e hanno tolto pure la scritta grossa sul frontone in cima al tetto “Caserma G. Mameli”, dando pure una bella ripulita alle tracce vecchie ma che ancora si vedevano, avanzate dal “Baranj”. Mo’ non c’è più niente. Tabula rasa. Tutto bello bianco. Dice: “Vabbe’, ma manco ci sta più il Distretto e se non c’è più né distretto e né caserma, perché ci dovrebbero lasciare scritto sopra: Distretto e Caserma? Mo’ c’è un’altra cosa”. Ho capito, ma manco al Pantheon a Roma non c’è più il Pantheon di Marco Vipsanio Agrippa. E allora tu che fai adesso: levi la scritta di Vipsanio Agrippa e ci metti quella di Alemanno e dei Savoia?
    Ma non è tutto: sui libri ufficiali dei postfasci di Latina – assessorato provinciale alla cultura in primis (o almeno ex) che ci ha messo i soldi e l’imprimatur – c’è scritto che progettista del Distretto (ora Ingegneria) sarebbe stato l’architetto Ernesto Caldarelli, che avrebbe progettato anche la Questura e l’Istituto tecnico commerciale “Vittorio Veneto”. Ora sul Vittorio Veneto non ci sono dubbi: questo sì lo ha progettato proprio l’architetto Caldarelli, ma – sul piano estetico – chiunque ci passi davanti si rende conto che tra lui e i primi due c’è un abisso. Mentre il Vittorio Veneto è difatti ampolloso, pesante e retorico, il Distretto e soprattutto la Questura sono di un’altra consistenza estetica, con leggerezza di forme e assoluta purezza di disegno. E difatti non sono opere dell’architetto Caldarelli bensì di un altro, e cioè dell’ingegnere Olindo Ricci, come appurò Annibale Folchi in suo libro del 1995 (Littoria. Storia di una provincia, pp. 285-288), dopo avere consultato i relativi documenti d’archivio. Ergo, nel caso che a un qualunque studente di ingegneria a Latina venga comunque e per conto suo la voglia di andarsi a studiare un po’ di storia della città e della sua fondazione, quello che imparerebbe dai testi ufficial-cittadini di riferimento è che la sua attuale facoltà di ingegneria – benché si tratti in realtà di un ottimo prodotto di architettura dell’ottimo ingegnere e suo collega Olindo Ricci – è invece opera di un architetto, ossia Caldarelli. E se lo interrogano all’esame ci giura pure sopra. Dice: “Vabbe’, ma che ti frega a te? So’ affari del Preside”. Vero. Però su quei muri – insieme alle lapidi dell’ingresso e alle iscrizioni sul frontone sia vecchie che nuove – stava scritta non solo la storia intera dell’edificio, ma quella delle varie fasi che ha attraversato la città, damnatio memoriae compresa. Mo’ tu ne hai fatta una carta bianca – non c’è più niente – e tra qualche anno, quando saremo morti anche gli ultimi che andavamo lì, a farci controfirmare le licenze dall’ufficiale di picchetto, nessuno saprà mai che lì dentro c’era una volta il distretto militare e, dentro le aule in cui adesso formi i nuovi ingegneri, c’erano le camerate con le brande in cui dormivano i soldati e, la notte, piovevano anche i gavettoni sulle reclute. Di fianco però – sulla facciata verso l’ex campo profughi – con le lettere di marmo a mezza altezza sulla cortina di mattoni, ora hanno scritto di bel nuovo: “Facoltà di Ingegneria”. Hanno usato i caratteri d’epoca – fasci, diciamo – in giusto tono con il monumento e così, tra qualche anno, chiunque passerà di lì non potrà non essere indotto a pensare che a Latina la facoltà di Ingegneria, ed esattamente in quel posto, ce l’aveva già messa il Duce appena fondata Littoria. A meno che non pensi – visto come insegniamo ai giovani la storia – che tutta Latina, insieme a ingegneria, sia stata fondata l’altro giorno da Silvio Berlusconi e dal sindaco Zaccheo.
    Negli ultimi mesi, infine, a Latina-Littoria abbiamo rimesso a posto anche il centralissimo edificio costruito nel 1934 dalla Riunione Adriatica di Sicurtà – una compagnia assicuratrice – sulla piazza della Prefettura. Era un bell’edificio anche questo, giocato sul contrasto tra intonaci e cortine di mattoni. Sulle facciate c’era giustamente anche qui, come usava allora e come è rimasta per oltre settant’anni, un’altra bella scritta con le lettere grosse di marmo, destinate a ricordare a tutti – ai vivi e contemporanei, ma pure ai posteri – l’evergetica compagnia: “Riunione Adriatica di Sicurtà”, appunto. Che pure lì, quando ci passavo sotto da ragazzino, non facevo che chiedermi: “Ma che vuol dire?”. Comunque adesso le hanno levate anche lì, e le scritte non ci sono più. Pare che la Riunione Adriatica di Sicurtà abbia man mano venduto tutti gli appartamenti – non sono più i suoi – e quindi loro hanno levato anche la scritta: “Il padrone so’ io adesso”. E il comune non gli ha detto niente. Dice: “Ma a Latina non c’è una Soprintendenza?”. Sì, la Soprintendenza. Ma beato a te e le Soprintendenze. Aspetta che arrivi a Roma qualcuno di Latina, e vedrai se non siamo davvero capaci di andare a levare Marco Vipsanio Agrippa da là sopra: “Mica è più tuo st’appartamento”.

    (a.p.)

    Pubblicato 15 anni fa #
  27. urbano

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    Beh, l'idea di una cathedra ad honorem non mi pare da buttar via.
    Sarebbe un modo riconoscente di stabilire un terreno di confronto e ricerca.
    Bisognerebbe provare a vedere cosa ne pensa il senato di "Un’università di scorta" e quel " mare di professori “opzionati” o “incaricati” ".

    Anche se apparentemente marginale:“Non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te” lo dice il clero che ha determinato a fondo la nostra cultura , Cristo diceva “Fai agli altri ciò vorresti gli altri facessero a te”.
    Che insomma sarebbe molto meglio.

    Pubblicato 15 anni fa #
  28. k

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    No Urba', Cristo dice "Non fare agli altri eccetera eccetera" e poi dice anche: "Ama gli altri come te stesso". Ma è "Non fare..." Urba', non come dici tu. (Dice: "E la citazione precisa?". Ecco Urba', proprio perché io mi sono stufato di lavorare gratis al posto di quelli pagati apposta per farlo come quelli dell'università, non mi posso mettere a perdere le ore per cercare sui Vangeli la citazione precisa, per la bella faccia di un ternano del cazzo che mi viene qua a pigliàpelculo. Paga e te la cerco. Pagare soldi vedere cammello, ha detto pure Lotito alla Juve che voleva Pandev gratis.) (Però quella della cattedra è bella. Sai davvero come sono contenti quelli dell'università? Quasi quanto l'ordine degli architetti, tante volte trovassi chi ad honorem mi dà la laurea. Tu sei il primo, che si va a suicidà al canale dell'acque medie. Con un eucalipto al collo.)

    Pubblicato 15 anni fa #
  29. urbano

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    Causare l'onorevole laurea spetterebbe ad altri, certamente non alla facoltà di architettura.
    Comunque
    visto che è facile per il cammello passare per la cruna ti risparmio tempo e fatica
    la questione viene detta "la regola d'oro"
    Matteo 7, 12
    Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.
    e pure
    Luca 6, 31
    Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

    Diciamo che è una esortazione di positività.
    Non un divieto.
    Fa la sua differenza.

    Pubblicato 15 anni fa #
  30. rindindin

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    Membro

    dipende da cosa vuoi farti fare...

    Pubblicato 15 anni fa #

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