Anonima scrittori


Vita e opere di Sebastiano Perduto (ep. 9)

Categoria: Assaggi, suoni, visioni e letture, Novella a puntate
Postato da: Torquemada

«Sì, sono Perduto.»
«Ciao, sono Vincente, allora risolto con la signorina?»
«Manco per niente, è una villana…»
«Vabbe’ lasciamo stare, chiudiamo questa storia, ti danno duemilacinquecento euri, e rinunci a fare cause alla Alito alla Refolo e pure alla dipendente.»
«Non se ne parla, sono stato maltrattato, e ora sono seccato. Facciamo tremila e non se ne parli più.»
«…»
«…»
«No, duemilaecinque, è l’ultima offerta. Ti preparo un accordo e te lo faxo. Quando lo firmi prendi i soldi. E direi che va più che bene per una giornata di lavoro.»
«Lo dici tu, perché non ti vogliono sbattere fuori di casa e pure denunciare per non meglio precisate molestie a una non ancora precisata minorenne. Va bene hai vinto. Me lo sentivo che l’avresti spuntata tu alla fine. Era una storia già scritta. Perché tu sei Vincente, caro Oscar…»
«Fottiti Perduto.»

Fottermi? Ah, potessi!
Oh che bello sono di nuovo felice, nel mio terrazzo. Percorro di nuovo la sua profondità e m’affaccio. La pasticcera non si vede, forse rinchiusa nel laboratorio tra lieviti e farine.
Dev’essere tardi oramai per uscire, non vedo nessuno in giro tranne me e due piccioni, anzi sono tre, che fanno orgia sul davanzale di un minotauro tre piani sotto. Lerce bestie i piccioni, promiscue e mutilate. Piacciono ai vecchi dei giardini qui sotto. Si fanno compagnia tutto il giorno. I vecchi sbriciolano pane duro con le loro mani callose e deformi e sperano di mettere a pari i conti con la loro coscienza sporca. Sentono l’odor della fine e, hai visto mai, blandiscono il Signore facendo mostra di buon cuore e magnanimità. I piccioni non sentono un bel niente, s’ingozzano e s’azzuffano intorno alle panchine. Planano da altezze siderali come gavettoni di acqua sporca e atterrano su moncherini osceni.
Che scena orribile! la prova, se vogliamo, che qualcosa di brutto ce l’abbiamo proprio combinata al Signore: ‘tu donna partorirai nel dolore e tu uomo invecchierai penosamente sul bordo di una panchina circondato da topi volanti’. E no, non deve averla presa bene per niente.
Ma non riusciranno a scalfire il mio ritrovato buon umore. Neanche te amorino. Oggi il sole mi penetra tutto e il suo calore mi slancia.
L’ometto delle previsione l’aveva pur detto, con la sua bacchettina indicava un bel sole sbrilluccicante dappertutto. E sarà anche che siamo in pieno maggio.
Gran mestiere quello dei meteorologi, muovono folle di genti su e giù per le strade: bel tempo, e a milioni si riversano nel mondo; pioggia, tutti a casa. Il meteorologo: che nome! Uno scioglilingua, un profeta, un uomo per tutte le stagioni, in doppio petto, serio e scrupoloso, specchio del tempo nostro, ma proteso al futuro, al controllo, il meteorologo, argina paure e inquietudine, ti dice come sarà domani e pure dopodomani, è pane per gli ansiosi in  questo tempo incerto.
Altro che avvocato, un mestiere vecchio e logoro e contrario al buon costume. Dio ce ne scampi dall’avvocato, un nichilista volto al peggio, che non crede alle previsioni e non le asseconda, una locusta tanti come sono. Provatevi a contarli, provatevi per la via invocare «Avvocato» a gran voce: interminate schiere si volgeranno chi a destra chi a manca «Chi mi chiede?» si chiedono, compiaciuti e lusingati di essere additati per la via. Ed è curioso come tutti li rispettino, gli avvocati. I meteorologi no.
Ma che ci importa tesoro, sto giusto pensando a te proprio nell’ora che volge al mezzodì, anzi saranno ben le due direi,  l‘ora della pappa.
In tutti i condomìni qui intorno vedo mogli affaccendate, sento i profumi del loro operare, cani scodinzolanti guaire di gioia, e uomini sacrosanti sedere a capotavola, riposare le ossa, ché la vita è dura ma anche piena di gratificazioni.
Cosa chiedo in fondo? e che ho io, meno di tutta questa gente? forse è che ho tanto, ecco perché tanto mi si chiede. Sono un ottimista bendisposto, non serbo rancore, non ostento, anzi. Epperò sono preda e oggetto di pretese illegittime e ladre. Canaglie popolano la mia vita, financo il mio terrazzo, e mi sento oramai troppo vecchio; con un dolore al fegato! Ma siamo sicuri che stia proprio qui il fegato. Ci dovrebbe essere invece la milza. Mi duole la milza quindi.
La milza.

I giardini giù in strada sono deserti. I vecchi per ora se ne stanno rintanati all’ombra dei televisori. Fuggono la fine con caparbietà ammirevole.
I giardini qui sotto potrebbero essere molto belli, se si avesse la buona creanza di tenerli puliti. Tutti gettano qualcosa, c’è questa urgenza diffusa di liberarsi di roba, di cartacce e televisori fuori moda, una lavastoviglie, un computer, la collezione della Gazzetta dello Sport. Oggigiorno imperversa il riciclo e ogni cosa e ordinatamente gettata a cazzo di cane sui marciapiedi. Che gente orribile i miei vicini. Senza educazione e prospettive. Loro buttano buttano, e sono così felici di farlo. Questo gli permette di fare posto, liberare spazio. Buttare per liberare. Sembrerebbe un buon proposito ecologista. Il ragioniere Gisello butta con una certa classe devo dire. Le sue cose sono sempre così ben impacchettate. Quando lo sorprendo giù in strada, non visto, lo vedo riporre con ordine, l’umido nel cassonetto dell’umido, plastica e vetro in grossi sacchi gialli, carte e derivati in sacconi azzurri. Anche se gli ho svelato l’inganno della differenziata lui però non molla.
Però, sono un bel po’ tristi queste aiuole sgombre. Se mio padre non si fosse risposato sarei ricco. Se avesse tenuto a freno il suo uccello avrei tanti di quei dindi che ti coprirei d’oro piccola, la merdina della meraviglia la laveremo via con petali di orchidea importati.

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