Anonima scrittori


Esserci o non esserci – Pink Floyd a Venezia, 1989.

Categoria: Assaggi, suoni, visioni e letture, Libreria Digitale, Savile Row di Stefano Cardinali
Postato da: zaphod

[Estate. Tempo di concerti e megaraduni. Quante volte vi sarà capitato di pensare a un evento del passato e rimpiangere di non esserci stati. L'Anonima Scrittori vi offre - tramite la penna di Stefano Cardinali - la possibilità di godervi l'atmosfera dei concerti di alcune delle band più significative degli anni'70.  L'e-book di Savile row è già da tempo scaricabile in allegato alla rivista Fili d'aquilone, adesso è il momento di scaricarvelo sul tablet, il pad o lo smartphone e leggervelo mentre fate la fila per entrare in qualche festival o siete in spiaggia nel Salento prima di gettarvi tra le braccia della Taranta. Un assaggio lo trovate qui di seguito nel racconto di quello che qualcuno ha definito "l'evento del secolo".]

pinkfloyd2

Esserci o non esserci – Pink Floyd a Venezia, 1989
(una visione stereoscopica a cura di Anonima Scrittori)

di Stefano Cardinali e Massimiliano Lanzidei

Heard melodies are sweet, but those unheard
are sweeter
John Keats - Ode on a Grecian Urn

1 - Il sogno di Big One.

Oggi Alice ha ventuno anni ed è bellissima. Non ricordo con precisione quando cade il suo compleanno, dovrebbe essere intorno al 10 di luglio, ma non ci scommetterei. Però sento ancora viva la preoccupazione provata quando, al lavoro, Alessandro mi disse che correva all’ospedale perché Antonietta stava partorendo con quasi due mesi d’anticipo. Beh, direte voi, è normale  stare in apprensione per una bimba nata settimina. Certo, rispondo  io, specialmente se questo farà saltare il tuo viaggio a Venezia.
Andiamo con ordine: i personaggi di questa storia sono Alice (la bimba settimina), Antonietta (la madre impaziente di partorire), Alessandro (padre di Alice, marito di Antonietta e mio collega d’ufficio).
(Vabbè, dice, adesso ti sei inventato questa storia della famiglia dove tutti i componenti hanno il nome di battesimo che inizia con la lettera A. Tutta qua la tua fantasia? A parte il fatto che questa è una storia vera e che Antonietta e Alessandro ciànno pure un maschio che si chiama Andrea, conosco anche una famiglia composta da Germana e Giacomo ai quali è nato Giulio e un’altra dove Matilde e Marco hanno due figli che si chiamano Mattia e Manuel. Sarà solo un vezzo ma ognuno chiama i figli come gli pare.)
Ma torniamo alla nostra storia e ai suoi personaggi tra i quali c’è Daniela (oggi mia moglie ma allora non eravamo sposati), c’è il sottoscritto e poi ci sono loro, i veri protagonisti di questa vicenda: i Pink Floyd!

Io i Pink Floyd li avevo visti l’anno prima a Roma allo stadio Flaminio (11 luglio 1988). Era il tour in cui presentavano A Momentary Lapse of Reason, disco della riunione dopo l’abbandono di Waters e in cui Richard Wright, tastierista, compariva solo come musicista esterno alla band. Ad assistere a quel concerto venne pure Daniela. L’aveva fatto per me perché quello non è il genere di musica che le piace. Lei adora il jazz e la musica classica e se proprio deve uscire dalle sue abitudini puoi farle ascoltare Jobin, Toquino o Chico Buarque. I Pink Floyd proprio no. Però la convinsi a venire a Roma e feci male perché quel concerto non piacque neanche a me. Lo so, se chiedete in giro, chiunque abbia assistito a quella serata vi parlerà dello show più sorprendente della sua vita ma per me non fu così. Quello che ascoltai non fu mai all’altezza di ciò che vidi perché se dal punto di vista della costruzione dello spettacolo tutto fu perfetto - luci, colori, scenografia, oggetti volanti (ricordo un maiale, un letto), lo schermo rotondo sul quale venivano proiettate immagini in perfetta sincronia con i brani suonati - la parte musicale fu uno show senza anima, una esibizione senza emozione, con esecuzioni fredde da studio di registrazione. Fu come ascoltare una musicassetta durante un viaggio in autostrada. Una serata che non mi lasciò niente.
Però i Pink Floyd a Venezia che suonano su un palco galleggiante di fronte a Piazza San Marco non me li sarei mai persi. Poteva anche essere il più brutto concerto del gruppo però una scenografia naturale ed emozionante come quella della laguna dove l’avrebbero  più trovata?
Così quando si sparse la voce decisi che sarei andato e anche quella volta trovai la complicità di Daniela richiamata dal fascino di Venezia. Quale occasione migliore - le dissi - si parte mercoledì in macchina, giovedì e venerdì giriamo per le calle e facciamo i turisti, sabato sera facciamo i rockettari e domenica si torna a casa.
Fissai una camera in una pensioncina di Marcon, un paesino a meno di trenta chilometri dal capoluogo. La prenotazione, fatta molto tempo prima che la notizia del concerto diventasse di dominio pubblico, mi permise di spuntare un prezzo onesto.
E pensare che se quel concerto si fosse tenuto dieci anni prima io non lo avrei neanche preso in considerazione. Io i Pink Floyd li seguivo dal ‘71, da quando acquistai Atom Heart Mother, il mio primissimo album in vinile. In realtà il disco è del ‘70 ma c’ero arrivato con un po’ di ritardo. A quei tempi dovevo ancora compiere sedici anni e non avevo neanche l’impianto stereo. A casa c’era un vecchio giradischi bianco e rosso che si chiudeva come una valigia e quando lo aprivi aveva l’altoparlante inserito nel coperchio. Un solo altoparlante per un giradischi rigorosamente mono che se alzavi troppo il volume gracchiava come una cornacchia. Eppure ascoltai quel disco così tante volte da consumarlo. Lo imparai a memoria tanto da apprezzare gli arrangiamenti con i corni che introducono la facciata A, il nitrito dei cavalli, il motore di una moto che si allontana, l’esplosione, insomma tutte le novità esaltanti per uno che fino al giorno prima ascoltava Lisa dagli occhi blu (senza le trecce la stessa non sei più) e per il quale il massimo della trasgressione era Emozioni di Lucio Battisti perché guidava a fari spenti nella notte.
Dopo Atom Heart Mother venne Meddle altro disco del quale conoscevo pure quanti secondi passavano tra una traccia e l’altra, compagno di tanti pomeriggi di studio con Augusto, il mio compagno di banco.
Però dopo The Wall, uscito nel ‘79, io mi distaccai dal gruppo perché deluso da quel disco. Ma come - dirà qualcuno - uno dei capolavori tra le opere rock ti fa allontanare dai suoi creatori? Che ci volete fare. Ancora oggi mi scopro a perdere in obiettività quando una cosa viene acclamata da tutti. Sento puzza di banale e la boccio. Sbagliando quasi sempre.
Ecco perché se i Pink Floyd avessero organizzato il concerto di Venezia dieci anni prima io non sarei andato. (Dopo qualche anno rivedrò il mio giudizio su The Wall e acquisterò ogni  diversa versione uscita sul mercato.)
Nel 1983 mi reintegro nella vasta schiera dei fan grazie al  mio amico Claudio, compagno di squadra e coinquilino che mi obbliga ad ascoltare dalla mattina alla sera The Final Cut. E se quel disco riavvicina me sarà la causa (più precisamente fu l’ultimo pretesto) dello scioglimento del gruppo che avverrà ufficialmente nel 1985.

Ed eccoci finalmente al 1989 e alla festa del Redentore in occasione della quale i nostri decidono di esibirsi in mondovisione.
Tutto era pronto per la partenza. Con Alessandro ci eravamo organizzati per le ferie estive e per non lasciare l’ufficio scoperto io mi sarei preso quei tre giorni per il concerto, sarei andato un paio di settimane al mare ad agosto e poi lo avrei lasciato libero in attesa del parto di Antonietta previsto per i primi giorni di settembre.
Invece quel giorno squillò il telefono e Alessandro scappò in ospedale per assistere Antonietta durante il parto. Lui chiuse la porta e il mio viaggio si smaterializzò con grande piacere del proprietario della pensione di Marcon il quale, oltre a trattenere la mia caparra, si ritrovò con una matrimoniale libera da affittare al doppio del prezzo a pochi giorni dal concerto.
Per fortuna la nascita prematura non causò conseguenze alla bambina né alla madre e dopo tutte le cure del caso Alice crebbe sana e, come dicevo all’inizio, oggi ha ventuno anni. Io, invece, costretto a coprire il turno al lavoro, seguii il concerto in tivù.

Dopo tanti anni, molti particolari di quella serata sono sfumati via però la rabbia ogni volta che i cameramen inquadravano la laguna col palco galleggiante sullo sfondo, quella è ancora viva.
“A quest’ora potevamo essere lì”. Dicevo ogni dieci minuti a Daniela la quale, stoica, mi fece compagnia durante tutta la trasmissione, anche se mi accorsi che ogni tanto sonnecchiava. Di quella serata mi rimangono anche tutti i ricordi fissati dalle innumerevoli volte che  ho raccontato la mia delusione per la mancata partecipazione. Restano il colpo d’occhio sulla marea di persone accalcate in piazza San Marco, alcuni brevi flashback di immagini: Mason totalmente coperto dall’architettura della sua batteria, Gilmour statico al centro del palco e Wright defilato in un lato della scena, anche quella volta musicista di supporto, oggetto estraneo alle vicende degli altri due. Ci sono le barche che galleggiano tra la piazza e il palco e il sogno di poter stare li, dondolato dalla laguna e dalla  musica. Ed infine, scolpite ed indelebili, rimangono le tre vocalist e i loro assolo in The Great Gig In The Sky, uno dei brani più belli mai composti, nato dal genio di Wright per la colonna sonora di Zabriskie Point ma che Antonioni non ritenne adatto al film. Prima di essere inserito in The Dark Side of the Moon il pezzo fu arricchito dalla splendida voce di Clare Torry che - si dice - improvvisò sulle note eseguite al piano. A questo punto bisognerebbe aprire un capitolo a parte per attribuire alla cantante inglese i giusti meriti. Mi limiterò a ricordare che in parte qualcosa le fu assegnato dall’Alta Corte di Giustizia della Gran Bretagna che nel 2005, almeno dal punto di vista legale, le riconobbe la creatività artistica apportata alla canzone e le permise di aggiungere il suo nome a quello di Wright come coautrice del brano.
Il 19 luglio 1989 le note improvvisate sedici anni prima nello studio di Abbey Road  aleggiarono sulla laguna veneziana e io mi chiesi se anche lui, Il Grande Carro Nel Cielo, fosse presente per assistere dall’alto al suo tributo.  Non resta altro se non il rimpianto per non aver mai potuto dire: “I Pink Floyd a Venezia? Certo che me li ricordo ero lì!”

Oggi Alice ha ventuno anni, è bellissima e sta per diventare madre. Alice è la ragazza di mio figlio Gabriele, nato il 15 luglio del 1990, esattamente un anno dopo il concerto di Venezia.
Anche se da qualche anno non lavoriamo più nello stesso ufficio con Alessandro non abbiamo mai smesso di frequentarci. I nostri figli, prima cresciuti insieme grazie a noi, dopo qualche anno in cui si erano persi di vista, hanno ricominciato a vedersi fino a scoprirsi  innamorati. Alcuni mesi fa ci hanno convocato. Volevano parlarci. Abbiamo pensato che volessero confessarci il loro amore (ufficialmente ignoravamo la cosa) e  invece ci hanno detto della gravidanza. Avevano già deciso tutto: volevano il bambino ma ognuno avrebbe continuato a vivere in casa propria e fino alla laurea e a un lavoro sicuro non si sarebbe parlato di matrimonio. Pensate che siano troppo giovani? Beh, sapete anche voi come vanno certe cose. A noi non restava che prendere atto delle loro decisioni e assecondarli.

Alice dovrebbe partorire durante la prima settimana di settembre e in famiglia, Daniela ed io, siamo pronti a scattare per accompagnare Gabriele ad assistere al parto. Lui non guida, non ha la patente perché dice che non si sente ancora pronto. Padre si e pilota no. Vabbè, noi restiamo a disposizione anche perché, diventando nonni per la prima volta, siamo emozionati quanto lui e saremo presenti ad ogni costo.
Roberto, il mio giovane e cinefilo collega d’ufficio, ha già prenotato  una pensione per la mostra del Cinema a Venezia che si svolgerà a settembre.
Sono sicuro di conoscere l’epilogo di questa storia  ma per il momento non ho nessuna intenzione di svelargli la sorpresa finale.

2 - La realtà di Zaphod

Da Latina siamo partiti in cinque. Di mattina presto con la Ritmo del padre di Marcello. Lui alla guida, io sul sedile del navigatore, con la cartina in mano, Gino e Massimo sul sedile posteriore con Riccardo stretto in mezzo.
I Pink Floyd li avevamo già visti l’anno prima a Roma. Stadio Flaminio. Due concerti. Io li ho visti entrambi. Loro solo il secondo giorno. Per tutti noi i Pink Floyd erano il mito. Non un mito. Proprio il mito. Per essere sicuro di esserci avevo comprato i biglietti per tutti e due i concerti sei mesi prima. E’stata la prima occasione in Italia in cui è stato possibile acquistare biglietti in prevendita tramite la banca. Il primo giorno utile ero alla sede centrale della Banca Nazionale del Lavoro, manco gli impiegati sapevano bene di che si trattava. Sicuramente sto capellone con l’eskimo che aspettava il suo turno allo sportello non faceva parte della fauna abituale della filiale. Ma sarei stato pronto a rapinarla la banca, se non avessero tirato fuori i biglietti. O a prendere in ostaggio tutti gli impiegati.

Questa storia dei Pink Floyd era cominciata sui banchi del liceo. Quando è uscito il singolo Another brick in the wall part II io facevo ancora la terza media. L’avevo sentita dai cugini più grandi, quelli di Roma, mentre - durante una pausa nell’annuale pranzo di festeggiamento per l’anniversario di matrimonio dei nonni materni - stavamo nella macchina di zio Michele e loro - i cugini grandi di Roma - commentavano potenza e qualità dell’autoradio mentre mettevano le cassette che si erano portati di casa. C’era vera monnezza in quelle cassette, mi ricordo una versione di On the road again di un gruppo che si chiamava i Barabbas, un altro matto che suonava tenendo una sedia con i denti e, giuro, pure una canzone intitolata Wojtyla Disco Dance. Non sto scherzando. A casa dei miei, dentro qualche mobile ci deve essere ancora il 45 giri. Eh sì, perché io poi me li compravo, quello che piaceva ai miei cugini grandi di Roma era oro colato. Da raccogliere a piene mani per poi vantarmi con quei provincialotti dei miei amici che non avevano parenti nella capitale.
Come pure i modi dire.
“Una cifra”, per dire tanti, io lo conoscevo un sacco di tempo prima che diventasse di uso comune pure da noi. Anzi, spesso mi viene il dubbio di essere stato io a importarlo in agro pontino.
Comunque nell’autoradio in mezzo alla monnezza c’erano pure i Pink Floyd.
E i Police.
E la mia vita musicale ha preso una direzione di cui vado fiero ancora oggi.
Al liceo ci scambiavamo commenti. Tutti avevano fratelli più grandi con discografia a cui attingere. Io un fratello più piccolo cui - complice mio padre - avremmo poi sottratto la mancia della prima comunione per contribuire all’acquisto di un sofisticato impianto stereo. Mezzo milione per piatto, amplificatore e casse. Nel 1983. Uno sproposito. Diciamo quindi che in quei giorni io dei Pink Floyd avevo una cassetta - registrata da un collega di papà - che portava da  un lato Animals e dall’altro Wish you were here. Era solo l’inizio degli anni ottanta. I miei compagni più grandi sembravano saperne più di me, ma neanche tanto, e parlavano con le parole dei fratelli maggiori “Eh, ma che ne sai tu, i veri Pink Floyd erano quelli di Syd Barrett.” E mica c’era internet o tutte le pubblicazioni musicali che sono uscite poi che sapevi vita morte e miracoli di tutti quanti. Allora io dicevo “Ciò Animals, ci sta Syd Barrett?” Macché, facevano loro, prima, prima. E io: “Ciò Wish you were here, lì ci sta Syd Barrett?” Macché, prima prima. “Vabbè, allora registratemi qualche disco più vecchio, no?” E mi portano Atom earth mother, che è una palla micidiale, ma non lo puoi dire perché sennò ti aspettano fuori casa e ti gonfiano. “Ah, lì ci sta Syd barrett,” faccio speranzoso. E loro “no, no, ma che Syd Barrett” però hanno deciso i fratelli che i Pink Floyd di Atom heart mother sono comunque più veri di quelli che si sentivano alla radio.
Da questa impasse mi cava zio Franco - il padre del Torque - che per il compleanno si presenta con un bel pacchetto che indiscutibilmente contiene un disco. In vinile. I Cd ancora non esistevano, se non si è capito. Gli iPod non li sognavano neanche gli scenografi di 2001 odissea nello spazio. Apro il pacchetto e dentro c’è E già di Lucio Batttisti, appena sfornato e immesso sul mercato. S’è visto subito dalla mia faccia che di Lucio Battisti - pure se era stato a scuola con mio padre, e ogni tanto per far colpo lo dicevo, se capitava l’argomento - non me ne fregava un beneamato, e che quello non era assolutamente il disco che avrei voluto trovare nel pacco. “Però puoi cambiarlo con quello che ti pare,” fa mio Zio, perspicace, “già gliel’ho detto al negozio.” Il negozio era la Casa del disco - c’era quello e la Standa - all’epoca. La Standa era per i ragazzini e le femmine che si compravano i successi che davano alla radio o a Discoring. La Casa del Disco aveva tutto il resto, ma aveva l’inconveniente che i dischi sembravano sparsi a caso per il negozio. Erano catalogati, nei raccoglitori - invece che in ordine alfabetico - per casa discografica e per trovare il disco che cercavi ti facevi il segno della croce e andavi a caso. E quasi sempre il caso ti portava a dare un’occhiata alle copertine di Fausto Papetti che abbondavano di donne seminude.
“Avevo pensato,” faccio comunque titubante  a zio Franco sotto lo sguardo inorridito di mia madre che non riesce a credere a tanta indelicatezza, “di prendere The Wall dei Pink Floyd.”
S’è illuminato mio zio: “I Pink Floyd, ti piacciono i Pink Floyd, ma davvero, non ci posso credere, vieni con me, davvero ti piacciono i Pink Floyd, ma pensa che roba, andiamo dai facciamo un salto a casa.” E abbandoniamo il compleanno per prendere la macchina e arrivare fino a casa sua, dove lui scartabella dentro un armadio e tira fuori dei dischi e me li dà: “Tanto io non li ascolto più, figurati se tua zia me li fa ascoltare, prendili tu visto che ti piacciono.” E così entro in possesso del vinile di Animals, ma soprattutto di un doppio album che poi scopro essere la ristampa dei primi due dischi. E lì - nel primo dei due - il pifferaio alle porte dell’alba, The piper at the gates of dawn, è Syd Barrett. Solo un disco ha fatto il maledetto coi Pink Floyd! E una canzone del secondo. Ma porca troia, ce l’avevo. L’ho consumato quel disco. Prima sul vecchio giradischi di mio padre, poi sul prodigio della tecnica estorto al fratellino. Imparato a memoria. Perché me lo aveva regalato mio zio, perché c’era Syd Barrett,e perché era bello. Puttana miseria se era bello.
Comunque nell’85 i Pink Floyd si sciolgono. Dopo aver sputato fuori un altro disco.  Ormai non rimane che imparare a memoria tutto quanto. Conosco i testi delle canzoni meglio di Roger Waters, sono documentato, ci scambiamo i bootleg con le registrazioni dei concerti, e sogniamo spettacoli fantasmagorici che non vedremo mai. Fuochi d’artificio, enormi palloni gonfiabili, suono quadrifonico, le improvvisazioni strumentali lunghissime. Esce pure il film di The wall. L’ho visto sette od otto volte al cinema, arrivo alla quattordicesima visione in vhs e perdo il conto.
Poi - nel 1987 - si riuniscono. Non c’è Roger Waters, il disco è una mezza minchiata, ma è il nuovo disco dei Pink Floyd e ci fanno un tour mondiale. E vengono in Italia. A Roma. Ed eccomi alla filiale della Banca Nazionale del Lavoro a prendere i biglietti per tutti e due i concerti. Ecco perché.

A Venezia c’era casino già all’uscita dell’autostrada. Con la polizia a controllare a campione le macchine in arrivo. Stranamente a noi non ci fermano e arriviamo a Venezia Mestre abbastanza tranquillamente. Molliamo la macchina, memorizziamo la via, controlliamo gli zaini e raggiungiamo la stazione dei traghetti con facilità. C’è folla, ma non confusione. La traversata avviene senza problemi.
E’ quando ci avviciniamo a Piazza San Marco che la densità umana aumenta. Le vie di accesso alla piazza sono già bloccate, o almeno così ci dicono, ma noi infiliamo un vicolo e siamo dentro. Malediremo più volte la nostra fortuna.
Mancano cinque o sei ore all’inizio del concerto e c’è ancora margine di manovra per avvicinarsi un po’. Scavalcando gente seduta o sdraiata, chiedendo permesso ai gruppetti in piedi, facendo finta di dover riguadagnare una posizione persa per qualche improvviso bisogno fisiologico, ci spingiamo fino sul fianco del Palazzo Ducale. Lo spazio è transennato e protetto dalle forze dell’ordine per evitare che ci si possa introdurre nel Palazzo o nella Basilica.
Raggiunta una postazione tranquilla attaccati alla transenna ci decidiamo ad alzare uno sguardo verso il palco. E’ lontano. Su una chiatta in mezzo alla laguna. E messo di tre quarti rispetto alla nostra postazione. Non fronteggia direttamente la piazza, ma piuttosto il prospetto del Palazzo Ducale. Solo che davanti al Palazzo Ducale non ci sono spettatori, ma solo le telecamere per la ripresa della diretta televisiva e i riflettori e le attrezzature di scena.
Altri riflettori sono piazzati su tralicci sparsi qua e là in piazza. Su uno - proprio vicino a noi - si arrampica un fricchettone guadagnandosi una posizione invidiabile a mezza altezza. Poi sfodera da un tascapane un panino col salame all’aglio e inizia ad addentarlo.
Nel corso del pomeriggio la situazione precipita. Più di duecentomila persone affollano la piazza. Pare che altrettante girino per la città. L’amministrazione comunale ha abbandonato i Pink Floyd e il suo pubblico al proprio destino. Non ci sono bagni chimici. Gli esercizi commerciali sono tutti chiusi per paura dell’orda di barbari. Neanche i cassonetti per le immondizie hanno messo.
Come spesso accade nelle ore che precedono un concerto, il pubblico si muove di punto in bianco senza ragione apparente. Magari un gruppetto di persone delle prime file decide di averne abbastanza e si sposta per uscire. Subito qualcuno - che fino a qualche secondo prima era stato sdraiato a farsi una canna o un bicchiere di vino e a godersi il sole - scatta in piedi per occupare il posto lasciato vuoto. E così con un effetto a catena che provoca lo spostamento anche di migliaia di persone tutte insieme. Un veterano dei concerti come me o la maggior parte dei presenti non ci fa nemmeno caso, se ha voglia, anzi, approfitta della confusione per guadagnare posizioni e spostarsi in luogo più favorevole. A noi però la voglia c’era passata da quando avevamo visto la disposizione del palco.
Le forze dell’ordine però non capiscono l’origine dei sommovimenti e si innervosiscono e cercano di governare l’ingovernabile.
Un carabiniere cerca di convincere il fricchettone a scendere dal traliccio: “Dai che è pericoloso, vieni giù.” Quello - ormai ubriaco - in risposta (giuro) gli canta: “Che ne sai tu di un campo di grano…” Non rido e evito accuratamente di guardare qualcuno dei miei compagni o il carabiniere in questione. Verso il limitare della laguna la folla continua a ondeggiare. “Che ne sai tu di un campo di grano” continua imperterrito con il suo mantra il tizio arrampicato sul traliccio mentre il carabiniere - addirittura - prova a sporgersi per afferrarlo per un lembo dei jeans.
Il rumore dalle prime file si fa più forte. Pare che la polizia abbia caricato gli spettatori. Si alzano cori. Si urla per mantenere la calma. La sensazione è quella dei topi in trappola. Da una parte il mare, dietro una muraglia di persone. L’unica via d’uscita per noi è verso la transenna. Proviamo a parlamentare con gli agenti, cerchiamo di convincerli a lasciarci uscire dalla parte loro. “Fateci passare, non ce ne frega niente del concerto, passiamo attraverso la Basilica, usciamo dall’altra parte e ce ne torniamo a Latina.” Niente da fare. Di più. Calano le visiere degli elmetti e alzano gli scudi. Noi indietreggiamo dalla transenna e - ovviamente - spingiamo in direzione contraria. E’ un miracolo che nessuno venga sospinto in laguna dai movimenti della massa. Poi, dopo una serie interminabile di tira e molla, tutto si cheta. Nel frattempo si è fatto l’imbrunire. Siamo stremati e sudati. E il concerto è l’ultimo dei nostri pensieri. Lo staff inizia a provare le luci. Il traliccio vicino a noi - il fricchettone ha approfittato della confusione per dileguarsi - non dà il minimo segnale di vita. I tecnici cercano per un po’ di sistemarlo poi decidono che si può anche farne a meno.
L’orario di inizio del concerto si avvicina. Sappiamo che saranno puntuali perché c’è la diretta televisiva. L’atmosfera è quella del cinema prima della proiezione. La magia - che pure c’era stata nei concerti al Flaminio dell’anno prima - scomparsa. La laguna è punteggiata delle luci delle barche, ci sono gli spettatori - c’è chi ha pagato uno sproposito per un posto privilegiato in gondola - ma anche tanta gente che è lì per la festa del Redentore. Subito dopo il concerto sono previsti i tradizionali fuochi d’artificio di chiusura della festa. I veneziani di solito tirano l’alba ballando, cantando e mangiando, ma quest’anno ci sono duecentomila ospiti non graditi a invadere il salotto buono e non si sa come andrà a finire.

A vent’anni di distanza di quel concerto non ricordo nulla, a parte delle indefinibili macchie di luce a balenare sulla laguna lì dove con la luce del giorno avevamo intravisto il palco. Della musica pure non so dire. Ricordo che stavamo tutti in religioso silenzio e con le orecchie tese a cercare di carpire una parte dei suoni che arrivavano da un impianto di amplificazione totalmente imbavagliato dagli organizzatori che avevano paura di causare danni ai monumenti. Duecentomila persone che trattengono il fiato e strizzano gli occhi per cercare di scorgere almeno le ombre dei musicisti muoversi sul palco. Per novanta minuti. Interminabili. Alla fine non facciamo neanche in tempo a decidere se lasciarci andare in un applauso liberatorio e di circostanza che si scatena l’inferno. Sembra di essere a Saigon durante l’offensiva del Tet e invece sono solo i fuochi per la Festa del Redentore. Se il livello del volume della musica dei Pink Floyd era dieci, con lo spettacolo pirotecnico del Redentore arriviamo almeno a quattrocento. Illuminati da lampi colorati iniziamo a lasciare Piazza San Marco. Siamo duecentomila. Stanchi, assetati, insoddisfatti e non vediamo un bagno da almeno sette ore. Percorriamo a caso qualche calle e pisciamo contro un muro in ombra. Cercando di ritrovare la strada per la stazione incontriamo qualche bar, chiuso,  da cui - attraverso le grate delle saracinesche - i gestori vendono acqua e bibite. Cinquemila lire una lattina di coca. E sai cosa bevi. Andiamo avanti. Troveremo una fontanella e ci sembrerà di aver fatto tredici al totocalcio.
Arrivati di fronte alla stazione ci si offre uno spettacolo da tregenda. Per arrivare ai treni bisogna passare su un ponte. A prima vista sembra uno di quei film medievali in costume in cui due eserciti si fronteggiano. L’armata Brancaleone, per esempio. Nel nostro caso da una parte ci sono quelli che vogliono arrivare in stazione, dall’altra quelli che evidentemente si sono stancati di aspettare di salire su treni affollatissimi e vogliono tornare indietro. La situazione è bloccata. Non proviamo neanche a salire sul ponte. Alcuni temerari - visto che non riescono né ad andare avanti, né a tornare indietro - scavalcano le balaustre e scavallano l’impasse aggrappati sull’esterno del ponte. Noi ci godiamo lo spettacolo e recuperiamo un po’ di energie sdraiati per terra con gli zaini a far da cuscini.
Arriva voce dopo un po’ che c’è la possibilità di tornare a Mestre via terra. E’ la strada che costeggia la ferrovia. Seguiamo la notizia e iniziamo a camminare. Siamo in buona compagnia mentre percorriamo il Ponte della Libertà, e mai nome fu appropriato anche se l’ho scoperto solo ora con Google Maps. Ho scoperto anche che il tragitto  che abbiamo fatto non era di otto chilometri, come ci eravamo sempre detti, ma di dieci chilometri e ottocento metri. Più di due ore a piedi per raggiungere la macchina e crollare sfiniti sui sedili. In cinque. Marcello al posto di guida. Io su quello del passeggero. E gli altri tre pressati su quello posteriore. Riccardo - che è il più piccolo - in mezzo. Ci svegliamo alle prime luci dell’alba. Riccardo - che ha avuto la pessima idea, durante la notte, di svegliarsi e sporgersi in avanti per controllare l’ora dall’orologio del cruscotto, e Massimo ne ha approfittato per andare ad accoccolarsi sulla spalla di Gino - è completamente anchilosato perché ha dormito piegato in avanti con la testa appoggiata sui sedili anteriori.
Ripartiamo dopo esserci sgranchiti. Colazione la facciamo in autogrill. Al telegiornale diranno che i barbari hanno lasciato Venezia sotto un cumulo di immondizie, che alcuni monumenti sono stati danneggiati dal volume della musica, che il concerto è stato indimenticabile. Cerchiamo di concordare una versione da raccontare agli amici per nascondere la miseria della realtà, come quella volta che - di ritorno da Rimini - non avevamo avuto il coraggio di dire che non avevamo cavato un ragno dal buco e c’eravamo messi d’accordo sulle cazzate da raccontare una volta rientrati a Latina. Quella volta l’unico a uscirne bene era stato Gino che aveva avuto la costanza di tener fede alla sua versione tanto che sono sicuro che sia ancora veramente convinto di aver limonato in spiaggia con quella turista tedesca.
Sui Pink Floyd a Venezia invece ci siamo resi conto che non era importante quello che avevamo visto, ma che ci fossimo stati. E noi, puttana miseria, c’eravamo.
Eccome.

One Response to “Esserci o non esserci – Pink Floyd a Venezia, 1989.”

  1. Max Stèfani - Il Suono della Città Says:

    [...] [Poi arrivo a casa, dormono tutti, mi allungo sul divano e sfoglio il libro. Mi soffermo sulle pagine che raccontano il periodo in cui ero un lettore della rivista. Rivedo copertine e pagine conosciute. Il primo piano di Michael Stipe. Il coccodrillo di Antonio Tettamanti che mi ha fatto scoprire - purtroppo ovviamente postumo - Andrea Pazienza. La copertina coi Litfiba. E arrivo alla scissione. Stèfani l'ha già raccontata durante la presentazione. Di punto in bianco più della metà dei collaboratori del giornale lasciano Il mucchio e fondano una rivista chiamata Velvet. Una rivista di buona qualità, devo dire, ma che non regge il passo e dopo qualche tempo chiude. Prova ulteriore - semmai ce ne fosse bisogno - che per fare una rivista seria ci vuole qualcosa di più di talento, boria e qualche idea. Comunque in quel frangente Max Stèfani resta con una mano davanti e l'altra di dietro ed è costretto a fare il numero successivo del Mucchio con i pochi collaboratori rimasti fedeli. Ognuno di loro scrive un numero esagerato di pezzi e - per non far vedere che le recensioni le aveva scritte quasi tutte lui - Max Stèfani rispolvera un suo vecchio pseudonimo per firmarle. Quello pseudonimo è Stefano Cardinali, e a me prende un accidente. Perché io uno Stefano Cardinali lo conosco per davvero e sono sicuro che non è il direttore de Il Mucchio Selvaggio. E lo conoscono pure gli habitué del sito anonimo perché oltre a frequentare, con lo pseudonimo di Big One, le pagine del nostro forum è uno dei più assidui e capaci collaboratori dell'Anonima Scrittori e, guarda caso, ci scrive proprio di musica. Non solo la sua raccolta Savile Row sta diventando da timido esperimento di ebook un qualcosa di più corposo e importante, ma - e per me il cerchio si chiude qui - abbiamo pure insieme cercato di raccontare (in due visioni parallele) uno degli eventi simbolo non solo di un periodo musicale, ma anche del punto di congiunzione tra due generazioni di appassionati di musica: il concerto dei Pink Floyd a Venezia.] [...]

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