Anonima scrittori

Forum Anonimascrittori » Anonima Scrittori » Una comunità aperta

Cosa hai letto ieri

(1417 articoli)
  • Avviato 15 anni fa da Faust Cornelius Mob
  • Ultima replica da parte di big one
  1. Un topic storico, quello delle nostre recensioni di libri, come non riportarlo qua?

    Pubblicato 15 anni fa #
  2. Chiaro che, a differenza del passato, le migliori recensioni - di film, di libri, di cd o di fumetti - verranno riportati dal Forum al sito. Quindi coraggio anonimi. Il meglio, data la nuova formula del sito, deve ancora venire.

    Pubblicato 15 anni fa #
  3. k

    offline
    Membro

    "L'OTTAVA VIBRAZIONE" DI CARLO LUCARELLI.
    NON ME NE AVEVANO PARLATO IN MANIERA ENTUSIASMANTE E C'E' QUALCHE STRIDìO NELLE CONSECUTIO TEMPORUM. LUI NELLA NOTA FINALE MOTIVA QUESTO ALTERNARSI DEL TEMPO STORICO CON IL TEMPO DELLA NARRAZIONE COME PRECISA SCELTA (BELLA COMUNQUE, ED ONESTA, LA NOTA FINALE "LA FORTUNA DEGLI SCRITTORI", IN CUI LUCARELLI DA' CONTO ANCHE DELLE FONTI, INTUIZIONI E MECCANISMI VARI DELLA COMPOSIZIONE), RESTA PERO' CHE A VOLTE LO STRIDìO SI SENTA. C'E' A PARERE MIO - NONOSTANTE APPUNTO L'INDUBBIO ED ACCURATO LAVORO SULLE FONTI - ANCHE QUALCHE ACRONISMO E QUALCHE SVELTEZZA DI TROPPO NELLA VEROSIMIGLIANZA DI ALCUNE CONCATENAZIONI. RESTA PERO' CHE NELLA LETTERATURA "DI GENERE" QUESTE COSE SIANO ASSOLUTAMENTE DI PRAMMATICA - ANZI, SIANO PRESSANTI E CONNOTATIVE - MENTRE NEL LIBRO DI LUCARELLI COSTITUISCONO SOLO UN'ECCEZIONE. E' LETTERATURA DI GENERE, RIPETO, MA ASSOLUTAMENTE ONESTA E DI BUONA QUALITA'. LA MACCHINA NARRATIVA C'E' E SI FA SEGUIRE. ALCUNE SOLUZIONI SONO POI NIENT'AFFATTO SCONTATE E MOLTO INTERESSANTI.
    CI SONO, INFINE, ANCHE PAGINE DI VERA LETTERATURA: QUELLE SULLA BATTAGLIA DI ADUA PER ESEMPIO, CON LE SCENE DEI GUERRIERI ABISSINI CHE COME UN'ONDA NERA SI RIVERSANO COPRENDO LA COLLINA, SONO MOLTO BELLE E DI GRANDE FORZA VISIVA. E' POESIA EPICA, E SOPRATTUTTO DI MASSA E CORALE.

    (ZAPH, DI' A MR.WHY CHE SE E' IN QUALCHE MODO E ANCHE LONTANISSIMAMENTE GRADITA LA MIA PRESENZA QUI SOPRA, BISOGNA ASSOLUTAMENTE INGRANDIRE I CARATTERI. LUI NON MI PUO' FAR CIECARE. PER SCRIVERE STE QUATTRO RIGHE MI SONO DOVUTO INCOLLARE AL VIDEO E M'E' VENUTA PURE LA CERVICALE VE POSSIN'AMMAZZA'. ECCHECCAZZO, MA CHE LE PAGA LUI DI TASCA SUA LE LETTERE? MI PARE UN AMICO MIO (ANZI, EX AMICO) ARCHITETTO, CHE MI DOVEVO PORTARE DA CASA MIA I FOGLI DI CARTA E LE MATITE. SE GLI DICEVO "METTI UN FOGLIO NUOVO", SI SENTIVA MALE, VAFFANBIDDI.
    UN'ALTRA COSA: IN UN SITO DI SCRITTORI, DIGLI CHE CI DEV'ESSERE PER FORZA LA POSSIBILITA' DI SCRIVERE ANCHE IN CORSIVO. IO MI SONO ROTTO DI METTERE I TITOLI DEI LIBRI IN TONDO E TRA VIRGOLETTE. CI VUOLE IL CORSIVO, PLEASE.)

    Pubblicato 15 anni fa #
  4. cameriere

    offline
    Membro

    x urbano
    avevi ragine, il romanzo della bartlet è giorno da cani.
    aristotele e i veleni di atene è di margaret dooddy, carino questo.

    Pubblicato 15 anni fa #
  5. urbano

    offline
    Membro

    ah... cameriere
    piacere

    Pubblicato 15 anni fa #
  6. Sì ma la pubblicità...è necessaria?

    Pubblicato 15 anni fa #
  7. urbano

    offline
    Membro

    mizzica che mascherina!!!!
    la pubblicità .. in che senso?

    chiedo scusa , ma poco fa non mi si era rinfrescata la pagina.

    e no, prima c'è poi va via

    Pubblicato 15 anni fa #
  8. tataka

    offline
    Membro

    Si infatti è proprio necessaria sta pubblicità dentro il forum? (oltretutto di case editrici a pagamento - e qui ci stava proprio bene una faccina che vomita, peccato che non c'è come su msn... )

    Pubblicato 15 anni fa #
  9. dirtydancing

    offline
    Membro

    (...sipario...)
    “con le tension ( anzi le ex-tension) stai moooolto bene”
    “si al lavoro è stato un vero ploit (anzi un ex-ploit)”
    “a me Calibur (anzi Ex-Calibur)”
    “scusi , ho bisogno d’aria, ho un dolore tra (anzi ex-tra) le costole,
    sento venirmi le trasistole (anzi le ex-trasistole) dove l’uscita?
    “segua la freccia con la scritta “IT” ( anzi EX-IT)”
    …cusatio (anzi ex-cusatio) non petita…
    (...sipario...)

    Pubblicato 15 anni fa #
  10. big one

    offline
    Membro

    hai chiuso con le "ex"?

    Pubblicato 15 anni fa #
  11. zanoni

    offline
    Membro

    x cam

    non ho capito, chi e' che ha letto 'aristotele e i veleni di atene'? tu o urbano?

    Pubblicato 15 anni fa #
  12. zero71

    offline
    Membro

    Be', come partenza non è male.

    Pubblicato 15 anni fa #
  13. urbano

    offline
    Membro

    Ma chi l'avrebbe mai detto: Gor'kij è stato un padre della cucina rivoluzionaria marxista stalinista.
    Lo racconta, ma non lo inventa, Ljiljana Avirovic'
    ne
    la rivoluzione in cucina, a tavola con stalin: il libro del cibo gustoso e salutare.
    excelsior 1881
    2008
    Così si rievoca una memorabile cena che il Maksim organizzò per la meglio intellighenzia nella sua sontuosa villa confiscata ad un capitalista fuggito.
    Una cena dove ad effetto interviene Lui, il duce loro, Iosif Vissarionovič Džugašvili, Stalin.
    Dopo l'antipasto e il primo, a conclusione del giro di discorsi, poggiando la sua vodka per asciugarsi i baffi, disse: i nostri carri armati non hanno valore se le anime che li governano sono fatte d'argilla! Perciò dico che la produzione delle anime è ancor più importante della produzione dei carri armati!
    E via così.
    Era il 26 ottobre 1932, io ero ben al di la da venire e quindi può darsi che sia questo il motivo di eventuali imprecisioni, ma insomma battezzati da Josif "ingegneri di anime" fu deciso partissero per un lungo viaggio tra kolchoz e gulag per documentare la costruzione del paese socialista.
    Ne venne fuori un libro collettivo, ben settantadue mani: Bjelomor, storia della costruzione del canale tra il Mar Bianco e il Baltico intitolato a J.V.Stalin.
    Canale costruito da forzati con anime da rieducare.
    Tranquilli, non è la storia di quel documento realista.
    E' invece lo sviluppo di un discorso su la nutrizione di un popolo, che pur metteva a dieta le anime per scavar canali, discorso che parte dal Libro del cibo gustoso e salutare, passa per il libro di cucina di Tito e le Fondamenta della nutrizione razionale, discorso basato sull'assunto Pavloviano che i cibi normali e utili sono quelli che vengono consumati con appetito, quelli consumati con paziente piacere.
    Certamente rivoluzionario è l'uso della fame come stimolo per l'appetito, ma insomma la storia è anche sviluppo.
    Secondo J.V.D.Stalin: la caratteristica della nostra rivoluzione consiste nell'aver dato al popolo non soltanto la libertà, ma pure i beni materiali e la possibilità di una vita agiata e culturale.
    Almeno si dice dicesse così.
    Prima di arrivare alle ricette vere e proprie il libro è contestualizzato al piano quinquennale del 1953, con il discorso su la nutrizione del Comitato Centrale del 7 settembre 1953:
    Sotto la guida del nostro glorioso partito comunista, del suo comitato centrale e del governo sovietico i popoli della nostra immensa e potente patria socialista con il loro lavoro gioioso eroico e creativo crearono una maestosa costruzione del comunismo trasformando in realtà la plurisecolare speranza dell'umanità di edificare la società comunista società foriera di benessere di felicità di gioia di vivere.
    Poi deve essere successo qualcosa.

    P.S.:
    Le ricette sono facili e particolari.
    Sicuro piacerebbero a Molly.

    Pubblicato 15 anni fa #
  14. sensi da trento

    offline
    Membro

    io ho letto questa interessante analisi sul fantasma formaggino e sulle origini medioevali della comicità surreal demenziale

    http://it.wikipedia.org/wiki/Fantasma_Formaggino

    Pubblicato 15 anni fa #
  15. urbano

    offline
    Membro

    Fondare biblioteche, è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.
    Lo diceva Marguerite Yourcenar.

    Pubblicato 15 anni fa #
  16. urbano

    offline
    Membro

    L'ho compraro dopo averlo visto e guardato sul divano di mio fratello.
    Lui me lo ha presentato parlando a bassa voce, quasi sussurrando, guarda, guarda quà, capito?
    Ecco che cosa era, che cosa poteva essere.
    guarda.
    L'avanguardia perduta
    architettura modernista russa 1922-1932
    fotografie bellissime di Richard Pare
    saggio folgorante di Jean-Louis Cohen
    Jaca Book 2007
    unico difetto il prezzo esagerato 85 pezzi
    ma insomma, per la causa, diciamo pure, spesi bene.
    In quei dieci anni appena di desiderio di mondo nuovo
    di rivoluzione
    successe di tutto
    e tutto fu possibile
    poi finì sotto tonnellate di classico potere.
    Tanto potrebbero dire i tanti interpreti di quel pezzo di tempo
    e chissà quanto di diverso tra una versione e l'altra
    invece le foto di Richard Pare sono come un ineffabile cazzotto nella pancia dell'anima.
    Guardare per credere.
    Sconvolge
    come di fronte al corpo offeso del guerriero vinto
    un galata morente grande come un futuro infinitamente possibile
    eppoi ci sono immagini che ci assomigliano
    a mille miglia di distanza
    la rovina del moderno
    tristissima come le scaglie dell'intonaco cadente di nicolosi.
    Basilare come una rivelazione.
    E poi io a mio fratello gli voglio bene, mica sò figlio unico.

    Pubblicato 14 anni fa #
  17. urbano

    offline
    Membro

    Sulla depressione della sinistra
    sulla disaffezione
    sulle astensioni
    sulle tessere
    sulle primarie
    eccetera
    una profezia di undici anni fa

    D'ALEMA
    MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN
    La Repubblica, 3 / 11 / 1998.

    Ho avuto occasione di parlare con Massimo D' Alema alla festa de l' Unità di Bologna sulla sua sorprendente interpretazione del mio romanzo O Cesare o nulla (Frassinelli), da lui inteso come una metafora gramsciana del Partito Comunista, e sull'ironia concernente il fatto che il compromesso storico proposto da Berlinguer si sia materializzato nell'Ulivo, passando sopra i cadaveri fisici di Moro e Berlinguer, quello politico di Craxi e sulle macerie del muro di Berlino.
    In seguito è stato proposto a D' Alema di formare il governo - un postcomunista capo del governo in Italia! - mentre il mondo intero seguiva gli andirivieni della possibile estradizione del boia Pinochet, reclamato dalla giustizia spagnola. Curioso. Il golpe di Pinochet era stato all'origine della proposta del compromesso storico, a partire da un calcolo aritmetico di Enrico Berlinguer. La sinistra non può raggiungere il potere mediante una maggioranza elettorale minima perché riceve un consenso facile da destabilizzare da parte dei gruppi di pressione della destra, come era accaduto ad Allende. Per ottenere un consenso ampio, la sinistra deve patteggiare con i suoi antagonisti più stabilizzanti, che allora in Italia erano rappresentati dalla Democrazia Cristiana.
    Venticinque anno dopo, Pinochet continuava a essere il padrone militare del Cile; ma Massimo D'Alema, erede dinastico di Berlinguer, può formare un governo in Italia, a prezzo di un importante disarmo ideologico che le sinistre postmoderne (sia che si chiamino Blair, Felipe González o D' Alema) giustificano con il dilemma: o si fa la predica o si fa il pane.
    In attesa del pane che le sinistre potranno fare patteggiando con le destre, sta di fatto che il ritmo storico segue ora il passo di uno swing lento, di fronte al rock and roll della rivoluzione di ottobre del 1917, al pasodoble della guerra civile spagnola e al Mambo numero 10 della rivoluzione cubana. Tempi lenti. Li si direbbe quasi trattenuti. Come quei velieri senza vento il cui procedere è percepito soltanto dai pescecani.

    (Traduzione di Hado Lyria)

    Pubblicato 14 anni fa #
  18. "Pygmy" , di Chuck Palahniuk

    Dice : "Ma non lo trovo in libreria!"
    Grazie al cazzo, l'ho preso in inghilterra...

    Che dire, Palahniuk all'ennesima potenza, più chirurgico, caustico e delirante che mai, impietoso verso ognuno e mai del tutto simpatizzante per nessuno.
    Di certo un libro non immediato, dal linguaggio non accessibilissimo a causa di una peculiare esigenza estetica.
    Soprattutto, estremamente divertente.

    Pubblicato 14 anni fa #
  19. k

    offline
    Membro

    Contento te

    Pubblicato 14 anni fa #
  20. Kappa, lo sai che c'è sempre un pochino di gioia in un angolino del mio cuore incolesterolito...

    Pubblicato 14 anni fa #
  21. Ieri ho trovato questo volantino in un bar e mi ha interessato.

    Ve lo riporto di seguito.

    UNA CASA DI PROPRIETA' PER TUTTI

    A tutte le famiglie, agli artigiani, ai commercianti e ai liberi professionisti

    è giunto il momento di approvare una nuova legge sulla casa che trasformi il canone di locazione degli immobili privati e pubblici adibiti a uso abitativo e quelli adibiti a uso commerciale, artigianale e professionale in rate di riscatto mensile con l'intervento dello Stato. In modo che tutti gli inquilini dopo 20/25 anni di affitto pagato possano diventare proprietari della loro abitazione o dei locali in cui lavorano con l'aiuto dello Stato e vedere così i frutti del proprio lavoro.

    Con le leggi attuali, gli inquilini, dopo che hanno lavorato una vita intera e pagato per 20, 30, 40, 50 anni l'affitto di casa, alla fine non sono proprietari neanche di un mattone, sono usati solo come strumento dell'arricchimento degli altri.

    Tutte le famiglie, gli artigiani, i commercianti e i liberi professionisti, che vogliono liberarsi dalla schiavitù dell'inquilinato, sono invitati a sostenere e diffondere in famiglia e tra gli amici e colleghi di lavoro la proposta della casa di proprietà per tutti.

    Nel disegno di legge, art. 2, è previsto come fare investire allo Stato oltre 30 miliardi di euro all'anno per costruire case a riscatto a tutti gli inquilini, ma se lo Stato costruisse le case a riscatto a tutti gli inquilini, coloro che hanno fatto degli investimenti sugli immobili sarebbero danneggiati: ciò non è giusto, perché la colpa non è dei proprietari, ma delle leggi che hanno consentito questo tipo di investimento.

    Per non danneggiare nessuno, l'art. 4 prevede la seguente soluzione: il proprietario non è obbligato a vendere: se però vuole vendere, ci sarà una libera contrattazione tra proprietario e inquilino. Se trovano l'accordo sul prezzo, lo Stato dà il denaro anticipatamente al proprietario e l'inquilino pagherà allo Stato, mese per mese, con un interesse del 3%.

    Se invece il proprietario non vuole vendere, nessuno lo obbliga.

    Si tratta comunque di affermare per sempre il principio politico-giuridico che la casa deve essere un diritto umano e sociale.

    Per ogni informazione: e-mail info@partitoprogressista.it o scrivere al segretario Mario Cantone piazza Moro 5 Latina

    tel. 329 6148985

    www.partitoprogressista.it

    Pubblicato 14 anni fa #
  22. urbano

    offline
    Membro

    Ecco perchè il progresso stenta!
    Mi viene in mente quando mettevamo mio fratello piccolo nel girello.
    cioè no, nel box.
    Il trauma del girello
    anzi il trauma del box
    si, deve essere così!

    Pubblicato 14 anni fa #
  23. dirtydancing

    offline
    Membro

    una bozza di romanzo
    ma molto
    molto molto
    molto molto
    interessante et divertente.
    bravo l'anonimo autore
    una sorpresa, ma neanche tanto

    Pubblicato 14 anni fa #
  24. urbano

    offline
    Membro

    Lo elabori il lutto letterario
    l'autore amato, quello di cui avresti letto pure la lista della spesa,
    che però è morto, kaputt, finish.
    Niente più.
    E poi all'improvviso in mezzo a tanti altri titoli, lo vedi.
    Manuel Vazquez Montalban
    Assassinio a Prado del Rey
    feltrinelli, i canguri, giugno 2009.

    Mica sarà una sola? Domandi retoricamente a te stesso.
    (Che tanto lo compri uguale)
    Si, perchè la leggenda dice che i "Grandi" avrebbero schiere di negri amanuensi segregati a scrivere libri e libri di ...........
    Una serie di falsi quasi veri.
    Come i maligni dicono di Coelo e i perfidi di Camilleri.
    Invece no!
    Non è fasullo.
    Asesinado al prado del rey
    Ediciones Planeta 1987:
    ovvero Pepe vivo.
    E dunque:
    que viva Pepe,
    e la bella introduzione " sul sordido".
    Leggetelo.

    Pubblicato 14 anni fa #
  25. rindindin

    offline
    Membro

    che sta leggendo dirtydancing? ...adesso comincio a non capire neanche te...:)

    Pubblicato 14 anni fa #
  26. urbano

    offline
    Membro

    l'ho letto alla festa dell'Ordine
    si intitola
    Emozionata testimonianza resa sulla persona di Ernesto Lusana

    Ad occhi aperti
    è il titolo di un una lunga intervista a Marguerite Yourcenar, un libro bellissimo che tutti dovreste leggere.
    La Grande di Francia ricordando la sua esperienza didattica nell’università americana racconta che cosa la colpiva di più nei giovani che frequentavano i suoi corsi, per lo più pragmatici a volte inaspettatamente erano pieni di ardore,
    affascinante, commovente, inestimabile, ineffabile a r d o r e.
    Pronunciate questa parola antica e in disuso: a r d o r e.
    Immaginate il fuoco che muove le anime che ne sono possedute.
    Fiammeggianti, brucianti,
    ardenti.
    Ardore.
    Cose che si apprezzano solo con l’età.
    Io tanti anni fa da Ernesto Lusana per il primo incontro di lavoro ci andai in giacca e cravatta.
    Ero giovane, conforme, ignorante, non capivo niente.
    Percepivo l’ardore come cosa vecchia.
    E poiché non leggevo non conoscevo la verità di Roquenval svelata dalla vecchia nonna al giovane Boris:
    “il futuro è il sogno ricorrente delle persone anziane che solo i giovani potranno felicemente portare a compimento”.
    Ero giovane e il futuro credevo fosse solo davanti a me.
    E credevo pure che esistesse.
    Oggi sono qui a rendere testimonianza.
    Preparandomi, mi sono domandato, ma testimonianza di cosa?
    Perché in fin dei conti ben poca cosa è l’Architettura di Lusana:
    nonostante i miliardi di chilometri di china stesi su altrettanti ettari di carta lucida,
    malgrado i quintali di grafite macinata nella campana, gli innumerevoli strati di retino incolllati fino a fare spessore
    le “cose” di Lusana si contano sulle dita delle mani.
    Poche e male dette.
    Ma frutto di furioso ardore.
    Mi sono chiesto: che senso avrebbe una celebrazione agiografica?
    Una sorta di scaramantico esorcismo di una pericolosa attitudine,
    un grattamento di palle,
    forse la catalogazione sterilizzante di una vita vera,
    o magari solo il pregare il morto per fregare il vivo.
    Già, perché nel protocollo celebrativo del nostro premio di architettura, “Ernesto Lusana” è solo il suono di un titolo.
    Una vecchia novità rivalutata proprio perché non più esistente e dunque innocua.
    Una medaglietta, un santino fariseo.
    Dicevo ardore per evocare il modo di essere e dunque fare, che contraddistingue Ernesto Lusana, che io ho avuto la disgraziata ventura di conoscere e assumere, fino al contagio.
    Insisto su questo concetto, su ciò che, anche da pensatore del rango di Casanova, fu definito sequere deum.
    Fascino ipnotico del fuoco ardente.
    Seguire il dio.
    Lusana lo chiamava orgasmo.
    Per connotare la tensione quasi muscolare della possessione creativa.
    Orgasmo.
    Sembrerà fuori tema,
    ma provate a seguire la suggestione delle parole
    O r g a s m o,
    a r d o r e.
    Risulterà più facile capire la parabola professionale di Ernesto Lusana,
    i suoi imperdonabili errori,
    la sua perdizione solitaria e tristissima.
    E giudicare quanto pericoloso è praticare l’ardore e la sua frequentazione e quanto facile è bruciare se stessi, perdersi interamente.
    Ernesto Lusana non è un esempio da seguire,
    è la testimonianza di una sconfitta bruciante.
    Lusana, rispetto all’esperienza dell’architettura, ha avuto un atteggiamento che oserei definire antropologicamente primitivo:
    come un cacciatore intercettava e catturava il mana dell’architettura.
    Lo fece con Ridolfi alla Casa del Girasole,
    o con l’ammirato Julio La Fuente,
    lo fece con il Savioli
    con il Santi.
    Lo fece con il Beaubourg
    e con i Five Architecs.
    Rimase affascinato dal sole e dalla cadenza francese e lo fece con les jumelles e con la irondelle.
    Accumulò segni e forme nel processo creativo della immagine intenzionale.
    Ma raramente, dal possesso di quelle potenze, riuscì a produrre cose.
    Quando lo conobbi, a metà degli anni 70, veniva da una felice stagione di case fatte a Fregene.
    Case belle per la bella borghesia del tempo, che voleva la villa nel verde e nella luce, committenza educata e rispettosa, a volte colta, comunque sempre sensibile a un sistema di valori e di gerarchie “culturali”.
    Quelle case, frutto della felice collaborazione dell’Architetto col palazzinaro, sono case abitate, spazi di sostegno all’anima dei proprietari e di contenimento delle loro cose.
    Belle ancora oggi dopo tanti anni.
    Aveva quella esperienza, maturata anche durante i corsi fiorentini come assistente del Savioli, ma aveva scelto di tornare alla sua terra, sentendosi pieno di ardore creativo e nella eccitata speranza di fabbricare un mondo.
    E non era il solo nel mondo di quel tempo a sentire questa buona vibrazione.
    Ma sbagliò nel dosaggio, qua non aveva i bei borghesi di Fregene ma solo parvenù e liberti della gleba.
    Interessati a frazionare poderi più che a costruire Architetture.
    Era da poco stato fatto il PRG nuovo e era già iniziato il ballo del mattone nei nuovi quartieri Q di espansione, ancora oggi “quasi” finiti.
    Il concorso del Centro Direzionale che, vedendolo secondo, aveva sancito la vittoria di Dall’Oglio, lo spinse verso l’iperbole compositiva, sovradosata, semanticamente urlante e rumorosa.
    Durante lo svolgersi degli anni 70 e 80 Ernesto Lusana definì e raffinò il proprio fare compositivo in modo inversamente proporzionale alla sua integrazione professionale,
    in definitiva specularmente a quanto succedeva in Italia.
    Ernesto Lusana credeva ancora che l’Architettura potesse fare gli uomini e non volle mai riconoscere che non era vero, almeno non più, almeno non qui.
    Nonostante le verifiche dei pochi cantieri, e tra quelli di quelli coerentemente conclusi, Lusana non badò mai ai risultati, a quanto sentito dalla gente, ed anzi arrivò a definire con vergognoso disprezzo “speculativi” gli interventi più riusciti, penso alla cooperativa Gioconda Zeta.
    Era altro quello che voleva fare,
    perso in una sua personalissima ricerca
    piuttosto che applicato in una risposta professionale.
    Divenne come la canzone della Nannini, bello e impossibile, sempre più distante dalla realtà del cantiere e dall’arida anima del cliente.
    E così fu percepito come il fiammeggiante eroe professionale capace di estreme coerenze simbolo e metafora di una antica dignità culturale svaporata ma giudicato, quando si andava via da lui con il sipperò, un gran coglione.
    Del resto chi non brucia sente solo le scottature e le teme.
    Il lavoro si risolse sempre più in progetti dalla grafia meravigliosa e carnale come un quadro di Egon Schiele.
    Ed il mondo, quel mondo evoluto, sognato, desiderato denso di agganci e rilanci culturali, di atteggiamenti plastici e tenerezze cromatiche, quel mondo che l’Architettura in quanto Arte avrebbe dovuto costruire, fu invece definito, per dirla a modo Suo, dai cantieri di orde di zappatori.
    I suoi lavori continuarono per un poco ancora, grazie a committenti affascinati dall’aura esoterica del suo fare, chissà cosa intravedevano nella china dei disegni.
    Ma erano lavori sempre più difficili e faticosi perché l’ardore ha bisogno di combustibile e consuma, così dopo la fatica di aver “imposto” al cliente lo spazio di una cupola, il sotto di una curva, l’ombra di un grigliato, il vuoto di un buco, a cantiere pulito, Lusana era esausto, soddisfatto di quanto fatto come dopo un esperimento riuscito, ma ormai incapace di continuare per sfinimento.
    Credo che a volte fosse sopraffatto anche dal sentimento dell’inutile: quel cliente comunque mai avrebbe rinunciato alla carta da parati strana, alla maniglia lucida sinuosa, alla placca costosa, ai sanitari griffati.
    E’ nell’ordine de le cose, soleva dire
    E’ l’uomo che fa l’architettura.
    E mentre Ernesto progettava seguendo il dio, l’uomo era mutato raggiungendo una mediocre media da manuale del prado.
    Da: daje, famolo strano.
    Quella di Ernesto Lusana fu una vita difficile di un architetto padre di famiglia.
    Come il Mario di Nanni Loy forse tra se e se più di una volta si disse
    sono stanco di continuare a fare un lavoro che non serve a nessuno. C'è il benessere sì o no? E allora voglio essere beneficato anch'io. Uno non può restare tutta la vita a fare l'intellettuale con le pezze al culo quando c'è gente che guadagna i miliardi.
    Ma non si dimise mai da se stesso o dal personaggio che ormai inesorabilmente era.
    Anzi ci si rinchiuse, avvolgendosi nel segno sempre più fluente e animale, disegnando, anzi proprio scrivendo, il suo sentire sui rotoli di domopack.
    Questo è il periodo finale di Ernesto Lusana, quello delle grafiche visionarie dei cartoni e del lungo racconto continuo fino alla fine del rotolo.
    Lavori bellissimi,
    travolgono gli occhi le sbavature di china stirate a lametta, le impronte di trame fuori contesto, rapiscono le macchie tra la muffa e la lacrima, e stupiscono i visi e i corpi immersi li dentro, belli come l’eco del sentire.
    Invece no, credetemi, sono terribili asserzioni di un disperato amore.
    Ecco questa è la mia testimonianza.
    Ora accettate questo consiglio:
    non ammirate uomini come Ernesto Lusana
    non entrateci in empatia
    fa male,
    non serve,
    brucia
    e se non siete infiammabili farete solo fumo.

    (L'ho scritto su carta macerata da alberi tagliati appositamente.)

    Pubblicato 14 anni fa #
  27. k

    offline
    Membro

    Urba', con tutto l'affetto che pure traspare, io per parte mia non sarei per niente contento - anzi! - di un simile 'elogium' da parte di un mio allievo.

    Pubblicato 14 anni fa #
  28. urbano

    offline
    Membro

    Era solo testimonianza.

    Ieri sera a cena, mangiando carne cotta e bevendo vino rosso, si parlava delle visioni del mondo.
    Come d'uso ad un certo punto è risuonato il refrain del loro e noi.
    Ho maldestramente citato una cosa che mi sembrava utile a capire che non solo noi percepiamo il gap con l'altro, per lo più deficitario per noi, ma che anzi in altri tempi l'altro ci vedeva come possibile modello.
    Con affettuosa ammirazione

    Ecco la cosa è questa:

    Già nel Rinascimento ci era arrivata la proposta dell'endecasillabo attraverso Andrea Navagero, la cosiddetta metrica italiana che generó dispute acerbe contro i poeti tradizionalisti spagnoli, fermi all'ottonario.
    Nel Rinascimento scrivere in ottonari fu in qualche momento un segno di non claudicazione di fronte "agli stranierismi".
    Passarono gli anni, anche i secoli, e alla fine del XVIII la borghesia catalana incominció ad affezionarsi alla pasta italiana e al parmigiano come condimento indispensabile.
    Al porto di Barcellona arrivavano mercanti italiani carichi di questi esotici piaceri e da allora la pasta si è incorporata piú alla cucina catalana che alle altre cucine della Spagna. Vorrei che questi aneddoti servissero ad inserire nella categoria della influenza italiana non solo la poesia, ma anche la gastronomia.
    Io sono nato nel 1939, in pieno flirt tra i regimi franchista e mussoliniano.
    Il cognato di Franco, Serrano Suñer, dava del tu al conte Ciano, e il Duce, nell'incontro di Bordighera con Franco, gli diede un consiglio che il dittatore spagnolo rispettó per tutta la vita: "Non affronti la Chiesa né la moda delle donne".
    Franco non solo rispettó questo saggio consiglio del signor Benito, ma cercó di inculcarlo anche ad altri statisti, per esempio a Perón, che non lo ascoltó e sappiamo come andó a finire.
    Dalla mia prospettiva di spagnolo che aveva perso la Guerra Civile prima di nascere, ho dovuto sopportare alcuni anni di cultura parafascista italiana residuale e quando sono stato in condizione di imparare ad essere un intellettuale, avido lettore di tutto ciò che potesse cadere nelle mie mani, allora il franchismo si mostrava già molto cauto nei confronti della nuova cultura letteraria italiana e continuava soltanto a tollerare Papini, Alba de Céspedes, Malaparte (non tutto) e se tollerava il cinema neorealista critico dei primi anni era perchè lo utilizzava come dimostrazione del fatto che non solo in Spagna soffrivamo la fame ed il freddo e dovevamo ricorrere al pane con fantasia.
    Quando abbandonai la condizione di ricettore passivo di prodotti culturali e mi mossi verso la cultura di cui avevo bisogno per riaffermare le mie prime impressioni sull'ordine ed il disordine del mondo, era quasi obbligatorio ricorrere alla cultura francese democratica, di piú facile accesso clandestino data la vicinanza della frontiera, e avallata dal fatto che il francese era una lingua di cultura abbastanza abituale in Catalogna.
    Ma ricordo l'impatto che mi provocó negli anni Cinquanta il mio primo incontro con la cultura italiana democratica del dopoguerra, attraverso Lavorare stanca, che mi portó dall'Italia un'amica di Barcellona, Myriam Sumbulovich, con un piede a Milano, l'altro a Barcellona e le mani cercando lune di quadri di Chagall e assieme a quella edizione di Einaudi, che mi pare di ricordare che includeva anche I mari del sud e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, mi accecó anche un libro di Gramsci, le sue lettere dal carcere, che mi mise sulla strada della precoce conoscenza dell'opera gramsciana, ed insisto sulla precocità perchè Gramsci è stato quasi uno sconosciuto in Spagna fino alla metà degli anni Sessanta.
    Myriam Sumbulovich, oggi mia traduttrice all'italiano sotto lo pseudonimo di Hado Lyria, ed il suo amico, l'ormai scomparso Mario Spinella, furono i miei fornitori a distanza di quanto di nuovo e buono produceva la cultura italiana degli anni Sessanta.
    Ma, come se fosse rimasta pronta all'attacco della mia curiosità e avesse approfittato dell'apertura di uno spiraglio, improvvisamente la cultura letteraria italiana entró nella mia vita con una forza tale che finí per scavalcare quella francese.
    Il Pavese romanziere, Pratolini, Gadda, Moravia, Piovene, Vittorini, Ungaretti, Montale, Della Volpe, Pasolini...
    Ricordo l'emozione che rappresentó per me, in piena crisi della mia concezione della funzione sociale e politica della letteratura, la lettura di un articolo di Pasolini su Ulisse, rivendicazione dell'irrazionalità come territorio di ricerca e strumento di percezione che non doveva essere lasciato nelle mani della borghesia e la audacia di Della Volpe nell'operazione di leggere e scrivere (in qualsiasi codice) che andava oltre il dibattito tra la semplice decodifica linguistica e l'interpretazione ideologica.
    Buona parte di quelle letture mi arrivarono in carcere dove ero recluso e la mia amica barcellonese-milanese fu un ponte privilegiato che mi fece diventare un buon conoscitore della cultura italiana piú avanzata, ponte completato con l'amicizia di José Agustín Goytisolo, forse lo scrittore della resistenza antifranchista piú vicino al mondo culturale italiano.
    La politica editoriale di Seix Barral, diretta da Carlos Barral, mi rende familiari mostri dell'editoria come Einaudi o Feltrinelli e ricordo che aspettavo con vera ansia la possibilità di leggere Europa letteraria o Rinascita o Critica marxista, esponenti di una sinistra culturale che apriva prospettive abbaglianti a noi rinchiusi nella caverna franchista e nella subcaverna della precaria teoria critica della sinistra spagnola.
    Se l'impatto fortissimo della cultura democratica italiana, tra Pavese e Sanguinetti ed il gruppo 63, mi aiutó e ci aiutó a percorrere a gran velocità la relazione spazio-tempo della normalità culturale, controllata con tanto zelo dal franchismo, dall'Italia ci arrivó anche un culto al formalismo che si offriva a questionare l'ordine prestabilito.
    Barcellona fu il porto di arrivo del design italiano degli anni Sessanta e di tutta una filosofia preoccupata per il cambio sociale e storico dalla dimensione immediata della quotidianità.
    Non c'era infatti negli arredatori italiani una proposta per mettere in dubbio il programma di vita borghese?
    Combattere contro la poltrona patriarcale non significava un contributo alla critica della famiglia di Marx ed Engels?
    Dall'Italia arrivó in Catalogna una rivoluzione del gusto che implicava il mobilio, l'architettura, l'urbanistica, una concezione utilitaristica e nello stesso tempo ludica dell'arte che venivano a predicare alla fine degli anni Sessanta e all'inizio dei Settanta personaggi come il brasiliano Maldonado, Gregotti, Gillo Dorfless e un tal Umberto Eco, già allora molto rispettato come teorico della comunicazione.
    Il mio incontro con Eco come saggista mi risveglió il ricordo piú antico dell'italianizzazione della mia coscienza, la lettura del Cuore di De Amicis, un libro determinante nella mia educazione sentimentale, come lo fu per tante generazioni di europei dagli inizi del secolo fino alla guerra di Corea.
    La guerra di Corea eliminó qualsiasi possibilità di innocenza autoingannata nel genere umano.
    Se i messaggi ricevuti negli anni Cinquanta e Sessanta proponevano una corrispondenza e stabilivano un contatto tra due drammi complementari: la catarsi della grande cultura italiana liberata dal fascismo ed il nostro bisogno di ricevere compagnia ideologica di culture piú avanzate ed emancipate, quel che ci arrivava dall'Italia che si avvicinava agli anni Settanta aveva nell'incubatrice i germi della confusione.
    Da una parte l'apogeo della ricerca formale, prima presentata come sfida a tutti i codici filistei, e dall'altra la feroce autocritica all'insuccesso della cultura trasformata della sinistra, che avrá in quella proposta formalista la propria confessione di impotenza. L'Italia che da un culturalismo raccolto in se stesso rinnega la propria cultura critica è la stessa che dà nuova vita ai Quaderni Piacentini ed ai Quaderni Rossi, che ci arrivano come un sorprendente esercizio di sovversione all'interno della sovversione.
    Accanto alla provocazione critica di queste pubblicazioni, Il Manifesto sembrava un giornale accademico e Rinascita un organo espressivo e limitato dal pareggio storico incarnato in modo teatrale e ricco ma anche tragico nell'Italia di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer.
    Ma questo aveva tutt'altra accelerazione e mancava della tradizionale legittimazione che dava vita alla cultura critica postbellica. L'Italia stava incubando il pensiero debole quando in buona parte del resto d'Europa non si erano ancora accorti della sconfitta del pensiero critico come strumento di trasformazione del reale.
    Se durante vent'anni la cultura spagnola piú avanzata andó a rimorchio dell'Italia, cosí nel design di giacche di pelle, come di strategie della sinistra (policentrismo, compromesso storico, eurocomunismo) come di sex symbols mentali (Alida Valli, Sofia Loren, Monica Vitti, Laura Antonelli), improvvisamente, in un punto difficile da determinare degli anni Settanta, mi accorsi che la società spagnola si era incorporata ai paradigmi civilizzatori e culturali del neocapitalismo, la MORTE di Franco aveva significato l'adeguamento di una infrastruttura parademocratica alle superstrutture corrispondenti, ricevevamo la stessa informazione, la stessa disinformazione, le stesse colonizzazioni fondamentali e un ruolo simile nella divisione internazionale dell'ordine economico e culturale, anche se la Spagna era ancora ad una considerevole distanza dall'Italia nell'obbedienza ad un modello di sviluppo sociale e nel vantaggio di un sottostrato culturale installato meglio nella contemporaneità.
    Ebbene, anche se mi stupí Pasolini e soprattutto la sua estetica dell' autogiustificazione marginale come provocazione, la grande sorpresa che io ho ricevuto dall'Italia, l'ultima fino adesso, è stata la scoperta dell'opera di Sciascia, non solo per il suo oggettivo valore letterario, ma anche per la simpatia automatica che mi suscitava la posizione morale che indovinavo dietro a quello "sguardo" di scrittore.
    Stranamente, uno scrittore che apparentemente girava intorno a questioni tanto "locali" come il pareggio storico italiano, il doppio potere, la doppia verità, il complotto come stato permanente nella relazione tra suolo e sottosuolo, con materiali passati e presenti siciliani ed una tecnologia letteraria crogiolo di molti e diversi patrimoni letterari e paraletterari, otteneva una letteratura rivelatrice del disordine del nostro tempo come nessun'altra letteratura specificatamente politica o collegata con quella che in qualche momento era stata chiamata "letteratura di tesi" era riuscita ad ottenere.
    Dopo tutti i naufragi della ragione sistematica e totalizzatrice, Sciascia acquisiva di nuovo l'innocenza razionalista, quella del primo razionalista, come ipotesi di partenza per scoprire l'immensità del disordine che ci veniva offerto come ordine inevitabile, un ordine tanto inevitabile come il presente, l'unica dimensione temporale che aveva senso in relazioni di dipendenza nelle quali la memoria diventa rumore ed il futuro una pericolosa proposta di insoddisfazione ed utopia. Come se ci proponesse, alla maniera leninista, di fare un passo avanti per poi farne due indietro, Sciascia ci situava nella preistoria del contratto sociale e ci mostrava l'orrore cui aveva dato luogo, ma anche la necessità di ristabilirlo su delle nuove basi.
    O magari semplicemente cercó di dare un nome al rifiuto della nausea e del tedio come minaccia contro la crescita dello spirito, ed in italiano quel nome era impegno, parola molto difficile da tradurre in spagnolo, ma che io amo mettere in relazione all'obbligo costante di Prometeo di togliere il sapere agli dei per darlo agli uomini e cosí disalienarli.
    Ho avuto altri rapporti con la cultura italiana che confesso con pudore.
    Ho tradotto alcune opere di Volponi, Mastronardi e Pratolini dalla sfacciataggine del giovane neolaureato che ha bisogno di soldi.
    Spero non solo che questi splendidi autori mi abbiano perdonato, ma anche che né loro né i loro eredi mi chiedano mai un risarcimento danni.
    IO E L'ITALIA.
    MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN.
    Da Lo scriba seduto, ed. Frassinelli, 1997.
    Trad. di Hado Lyria.

    Mi scuso per la lunghezza ma così è integra.
    Dopo, negli anni successivi non abbiamo fatto altro che strisciare come un biscione.

    Pubblicato 14 anni fa #
  29. k

    offline
    Membro

    Io non mi ci riconosco in quel "non abbiamo fatto altro che strisciare come un biscione". Ognuno parli per sé e - in ogni caso - diffido chiunque si ritenga mio amico, sodale od allievo dal pronunciare mai in mia memoria od onore un Elogium come quelli di Urbano. Io non so se Lusana abbia lasciato eredi, ma al posto loro ti querelerei.

    Pubblicato 14 anni fa #
  30. urbano

    offline
    Membro

    Ma che c'entra
    nemmeno io credo di aver strisciato, o comunque non mi piace il tema,
    ma come media statistica dei comportamenti, come stato delle cose, credo non si possa dire diversamente, fatta salva la possibilità di salvezza individuale sulla base dei distinguo dei: si però io .....
    Anche perchè se così non fosse non si capirebbe lo stato delle cose, come è possibile questa strisciante degradazione senza un biscione?

    Circa gli elogi in memoria io penso che ciascuno da di se qualcosa, o poco o tutto, e dopo quando è morto resta solo impoderabile, come ricordo, negli altri, e pure in vario modo.
    Vale non la monumentalità delle persone ma l'averle "capite" e rilanciate in altri luoghi.
    A che ci servirebbe una quadreria di ritratti di uomini illustri?
    Io penso sia meglio tentare altre applicazioni della stessa attitudine.
    Continuare, la corsa, la ricerca, la vita, il sentire, agganciare e rilanciare
    verso una luna
    che solo gli stolti non vedranno distratti dal dito.
    Poi nello specifico i primi a leggere la brutta copia son stati propio gli eredi, ma non per le querele, ma per rispetto.

    Pubblicato 14 anni fa #

Feed RSS per questa discussione

Replica »

Devi aver fatto il login per poter pubblicare articoli.