Anonima scrittori


“Ma che bello sbugiardare gli americani”

Categoria: Interpretazioni, Sulla letteratura
Postato da: Torquemada

[Articolo di Alberto Pezzini su Il Secolo d'Italia del 24 Novembre 2010]

A Cuneo fa freddo. La temperatura è scesa di brutto e le montagne si sono tinte di bianco. Nella notte luccicano, in fondo al corso, dove fanno da sfondo alla città. “Scrittorincittà” si è chiusa da poco, anzi sta volgendo alla fine. Alle 21 Philippe Daverio chiuderà la rassegna con una lezione piena di cultura fino a scoppiare. Antonio Pennacchi ha spopolato nel pomeriggio. E’ stato interrogato da Giovanna Zucconi. Sembravano il diavolo e l’acqua santa su quel palco dove il vincitore del Premio Strega si è presentato con la sua divisa d’ordinanza. Berretto da capostazione calcato di brutto sulla testa rotonda, gli occhiali a cerchio dove ballano due occhi che ti indagano di petto, cravatta e sciarpa rossa. Da proletario. E’ l’unico scrittore che non sale in cattedra. Stabilisce un contatto sciamanico con il pubblico. E dire che quello di Cuneo va un poco smosso perché è abituato alle montagne. Ed alla resistenza. Lo accolgono con un filo di diffidenza. Si sente aleggiare in sala. Poi scompare, va via quando dice che il fascismo - quello che non permette a nessuno di dire la sua - non ha etichette rosse o nere. In quel momento la sala blu viene giù e le persone capiscono che Pennacchi non è uno scrittore vero e proprio, ma un cantastorie da veglia dentro una stalla. Come succedeva al Piemonte di Nuto Revelli. “Io - mi spiega - sono un narratore, cazzo, uno che le storie le racconta. Punto e basta. Scrivo come mi sento. E’ stato il mio romanzo di una vita, e questo ormai l’hanno scritto tutti. Ma pure io l’ho scritto all’inizio”. A dire il vero, quando lo intercetto al telefono e gli chiedo un’intervista per il Secolo mi dice di venire subito giù. Gli chiedo se vuol fare l’intervista al telefono. Mi grida un no secco alla cornetta: “Il telefono mi dà ansia”. Scende dopo poco, con il bastone e la moglie a scortarlo. Amorevole. Mi chiede subito di dove sono e poi mi chiede se ho letto Le Iene del Circeo (Laterza), l’ultimo libro che ha scritto. “Se nun l’hai letto, che cacchio me vuoi chiede?… Te possino, voi fa il lavoro senza studià… Siediti a Pezzi’ va’…”. Vuol fare l’intervista fuori. “Devo fuma’, a Pezzi’, vatti a mettere la giacchetta”. Usciamo nei cinque gradi della sera e ci sediamo su di una panchina da lilliput a parlare. Mi sembra di conoscerlo da una vita. Mi parla del suo libro, Le Iene, anche se non l’ho ancora letto. Qui è la prima trasformazione che avevo già notato in sala. Quando parla di qualcosa non insegna, accarezza la personalità di chi gli sta davanti. Non vuole insegnare, vuole soltanto trasmettere. Ha conservato l’umiltà dei poveri o di chi ce l’ha fatta a forza di arrancare. Ha dalla sua l’umiltà della gente perbene, di chi in fabbrica si alzava alle cinque o faceva la notte. Con dignità, tanto sapeva che la partita doveva giocarsela comunque e non importava un cazzo che fuori piovesse o tirasse un vento ghiacciato. “Allora Pezzi’, sto’ teschio al Circeo l’ha trovato tanti anni fa il Prof. Blanc. Dentro un cerchio di pietre che denunciavano la mano umana. Era un teschio di uomo di Neandertal, con l’occipite allargato, quasi a far capire che lo avessero scavato per mangiarlo. Insomma, un rito antropofagico. Tempo dopo arrivano gli americani e dicono che il teschio l’hanno mangiato le iene. E quindi tutti dietro a sti’ americani. Capirai che sforzo, c’avevano li soldi, la ricerca la finanziavano loro. Ma non capite un cazzo, gli ho detto, me rodeva sta’ questione. Solo che non sapevamo nessuno come fosse andata quando Blanc era entrato in quella grotta e non avevamo testimoni”. Si interrompe un attimo per prendere fiato, e per finirsi la cicca che si è bevuto. Pennacchi non fuma, assorbe il tabacco, si mangia la sigaretta. E’ un uomo che deve aver preso la vita a schiaffoni, con una passione che mette in tutto. Divorante. Fisica. In quel momento esce Giovanna Zucconi dall’albergo. Manco si salutano. Sono diversi, come la regina Vittoria e Vittorio Emanuele II. “Nun te distrarre. Quando consegno il libro a luglio di quest’anno, sai che mi succede il giorno dopo? Arriva il testimone che avevo sempre cercato. E sai chi era, maledizione? Ajmone Finestra, senatore, sindaco di Latina, uomo d’arme e di scazzottate, perfino con me. E’ quello che mi aveva espulso dal Msi nel 1967. E sai che mi disse Ajmone? Che lui era entrato in quella grotta il giorno prima di Blanc, e che le pietre non potevano non averle disposte così se non degli uomini. Così ho dovuto scrivere un addendum di sessanta pagine per spiegare a tutti come veramente è andata. Affanculo gli americani”. Che tirata. Si rilassa anche lui. E pure io che ho dovuto cavalcare insieme a lui una storia di migliaia di anni fa in dieci minuti. Su di una panchina gelida ma che sembra bruciare. Che bello. E’ in quel momento che realizzo di trovarmi di fronte uno Sgorlon potente e redivivo, un cantastorie che potrebbe ammaliare le notti, un pifferaio magico con dentro la gerla migliaia di storie capaci di stregare anche la mente meno sognatrice. “A te Pezzi’, ti sembrerà una presa per il culo o una balla, ma io le voci dei miei morti le sento, le percepisco. Tanti libri li ho scritti quasi sotto dettatura. Oh, non è che sento le voci eh! E’ che mi entrano proprio dentro. Spero che adesso sia finita, anche perché ogni volta è un’esperienza piuttosto forte. Violenta”. Canale Mussolini è dedicato ai suoi morti. E questa cosa delle voci che gli entrano dentro mi affascina immediatamente. Un libro come lo Strega di quest’anno avrebbe potuto essere scritto da qualcuno che avesse usato un registro normale? No. Ci voleva un contagio sciamanico per scriverlo così, che sembra sempre di avere dei bambini e qualche adulto con orecchie attente, gli occhi sgranati, mentre danza il fuoco nella stufa e fuori piove. Pennacchi ha questo di diverso, da un Mauro Corona che delle storie ha fatto ormai un business calcolato. E’ un narratore di pianura (quelli individuati da Gianni Celati, per intenderci), dove le storie o le fai uscire oppure rischi perfino di ammalarti. Ed il business qui conta poco. Conta la famosa pancia, la voglia di partorire una storia di antico sangue che doveva scorrere da qualche parte. L’intervista è finita. Ma continua a stare insieme a me, e mi regala ancora pezzi di vita in quattro chiacchiere. “Allora Pezzi’, mea je a’ fate a prendervi la Carfagna? O ma lo sai che allo Strega Alemanno manco è venuto a salutarmi: si vede che aveva paura di passa’ per comunista”. E ride. Una risata liberatoria, una di quelle che Terzani diceva bisognasse fare ogni mattina quando il sole si levava per salutare un nuovo giorno. Oppure alla sera, per chiudere bene un pezzo di vita. Pennacchi se ne va, e con lui mi sembra che una carrozza di rame, piena zeppa di gente e di bambini, di piume al vento e di soli, gli vada dietro. Il freddo è passato ma è rimasto ancora un po’ di miele. Su questa cazzo di terra. Direbbe Pennacchi.

One Response to ““Ma che bello sbugiardare gli americani””

  1. big one Says:

    sembra di assistere a un ritratto estemporaneo dove il pittore coglie l’essenza del personaggio in pochi tratti.

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