Trattoria Rosellini - Luigi Maria
Categoria: Assaggi, suoni, visioni e letture, Trattoria Rosellini
Postato da: zaphod
[A volte la realtà irrompe inaspettata tra le pieghe delle nostre esistenze, Marco Berrettini e la sua penna oggi ci accompagnano a sorvolare la Storia con la esse maiuscola mentre - come al solito - ci offrono il pranzo]
-Nidi di tagliatelle fredde con mozzarella e pomodori datterino conditi con salsa tiepida di ricotta e basilico.
Mentre mi annuncia il piatto Pinuccio si pavoneggia nella sua camicia bianca stropicciata e sorride.
Non dico nulla, lascio che mi serva e comincio ad arrotolare la pasta sulla forchetta, mentre lui resta lì impalato in fremente attesa.
-Si può sapere che c’è?
-Ti piace?
-Sì, buona, strana ma buona, perché?
Prende una sedia e mi si mette a fianco soddisfatto, mi spiega che oggi sua madre non c’è, la Rosa si è presa un giorno libero e lui si è impossessato dei fornelli.
Il boccone mi s’impiglia in gola, non so quale delle due cose sia più sconvolgente. Seguo l’ordine e gli chiedo se sua madre sta bene, il mio primo pensiero è che sia dovuta andare da un medico. Non è così, Augusto aveva un fratello più giovane, la pecora nera della famiglia: Luigi Maria. L’anno in cui Pinuccio cominciò la scuola, una mattina alle quattro, la polizia irruppe nella stanza in Via Torricelli che Luigi Maria divideva con alcuni compagni. Oltre a mucchi di ciclostilati col simbolo delle brigate rosse c’erano anche due P38 e parecchie scatole di munizioni, lo portarono in caserma e per giorni non si seppe niente di lui. Una settimana dopo vennero formalizzate le accuse e al processo gli diedero trentaquattro anni di carcere, lui si dichiarò prigioniero politico, disse solo che non aveva mai ucciso nessuno, ma sarebbe stato pronto a farlo. Non si pentì mai, in galera terminò gli studi e prese la laurea in lettere moderne, alcuni suoi articoli sono stati pubblicati anche recentemente da settimanali politici e sul Corriere della Sera è apparsa pochi giorni fa una lettera al direttore nella quale, pur riconoscendo il fallimento della lotta armata e il suo ormai totale anacronismo, mette in guardia la classe politica dal credere che l’imperante società dei consumi sia lo scenario condiviso da tutti: Il conformismo giovanile a valori archetipici di lealtà, dignità umana e spregio dei soprusi è qualcosa che non ha tempo e che cova eternamente la rivolta. Schiacciare la sete di futuro sotto il peso di chimerici orpelli monetari e sessuali può riaccendere la scintilla del desiderio di pulizia e tramutare l’ordine in odio.
Luigi Maria, secondo la legge, oggi può uscire avendo scontato la sua pena. Sono trascorsi ventotto anni e tre mesi e Rosa è là, davanti a San Vittore, ad aspettarlo con gioia. Per lei è un po’ come se Augusto uscisse dalla tomba. Luigi Maria lo aveva visto poche volte prima di quella tremenda mattina, ma in carcere, appena era possibile, lo andava sempre a trovare. In compagnia del marito e dei suoceri e, gli ultimi anni, da sola. Gli portava sempre qualche cosa di buono da mangiare e da dividere con i compagni di cella. Per lui, solo per lui, aveva anche ceduto e rivelato alcune sue ricette, ma gli aveva intimato di non scriverle. Lei gliele aveva raccontate durante i colloqui e lui le aveva ripetute fino a memorizzarle, come fossero poesie.
Via Degli Olivetani è tranquilla, un cellulare dei Carabinieri staziona pigro nei giardinetti di fronte al carcere, le porte si aprono e un’auto di servizio esce accendendo la sirena. Rosa sbircia all’interno, ma è troppo buio per scorgere qualcosa. Avevano detto a mezzogiorno, ma è passato già da un quarto d’ora e lei comincia a preoccuparsi. Non se la sente di andare a chiedere, non vuole innervosire nessuno. Si accenderebbe volentieri una sigaretta, ma sono più di trent’anni che non fuma. Quando sente scattare la serratura elettrica del portoncino laterale il cuore le accelera, si strofina le mani, come se facesse freddo, ma ci sono quasi trenta gradi e sono tutti lì, sulla fronte ampia e un po’ sudata di Luigi Maria che, finalmente, appare dalla penombra.
Se avesse i capelli sembrerebbe proprio il povero Augusto, ma così, magro e spelacchiato, assomiglia più a Pinuccio quando è venuto al mondo. Le sorride, si abbracciano, il colpo secco della porta che si richiude è come il rumore di un tappo di spumante che parte festoso.
Come il frastuono che arriva dalla cucina, seguito dalla camicia bianca di Pinuccio tutta sporca di sugo, seppioline e piselli.
-Bortolo, se ti facessi una frittata di patate?



