Anonima scrittori


Ieri sera che sera

Categoria: Interpretazioni, Narrazioni
Postato da: Torquemada

La Fata Turchina lo aveva detto subito appena appresa la notizia.
“No, da Barbara D’urso non ci deve andare. Che ci va a fare? Non ha idea di quello che lo aspetta.”
Io, che la televisione non la guardo - non per supponenza intellettualoide, ma perché casco addormentato non appena mi siedo sul divano - faccio spallucce, penso: “Che male c’è? E’ un passaggio televisivo, venderà qualche altro migliaio di copie” e accendo il televisore.
Già dalla presentazione si capisce che la serata si mette in maniera strana. Luci stroboscopiche e una voce stentorea annunciano l’entrata degli ospiti nello studio come fanno al Madison Square Garden negli incontri che contano. Ad attenderli una Barbara D’urso un filo meno cotonata di Don King ma altrettanto assatanata di sangue e adrenalina.
Il pretesto della trasmissione è un dibattito tra nord e sud con lo sfondo dell’Unità d’Italia a fare da collante. In realtà - col senno di poi era lampante dalla disposizione delle sedie (prossemica mi pare si chiami lo studio della posizione degli attori sul palco) - la vera contrapposizioni è tra i politici-guitti e gli intellettuali. Questi ultimi erano Giorgio Forattini, Fulvio Abbate, Mauro Corona, Chiara Gamberale e Antonio Pennacchi. Per i politici Clemente Mastella e uno che parrebbe essere il sindaco leghista di un paese del Piemonte, ma che cià una faccia da terrone sospetta. Probabilmente hanno preso una comparsa napoletana, gli hanno messo una fascia tricolore al collo e gli hanno dato carta bianca. E infatti questo ha subito iniziato a ballare Waka waka (sempre con la fascia tricolore al collo), a recitare il mantra dei “terroni che non hanno voglia di lavorare” e a strillare come un pazzo appena la parola passava agli altri.
Chiuso nel suo angolo Pennacchi teneva per la maggior parte del tempo gli occhi fissi a terra per evitare di legittimare anche solo con lo sguardo le lascive movenze dell’individuo. Scopriremo solo più tardi che quelli di Momdadori l’avevano sedato. Avevano paura che si azzuffasse con Mauro Corona sui diritti della poiana e invece hanno salvato la vita a un sindaco del Nord.
Essì perché a un certo punto, sull’ennesimo “ma qui al nord va tutto bene siete voi del sud che sapete solo piangere” Al premio Strega la mosca al naso gli è saltata. Adesso non si sa bene se per difendere tutti i siciliani che sono andati a buttare il sangue nelle industrie del nord o perché colpito nell’orgoglio veneto-umbro delle sue origini, fatto sta che Pennacchi senza farselo dire due volte ha consigliato al Sindaco Buonanno di iscriversi a una scuola serale, leggere qualche libro, e (ma solo per chiudere il discorso con una metafora) gli ha dato del somaro.
A quel punto Buonanno non ci ha visto più - nel senso che non si è reso conto che Pennacchi lo sovrastava in altezza di almeno 40 centimetri - si è alzato e a brutto muso ha affrontato quello che nella sua percezione doveva essere un uomo anziano col bastone e - in quanto intellettuale - sicuramente inoffensivo.
Ecco perché uno dovrebbe leggerli i libri. Perché se avesse letto Il fasciocomunista magari si sarebbe reso conto di quanto gli stereotipi siano lontani dalla realtà.
Mentre gli si avvicinava Pennacchi era già in piedi e in posizione di guardia (”Guardia bassa all’americana” ha tenuto a specificare nelle interviste del dopo match) cosicché il malcapitato si è trovato a guardare dal sotto in su poco più di un metro e novanta di premio Strega incazzato come una iena del Circeo.
Ha provato - visto che oramai era arrivato fino là e mica poteva tornarsene indietro con la coda tra le gambe - a fare la faccia feroce, ma è stato smontato dalla maggiore abilità dialettica del suo avversario. “Nun ce provà che me te magno,” esordiva il premio Strega, per poi ribadire il concetto con una ripetizione e una citazione cinematografica, “nun ce provà che te spezzo in due.” L’arte della retorica avrebbe imposto una terza ripresa, tipo “nun ce provà e vateneaffanculo” ma l’intervento dell’arbitro D’urso poneva fine alle ostilità.
Fuori i secondi.
Ognuno al suo angolo in attesa del verdetto.
D’urso sente la sudditanza psicologica visto che stanno a Milano. Va a consolare il leghista e rampogna Pennacchi: “Non sta bene offendere la gente.”
Pennacchi - da vero sportivo - accetta il verdetto e stringe la mano all’avversario. La fascia tricolore rimane sulle spalle del sindaco, ma il vincitore morale è lui.

“Vabbè, ma dopo la trasmissione, almeno, gli ha menato veramente?” mi ha chiesto oggi la Fata Turchina.

2 Responses to “Ieri sera che sera”

  1. Pantofola selvaggia Says:

    si prepari a farsi una domanda e a darsi una risposta, che è arrivato il momento

  2. zaphod Says:

    Sul forum il protagonista della serata ha rilasciato una dichiarazione e una precisazione importante, la riporto testualmente qui sotto:

    “Bel pezzo, Zaph, ma come al solito, mai fidarsi dei resoconti paragiornalistici. Non risponde difatti assolutamente al vero che la Mondadori m’abbia preventivamente imbottito di Lexotan. Quella è stata Ivana, che lo fa regolarmente ogni volta che vado in giro: “Sennò chissà che succede” pensa lei. Non ha molta fiducia in me. Certe volte le scappa la mano - “Me gò sbalià” dice dopo - e barcollo proprio come i cavalli ad Agnano quando debbono arrivare ultimi. Li vedi proprio che sbandano di qua e di là con gli inservienti attorno che li reggono in piedi. Come li lasciano, s’addormentano in pista. L’altra sera però la dose era giusta. Sufficiente ad evitare che partissi subito - come pure m’era venuta voglia - e lo prendessi con un destro d’incontro appena s’era alzato: “Lo metto ko che gli ci vogliono i sali, per riprendersi” ho pensato, “ma poi chi cazzo mi chiama più in televisione?”. Merito di Ivana quindi, che l’ho aspettato solo in guardia: “Mo’ fammi vedere tu, dov’è che vuoi arrivare”. Altro che Mondadori. Mica potevo menare io per primo, Zapho’, abbi pazienza. Comunque onore e merito anche ai miei compagni: Mauro Corona per primo, ma pure Chiara Gamberale, Fulvio Abbate e il grande Forattini, che hanno tentato tutti, in qualche modo, di portare lo specifico contributo del loro mestiere. Oggi sul Corriere ci hanno mazzolati. Dice che non ci dovevamo andare (ma quelli lo dicono perchè eravamo tutti Mondadori, lo hanno proprio sottolineato. Se eravamo Rizzoli invece, evidentemente andava bene. Poi dice l’obbiettività dei critici sui giornali). Ora è chiaro che non ci dovessi andare. Aveva ragione tua moglie. Ma che ne sapevo io che andava a finire così. Quella non sapeva nemmno che cos’è il ladino. Ha fatto andare gli scrittori, ma voleva che si comportassero come i guitti. Anzi, che facessero da supporto ai guitti. Quasi quasi, non era da stendere lui, era da stendere lei (in senso pugilistico ovviamente). Non ci dovevamo andare, quindi. Però ci siamo andati. A un certo punto ci siamo pure detti, subito nella prima pausa pubblicitaria: “Alziamoci e andiamo via”. Ma sarebbe stato troppo scortese. Non si fa. Ci dovevi pensare prima. Se lo avessimo fatto, l’avremmo condannata noi alla chiusura. Siamo quindi rimasti. Ma in quelle condizioni là, in “condizioni date” come si suole dire, in cui tu parli una lingua e gli altri un’altra, dimensioni e sintonie proprio diverse, in cui non ti si lascia parlare e ti si strilla addosso, noi avevamo comunque il dovere di far sentire le nostre voci, perchè chi pecora si fa, il lupo se lo mangia, diceva il mio povero compare Nicola Caratelli di Cori.
    Poi se ne esce il Fer e dice: “Tu però così sei responsabile pure tu del clima guerresco in tv”. E allora che cazzo deve fare, dimmi tu? Dice: “Non ci devi andare”. Ho capito, ma mo’ ci sono andato e una volta che sto lì mi lascio insultare dal guitto e avallo con il mio silenzio tutte le banalità strillate dall’ignoranza? La letteratura soccombe, soggiace e tace perchè l’ignorante di turno strilla più forte? Ma tu hai capito male. Te ne dovevi andare a cercare altri di intellettuali, se li volevi così. Non li dovevi venire a prendere in Fulgorcavi o sulle montagne dell’Agordino (Mauro Corona è un grande. Siamo stati fino alle due di notte poi, in un pub, a bere e chiacchierare: “Tu pensa, Antonio, se facevamo la rissa” ridiceva ogni tanto, e gli brillavano gli occhi. La Gamberale m’ha detto - lui stava a fianco a lei - che appena quello s’è alzato si voleva alzare anche lui: “Mo’ parto pure io” le ha detto). Mi sono proprio divertito. Vaffanculo ai critici. E pure al Fer.

    Tu però, Zapho’, lo potevi pure dire che appena è squillato l’Inno di Mameli sono il primo che s’è alzato in piedi e ho fatto alzare anche gli altri, e io stavo sull’attenti con la mano sopra il cuore. Eccheccazzo, io sono comunista ma da giovane lo sanno tutti dov’è che stavo.”

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