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Politiche pontine

(366 articoli)
  1. zero71

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    arinonvediamolora...

    Pubblicato 9 mesi fa #
  2. A.

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    IL CASO
    Latina, nuovo atto di omofobia
    Aggressione improvvisa al ristorante
    Protagonisti due ragazzi rumeni. Prima gli insulti, poi i pugni in mezzo alle persone a cena. Che, dopo attimi di smarrimento, sono intervenute
    di MARCO PASQUA
    Insultato e picchiato da una coppia di ragazzini rumeni, presumibilmente minorenni, che lo ha aggredito ieri sera in strada, a Latina. Una violenza che ha procurato a Giovanni Gioia, questo il nome della vittima dell'ennesimo caso di omofobia, una frattura al dente, oltre ad escoriazioni e ad una contusione allo zigomo. Ma gli aggressori potrebbero avere le ore contate: il ragazzo ha, infatti, intenzione di sporgere denuncia, mentre la polizia del capoluogo pontino gli mostrerà a breve le foto segnaletiche di alcuni giovani con precedenti penali, tra i quali ci potrebbero essere anche i due rumeni (già riconosciuti da una persona che ha assistito all'aggressione).

    "Mi trovavo in piazza del Popolo, intorno alle 21.30, con una coppia di amici - racconta Giovanni, 26 anni, truccatore e Drag Queen - Dopo aver preso un caffè al bar, abbiamo iniziato ad incamminarci verso una pizzeria, che si trova nei pressi della chiesa di Santa Maria Goretti". E' allora che i tre vengono individuati e presi di mira dai due rumeni, molto giovani, sui 17/18 anni di età: "Non stavamo facendo nulla di particolare, io non ero neanche vestito in maniera appariscente. All'improvviso e senza alcun motivo, hanno raccolto delle pietre, e me le hanno tirate contro, urlando insulti come 'frocio' e 'ricchione di merda'". Giovanni decide, insieme agli amici, di non reagire, anche perché in quel preciso momento si trovavano in una zona abbastanza buia, e senza attività commerciali: "Abbiamo accelerato il passo, fino a non vederli più. A quel punto iniziamo a credere che la cosa sia finita là". Pochi minuti dopo, raggiungono la pizzeria dove avevano programmato di passare la serata. "Ci siamo seduti fuori, in mezzo alla gente, e la cameriera è venuta a prendere le nostre ordinazioni", racconta Giovanni . E' una questione di minuti. I rumeni li hanno visti seduti, forse li hanno anche seguiti. Uno dei due si avvicina a Giovanni e lo assale alle spalle, dandogli un pugno in faccia e stordendolo. "Me ne ha anche sferrato un secondo - spiega la vittima - ma sono riuscito ad evitarlo. Sono caduto all'indietro, ma per fortuna la gente, a quel punto, si è alzata e ha cercato di bloccare i rumeni". I due, però, riescono a fuggire, anche se tra i presenti qualcuno ha riferito di averne riconosciuto uno. "Il mio amico ha chiamato la polizia e un'ambulanza - racconta Giovanni, che è ancora dolorante - Gli agenti mi hanno invitato a recarmi oggi in commissariato, a visionare delle foto di ragazzi che frequentano la piazza e che hanno precedenti penali". Giovanni ha comunque intenzione di sporgere denuncia, e valuterà, una volta individuati i due ragazzi, se procedere con una causa civile di risarcimento danni. Medicato dal personale sanitario, la prognosi, di cinque giorni, parla di una "contusione alla regione zigomatica sinistra, escoriazione muscosa labiale superiore, dolorabilità ai muscoli del collo, piccola frattura all'incisivo destro".

    A raccogliere la segnalazione, ieri sera, è stato Andrea Berardicurti, segretario politico del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, che ha attivato la Rainbow Line (800/110611), per assistere le vittime di casi di omofobia: "Gran parte delle segnalazioni che ci arrivano - spiega - provengono dalle province. E non parlo solo di casi di violenza, come questo, ma anche di discriminazioni". Relativamente all'aggressione di ieri, Berardicurti dice che si tratta di una dinamica "consolidata": "Ad agire è spesso il branco, comunque almeno due persone, che si sentono più forti. L'età non conta, è il gruppo a renderli così aggressivi". "Giovanni è stato bravo, perché non ha risposto alle provocazioni: i tre si trovavano in una zona buia, e se lo avessero fatto, probabilmente le cose sarebbero andate peggio". L'importante, osserva il segretario del Mieli, è "sporgere denuncia, sempre, anche quando viene presentata contro ignoti: è l'unico modo per far venire a galla questi casi di omofobia e perseguire i responsabili delle violenze".

    (Repubblica on line -07 agosto 2011)

    Pubblicato 9 mesi fa #
  3. k

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    Mercoledì 24 agosto 2011 è uscito su LatinaOggi il seguente articoletto sul minacciato abbattimento del pontile a mare della ex centrale nucleare:

    a.p.
    PORTI, PONTI E PONTILI

    Parlare del pontile della centrale nucleare come di un ecomostro è da ecoimbecilli o, quanto meno, da eco-analfabeti. Qualcuno mi può spiegare, per esempio, perché allora non bonifichiamo e buttiamo giù pure i ruderi del porto romano, il ponte e la mole stessa di Torre Astura? Che li fatti il mare quelli là, o li ha fatti mano umana? Dice: “Vabbe’, ma che c’entra, quello è storico”. E perché, il pontile mio che è, matematico? Sono cinquant’anni che quel pontile sta là e più di tre generazioni di latinensi sono venute al mondo, si sono fatte ragazzini, hanno giocato col secchiello e la paletta sulla spiaggia, poi sono cresciuti, hanno corteggiato le ragazze, ci si sono sposati, hanno fatto i figli e ci hanno portato i figli loro a giocare con paletta e secchiello, e poi li hanno visti andare appresso alle ragazze eccetera eccetera, sempre con quel segno forte di quel pontile nel loro immaginario. Io ci ho imparato a nuotare lì, nel 1964, quando Pino Maggiore e Federico Fauttilli mi ci buttarono dal colmo. E tu adesso arrivi e decidi di resettare tutti i ricordi di almeno tre generazioni? Ma vaffallippa va’, ma che idea hai – tu – del senso d’identità e d’appartenza che lega un determinato popolo ad un determinato posto? Se ogni generazione arriva e cancella tutti i segni che hanno lasciato le altre, tu sei destinato ad essere un popolo schizofrenico a vita, un a-popolo.
    Dice: “Vabbe’, ma per la Sogeni è fatiscente”. E che me ne frega a me? Male che va, lascialo crollare. Crollerà a poco a poco, un pezzo oggi e un pezzo domani, e man mano io mi abituo, si abituano le generazioni e resteranno gli scogli, ci faranno i nidi i pesci, e i nostri giovani ci andranno a tuffarsi e ad amoreggiare. In ogni caso quel “segno” potente – il segno che ha accompagnato la nostra crescita, il benessere, il nostro stesso diventare “città” – pur modificandosi gradualmente, come peraltro ci modifichiamo noi, resterà rassicurante nel nostro immaginario, compreso quello magico ed onirico. Trovatemi un solo latinense che non lo abbia sognato almeno una volta in vita sua.
    E poi non ho capito: fin che ci dovevano guadagnare con quel pontile, ci hanno guadagnato; e mo’ non vogliono pagare la manutenzione? Paga e stai zitto, anche perché secondo me i giochi non sono affatto chiari. Siamo sicuri per esempio che quel pontile non serva davvero più? Chi ci dice che da qui a qualche anno – quando davvero si sarà arrivati al nucleare pulito, quello della quarta generazione, o alla fusione fredda o a quella calda del nucleo – quel pontile non ci serva ancora? O forse conviene di più – per le logiche perverse dei meccanismi di spesa italiani – spendere una barca di soldi adesso per buttarlo giù, e un’altra barca di soldi ancora più grossa dopo, per rifarlo di nuovo? Valla a capire tu, la politica italiana.
    Due parole però anche sulla foce di Rio Martino: ma che cos’è questa storia che adesso volete buttare giù i moli dritti di Rio Martino e farli rotondi? Ma che vi dice la capoccia? Ma una soprintendenza a Latina non ci sta, non ci stanno dei giudici che vadano a chiederle conto? La questione non sta difatti solo negli abbondanti resti d’età romana che ci sono lì intorno, ma proprio nei moli dritti. Quelli sono stati fatti durante la bonifica, sono i nostri Monumenta, li hanno fatti i nostri padri e noi tutti, da ragazzini, abbiamo fatto il bagno attorno a quegli scogli. Io ci sono andato in colonia con i preti a partire dal 1954. E mo’ tu adesso arrivi e me li butti giù? Ma per forza qui deve continuare ad aggirarsi Noli in questa sua smania – grande, grosso, piccolo, quello che sia sia – smania di voler lasciare per forza un almeno canino suo tangibile segno?
    Qualcuno inoltre è in grado di spiegarmi perché a Sabaudia, pur di dare in quel posto a Rizzardi, non si può assolutamente toccare un presunto manufatto del Settecento – sicuramente rifatto dopo la seconda guerra mondiale – e a Rio Martino, invece, i moli dritti miei della bonifica si possono mandare a puttane come se niente fosse? Dice: “Vabbe’, ma ci debbono passare le barche”. E perché, Rizzardi che cosa ci voleva far passare, i carri armati? Poi dice che uno cambia città: “Ma andatevene al circo Togni, va’!”. A fa’ i pagliacci.

    Pubblicato 8 mesi fa #
  4. zaphod

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    Fondatore

    i lavori di abbattimento del pontile sono iniziati una settimana fa.

    Pubblicato 8 mesi fa #
  5. Pubblicità

    Posted 8 mesi ago
  6. lulla

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    Ecco perchè avevo citato una volta, non mi ricordo dove, il manifesto del terzo paesaggio del filosofo paesaggista Gilles Clement che inizia con questa frase:
    "Istruire lo spirito del non fare così come si istruisce lo spirito del fare." Non conosco il molo della centrale, ma ormai, mi immagino, anzi sono sicura, è vita. Lui fa parte del paesaggio, è stato ed è ancora lo scenario nel teatro della vostra esistenza. Ha raccolto intorno a se le emozioni di tre generazioni. Da quando è stato costruito, creando un vero squasso ecologico, si è trasformato, è entrato, da materiale inerte, un poco al volta nel ciclo biologico, ha creato vite. Chissà cosa c'è (o meglio c'era, da quanto dice Zafod) attaccato ai suoi piloni. Un'idea geniale sarebbe stata quella del Kapo: lasciarlo andare per la sua strada, ripreso e trasformato dal mare in qualche cosa d'altro. Abbandonarlo. Lasciarlo alla riconquista della natura, agli "altri". La sua distruzione, ora, sarà un altro atto di morte. Il solito peccato originale e mortale degli uomini: pensare che quello che non serve immediatamente a loro sia inutile e vada eliminato. Fan culo!

    Pubblicato 8 mesi fa #
  7. A.

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    Cosi nasce la quinta mafia
    di Antonio Turri
    Narcomafie mensile fondato da don Luigi Ciotti

    Un mix complesso e variegato di mafie tradizionali, colletti bianchi e delinquenti locali. Boss in grado di reinvestire il denaro di Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta. Nel Lazio si è radicata una ”quinta mafia”, pronta a trasformarsi da soggetto dell’anti-stato a soggetto collaborante, grazie a figure deviate della politica e della pubblica amministrazione.

    Nessuno sembra crederlo, ma alcuni tra gli emergenti signori delle mafie, che abbondano di denaro, reinvestendo nel ciclo del cemento, nella gestione illegale dei rifiuti o in altre redditizie attività economiche, formalmente legali, è gente de noantri.
    Costoro stabiliscono se impegnarsi direttamente o farsi rappresentare nelle amministrazioni comunali, provinciali, nella Regione, nel Parlamento e nei luoghi dove si decide il destino dei più.
    Tutti presenti nella Capitale. Puoi notare i mafiosi di “casa nostra” indaffarati e sorridenti in via Veneto a Roma, nella piazza del comune di Latina, nelle zone antistanti i porti di Anzio e Nettuno, nelle vie del centro di Fondi, nelle piazze di Sabaudia, di San Felice Circeo, di Terracina, di Formia, di Ostia, di Civitavecchia o di Cassino, intenti a decidere le strategie economiche e politiche finalizzate, sempre e comunque, al denaro e al potere.
    I capi di questa quinta mafia sono nostri corregionali, nati a Roma o nei centri del Lazio o da moltissimi anni qui residenti, hanno appreso e messo in pratica, negli anni, le strategie e i metodi dei vecchi boss, giunti sulle terre degli antichi Latini sin dagli anni 70, chi al soggiorno obbligato, chi per fungere da ambasciatore delle cosche, come Frank Coppola e Pippo Calò, solo per citare i due più famosi.
    La quinta mafia è un mix esplosivo composto da colletti bianchi, faccendieri della politica, delinquenti comuni in carriera ed elementi di spicco delle mafie “tradizionali” che, da anni, sono presenti e operanti a Roma e nel Lazio.
    I boss di casa nostra sono specialisti nel reinvestire a Roma, e da qui nel resto d’Italia, i capitali sporchi delle famiglie della camorra, della mafia e della ’ndrangheta e quelli di provenienza autoctona.
    Le cosche laziali, con i cospicui capitali accumulati, hanno cementificato, sin dai primi anni 70, parte del litorale laziale facendo spuntare come funghi centinaia di centri commerciali in molte città della Regione.
    Per avere un’idea di cosa sia successo basta percorrere le strade litoranee che, subito dopo il fiume Garigliano, da Marina di Minturno, passando per Sperlonga, Fondi, il lido di Lavinio, Torvaianica, Ostia, giungono a Civitavecchia o che dal confine con la Campania risalgono nel Cassinate e in gran parte della provincia di Frosinone.
    Per comprendere come sia possibile realizzare grattacieli e centri commerciali che rimangono vuoti, è sufficiente fare un giro all’interno delle città che costeggiano la strada Pontina, da Latina ad Aprilia a Pomezia sino al quartiere Spinaceto, alle porte di Roma.
    Al momento, ad eccezione di Libera e di poche altre realtà associative, nessuno chiede di risalire all’origine dei capitali impiegati per costruire decine di migliaia di immobili rimasti invenduti.
    Fondi è solo la punta dell’iceberg. Ad oggi, nonostante la domanda sia inesistente, si continua a costruire e la magistratura locale si confronta con episodi strabilianti come quello di un pensionato a basso reddito di Casal di Principe ed una anziana signora di Aprilia (Lt) che acquistano, con alcuni milioni di euro, le quote societarie di un grattacielo in pieno centro a Latina.
    C’era da aspettarselo. Le mafie come il cancro tendono ad invadere tessuti sani, sviluppando metastasi.
    Roma e il Lazio, in particolare il sud della regione, non dovevano avere come fronte contro la penetrazione dei “clan” il solo confine rappresentato dal fiume Garigliano: parte consistente di questi territori restano presidiati da poche decine di carabinieri e poliziotti e sono amministrati da “pezzi” della politica che negano tuttora l’emergenza mafie.
    In queste aree, esponenti della politica e dell’imprenditoria locale sono collusi con le cosche o ne sono parte costituente e hanno fatto della corruzione e del voto di scambio una sorta di modus operandi perpetuo e impunito. I casi eclatanti che hanno riguardato le note vicende di Nettuno e Fondi sono solo la punta dell’iceberg.
    L’ascesa dei boss senza lupara. Le mafie autoctone laziali e quelle d’importazione, forti della capacità corruttrice dovuta alle ingenti quantità di ricchezze accumulate mediante il traffico degli stupefacenti, la tratta degli esseri umani, lo sviluppo della pratica dell’usura, della gestione del gioco d’azzardo e del riciclaggio del denaro sporco, hanno ben compreso come qualunque strategia di consolidamento criminale non poteva non passare per il centro politico ed economico del Paese: Roma. I boss senza coppola e lupara hanno sviluppato le loro innumerevoli attività criminali e di riciclaggio del denaro sporco nel nord d’Italia e in importanti Paesi europei ed extraeuropei, favorendo anche in altre realtà territoriali la nascita e lo sviluppo di mafie autoctone, capaci di collaborare con le mafie “storiche” e con le mafie straniere, in particolare con quella cinese e quella emergente russa.
    È stato il caso, ad esempio, del supporto e della collaborazione, mai negata da alcuno dei clan mafiosi del sud d’Italia alla banda della Magliana e al loro cassiere Enrico Nicoletti (cfr. articolo pag. 28).
    La mafia sottovalutata. Solo per citare un esempio recentissimo, tra i molti, si pensi al caso rivelatore del rapporto tra ’ndrangheta, triade cinese e quinta mafia che ha riguardato, in questi ultimi mesi, il traffico di merce contraffatta che, sbarcando nel porto di Gioia Tauro, invade i mercati d’Italia.
    Il 21 dicembre scorso, i Carabinieri di Reggio Calabria hanno arrestato 27 presunti esponenti della criminalità organizzata che controllavano importanti attività commerciali nel porto di Gioia Tauro (cfr articolo pag.8). Gli indagati sono accusati di associazione mafiosa, ma anche di importazione di ingenti quantità di prodotti cinesi con la complicità di società di import-export. Sono stati nel corso dell’operazione di polizia rinvenuti e sequestrati numerosi container di merce contraffatta, il cui valore ammonta a decine di milioni di euro. La Dda di Reggio Calabria ha appurato che i proventi del traffico venivano riciclati in strutture immobiliari e attività alberghiere da società con sede a Sesto Fiorentino (Firenze) e da altre il cui patrimonio consiste, tra l’altro, in quote sociali della struttura alberghiera “Villa Vecchia” di Monte Porzio Catone in provincia di Roma, intestata alla “Ita srl” (Investimenti turistici alberghieri) che ha sede a Colleferro, sempre in provincia di Roma. Altri beni sequestrati sono riconducibili alle società “Virgiglio Project srl” e “Virgilio Receptivity srl”, entrambe con sede legale a Monte Porzio Catone (Roma). Il valore degli immobili sequestrati è stato valutato in circa 50 milioni di euro. Tra le persone arrestate dai Ros di Reggio Calabria figurano “personaggi” calabresi riconducibili alle cosche Molè e Piromalli, due cinesi, due romani e un cittadino di Segni (Roma). Nella vicenda è rimasto coinvolto un personaggio iscritto alla loggia massonica P2… come dire altro genere di coppole.
    Il tutto a dimostrazione di come il crimine organizzato non ha barriere di tipo campanilistico e che rende di più alle mafie, comprese le autoctone, investire i proventi dei traffici illeciti in alberghi a Roma e nel Lazio o in Toscana, in Emilia Romagna e Lombardia piuttosto che a Polistena o Rosarno e che i vecchi concetti di cosche di tipo familiare sono in via di superamento.
    Questa è la quinta mafia, negata o sottovalutata, anche sui territori della capitale, ma capace e spietata, come ha dimostrato l’esito del recente processo “Anni Novanta” al ramo laziale dei casalesi e della mafia pontina conclusosi di recente, innanzi la Corte d’assise del tribunale di Latina e che è costato l’ergastolo a boss locali e alla primula rossa della camorra casertana Michele Zagaria (vedi box pag. 23).
    L’ala militare della quinta mafia dai primi anni 80 si è resa responsabile di decine e decine di omicidi consumati tra Minturno e Roma, di centinaia di attentati incendiari e dinamitardi commessi per controllare il territorio, per facilitare i propri traffici criminali, per ridurre all’impotenza o convincere alla collaborazione la delinquenza comune locale.
    Già Schiavone parlò. Questa tesi, oltre ai primi riscontri investigativi e processuali, è stata avvalorata, sin dal 1996, dal pentito Carmine Schiavone, ex cassiere del clan dei casalesi, che svelò i rapporti tra cosche campane, calabresi e criminalità politica ed economica locale nel settore dello smaltimento dei rifiuti tossici, nel settore degli appalti pubblici, nel ciclo del cemento e nel controllo del traffico degli stupefacenti.
    Sempre Carmine Schiavone confessò che i clan tenevano a registro paga, sin dagli anni 80, da Minturno a Sabaudia e da qui a Roma, ben 60 “soldati”, pagati 3 milioni al mese ciascuno per controllare questa vasta area del Lazio.
    Tra gli omicidi eccellenti commessi da quei soldati di mafia, seppur nessun processo è mai stato avviato, è da annoverare quello di don Cesare Boschin, parroco di un piccolo borgo a metà strada tra Roma e Latina, avvenuto nella notte tra il 29 marzo e il 30 marzo 1995 (cfr box pg. 20).
    Don Boschin, a difesa del suo popolo, si era opposto a che i rifiuti tossici venissero interrati nella discarica comunale. Dopo l’omicidio, come è solito avvenire nelle vicende di mafia, si gettò una valanga di fango sulla figura e sulla vita di don Cesare. Oggi per quel fatto di sangue Libera chiede verità e giustizia.
    E che all’epoca fossero stati interrati rifiuti tossici in quantità industriale, lo dimostra il rinvenimento di innumerevoli sacchi contenenti residui metallici delle vecchie monete da cinquecento lire, avvenuto nel 2003 in un terreno confiscato alla camorra. Il terreno è ubicato tra i Comuni di Cisterna di Latina e Nettuno ed è attualmente in uso ad una cooperativa sociale aderente a Libera.
    Anche per questo crimine ambientale, consumato alle porte della Capitale e rimasto privo di colpevoli, nessuno si è mai chiesto come queste monete da smaltire, contenenti nichel, siano potute uscire dal controllo della Banca d’Italia e finire nelle discariche abusive della mafia.
    Da Fondi ai Parioli. Molti esponenti politici mostrano meraviglia del sequestro e della confisca di beni immobili di prestigio nel centro di Roma, come nel caso del Café de Paris e non del fatto che solo nell’ultimo anno sono stati sequestrati ai clan autoctoni e d’importazione nel Lazio beni immobili per oltre 300 milioni di euro. Cifra quest’ultima lontanissima dall’effettiva consistenza degli investimenti dei boss nella Capitale e nel resto della Regione.
    Pochissimi sembrano dare la giusta lettura ai fatti acclarati dalla magistratura antimafia del Lazio nelle vicende criminali riguardanti i comuni di Nettuno e Fondi, dove la stragrande maggioranza delle persone rimaste coinvolte in vicende di mafia sono cittadini nati e residenti da sempre nella regione Lazio o comunque qui attivi da decine di anni. Costoro, nei fatti contestati, non hanno mai ricoperto ruoli secondari. Così come, il ruolo della politica o, meglio, di certa politica non è risultato mai ininfluente nel favorire l’attecchimento dei metodi mafiosi anche nella gestione della cosa pubblica. A tal proposito è utile ricordare che nelle ultime settimane la magistratura ha reso definitiva la confisca di beni immobili per decine di milioni di euro operata dagli uomini della Polizia di Stato ad una joint venture criminale composta da esponenti di note ’ndrine calabresi impiantate da anni a Fondi e da imprenditori locali, dediti da anni, secondo le contestazioni mosse dalla Dda e dalla Dia di Roma, a praticare l’arte criminale dell’usura e, secondo la commissione d’accesso disposta dal prefetto di Latina, a condizionare per mafia quell’amministrazione comunale. Tra i beni confiscati al sodalizio spicca una villa nel quartiere Parioli a Roma. Una zona esclusiva dove è difficile operare acquisti, stante l’elevato costo degli immobili, anche per Stati esteri in cerca di sedi dove ubicare le loro ambasciate.
    Senza alcuna enfasi, ma con rammarico, è necessario rammentare che nel caso dello scioglimento del comune di Nettuno o in quello richiesto dal ministro dell’Interno Maroni per il comune di Fondi, negato senza giustificazione alcuna dal Governo, tra i protagonisti arrestati o comunque rimasti coinvolti, spiccano con ruolo preminente e con elevata caratura criminale personaggi nati a Fondi, a Roma, a Nettuno e a Velletri e che i sodali appartenenti ai clan della ’ndrangheta o della camorra, risiedono almeno da un ventennio in quei centri.
    Se l’anti-stato collabora con pezzi di stato. Nelle terre dove sbarcò Enea, si sperimenta l’ennesima trasformazione delle mafie da soggetto dell’anti-stato a soggetto collaborante e inclusivo di pezzi deviati della politica e della pubblica amministrazione.
    Nel Lazio la battaglia per contenere lo sviluppo delle mafie è in corso. Si confrontano donne e uomini dello Stato che non fanno sconto ad alcuno, come l’ex Prefetto di Latina Bruno Frattasi, di recente trasferito a nuovo incarico, poliziotti, carabinieri e i magistrati della Dda di Roma che spesso pagano un prezzo altissimo.
    Ma questo non è sufficiente. Manca l’impegno della politica ed è carente quello dei cittadini.
    Libera insieme ad altre associazioni di ispirazione laica e cattolica, ai sindacati, con cui ha recentemente firmato un protocollo d’intesa e con le tante scuole con cui collabora nel Lazio, pur cosciente delle difficoltà e delle inadeguatezze, ritiene che la sola azione di denuncia e di approfondimento della conoscenza del fenomeno mafioso in questa terra, così strategica per il Paese, non sia sufficiente ed è impegnata a favorire tutte le iniziative sui progetti di educazione alla cittadinanza responsabile, perché il coraggio di esserci non venga meno.
    Con umiltà ma con forza si chiede alla politica, che ha a cuore il bene della polis, di coniugare l’abusato termine legalità con quello di giustizia e di diritti e di fare appieno la parte che le compete.

    Antonio Turri

    Pubblicato 4 mesi fa #

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