Noia di Caronte - Luca Baldini

Categoria: Foto terapia, Progetti, Senza categoria
Postato da: zaphod

Qui a la Stazione il mondo è grigio e piove.

Scroscia a dirotto, o vaporizza in forma di nebbiolina o ha appena smesso che ricomincia, piove sempre, come se dovesse.

Qui tutto è umido, gocciolante, lucido, pieno di pozzanghere.

Quelli che vengono le saltano tutti attenti a non schizzarsi, dentro non ci guardano nemmeno nonostante siano li per terra come tanti pezzi di riflessioni stracciate, frammenti di cielo scuro, nuvole cariche, foglie, case, gambe; per loro è solo acqua sporca eppure se solo si fermassero potrebbero vedere anche pezzettini di sé.

A volte quando viene qualche bambino può succedere che le usi per pestarci gioioso le scarpe dentro, fino a che non lo portano via.

Chi viene qui desidera andar via, partire di notte per Lisbona, andare verso un Sud o solo là, o magari tornare, comunque sogna l’altrove.

Carichi di some interiori, appesantiti da fagotti patetici, forse, li aiuta lo scorrere della pioggia che scolando lungo i capelli porta via le lacrime e bagna gli occhi di chi non le ha più o non le ha mai avute.

E così quel brivido che fredda il tiepido sudore che esce da la schiena o il pasticcio d’acqua che entra tra le dita dei piedi e gela dentro servono a farli stringere su se stessi in cerca di calore, come in un autoabbraccio.

Arrivano qui per fare il Viaggio, ma da me per l’Obolo ci vengono dopo, che hanno l’ansia di partire ma non la fretta di farlo.

Sostano nell’atrio a guardare lontano, a spiarsi di sbilenco, con la faccia rivolta al fuori e le spalle al Binario.

Credo che per perdere tempo pensino:

Chissà se ho chiuso le finestre?

Avrò messo tutto a posto?

Ho dimenticato qualcosa?

Mentre li osservo spesso penso quanto è strana la loro voglia di andar via per dimenticare gli affanni e questa loro paura di aver dimenticato proprio il sacchettino dei semi del piangere.

Da questa stazione si parte solo, così c’è poco racconto che passa tra di loro, sbrigativi e vaghi a malapena si dicono dove vogliono andare, o devono, si qualcuno a volte dice: devo andare via.

Per lo più stanno in silenzio, dondolandosi sui tacchi, rigirandosi le monetine in tasca, fumano, contano i pezzi del marmo del pavimento bagnato, aspettano.

Ogni tanto sospirano si siedono sulla panca e giocano con il telefonino in cerca di un interlocutore irraggiungibile o senza campo.

Eh sì, per quello che vogliono fare loro, la pioggia ci vuole proprio!

Predispone e aiuta.

Con un bel sole, i colori del mondo e le ombre delle cose la Stazione sarebbe vuota, quasi inutile.

Lei è venuta stamani all’alba, aveva l’ombrello, una borsa, un pacchetto e tutta la gonna bagnata. E’ entrata un po’ smarrita cercando di scrollarsi l’acqua di dosso.

Guardandosi intorno s’è andata a sedere proprio vicino all’uscita sul Binario.

Tant’è che ho pensato: ci siamo.

Posate le sue cose in terra, con una cocca del fazzoletto si è asciugata di soppiatto dal viso la lacrima e la pioggia.

Chissà quale destino immaginava.

L’hanno guardata senza darlo a vedere, da sopra quelli in piedi, quasi asciugandola l’ultimo arrivato, e lei ha fatto altrettanto con una specie di stupore che le allagava lo sguardo.

È stato un istante di immobilità assoluta in cui ognuno dei viaggiatori era al suo posto nell’atrio e l’unico movimento era quello degli occhi di Lei.

Improvvisamente si è alzata in piedi riponendo il fazzoletto nella manica ha raccolto le sue cose ed è andata via da dove era venuta senza voltarsi.

I viaggiatori la guardavano allontanarsi annuendo d’invidia per quella donna che voleva restare ancora.

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